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Soundtrack: Black Panther/Il giustiziere della notte di Ludwig Göransson

19 novembre 2018 Soundtrack 0 Commenti
Black Panther

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne Sonore* * * ** * *

Esponente di un drappello di compositori cinematografici dell’estremo Nord Europa portatori di un linguaggio innovativo, Ludwig Göransson ha musicato il primo film di supereroi all-black come anche il remake del classico film con Charles Bronson. I risultati sono altalenanti, ma confermano il talento eterodosso di Göransson…


Può sembrare bizzarro che a firmare la score per il primo film di supereroi rigorosamente all-black sia stato un compositore proveniente dal profondo Nord dell’Europa. Siamo però dinanzi al terzo capitolo, dopo Prossima fermata Fruitvale Station e Creed – Nato per combattere, del sodalizio tra Ludwig Göransson e il regista afroamericano Ryan Coogler, con il quale si è evidentemente stabilita un’intesa di fondo. Inoltre, il 33enne compositore svedese coglie qui l’occasione per distanziarsi stilisticamente da molti lavori consimili di suoi autorevoli colleghi statunitensi, recuperando nella partitura suggestioni, colori, ritmi e spirito africani, con grande abilità nel mescolarli alle tonalità squillanti e lussureggianti che sappiamo proprie del genere.

In realtà, Göransson fa parte – insieme a Johan Söderqvist, Tuomas Kantelinen e al compianto Jóhann Jóhannsson – di quel drappello di musicisti dell’estremo Nord Europa attivi sulla scena internazionale ma portatori di un linguaggio personale innovativo, eterodosso, denso di influssi europeizzanti del Novecento e soprattutto capace di plasmarsi duttilmente sulle latitudini più diverse e a ridosso dei linguaggi meno convenzionali. Per convincersene e capire che aria tira qui basterebbe ascoltare l’iniziale “Wakanda origins” o “Royal talon fighter”, tripudi di percussioni autoctone e tribali, anche se nella chiusura del secondo si fa largo quella scrittura densa e drammatica, per archi e piena orchestra, che sarà l’altra caratteristica preminente della partitura. Ancora più esplicita è l’apertura di “Wakanda”, affidata al canto straziato e penetrante del polistrumentista senegalese Baaba Maal. Questa dicotomia fra – semplifichiamo – suoni africani e musica “bianca” accompagna tutto il lavoro, a volte intrecciandosi fittamente con esiti spiazzanti ed emozionanti, come in “Waterfall fight”o “Phambili”, o lasciando libero corso ai primi (“Warrior falls”, “The Jabari”), altre volte distendendosi in un disperato, appellante fraseggio melodico degli archi (lo stupefacente “Ancestral plane”) oppure assaporando l’elementare e scultoreo tema principale di T’Challa per ottoni: ne scaturisce una convivenza tra due anime musicali molto coraggiosa e stimolante, affrontata senza badare a mezzi (l’organico orchestrale comprende 132 musicisti più le percussioni e un coro di quaranta elementi!), ma mai consentendo a una delle due parti di prendere il sopravvento. In “Is this Wakanda” per esempio, le percussioni tamburellano sotterranee ma vigili mentre l’orchestra si lancia in brucianti volate, altrove le pulsazioni dinamiche del tamburo “sabar” o le piroette furibonde del flauto “fula” (per il tema dell’antagonista Killmonger), strumenti etnici caratteristici che il compositore ha conosciuto in un apposito viaggio nel Continente Nero, convivono con il brontolio dei bassi e gli scatti degli ottoni; oppure, come in “Entering Jabariland”, un primordiale coro si innesta in climi sonori di grande suspense e misteriosa ancestralità. Una riprova, insomma, del notevole polistilismo di cui Göransson si dimostra qui capace e che trova proprio in alcune pagine action come “The great mound battle” o gli energici “United Nations end titles” la conferma, in una commistione di grande potenza evocativa.

Contemporaneamente alla fatica per questa variazione “politicamente corretta” del filone superhero, il compositore consegna anche la score per il politicamente scorrettissimo Il giustiziere della notte a firma del temibile Eli Roth, con protagonista Bruce Willis e remake dell’omonimo film del ’74 di Michael Winner con Charles Bronson, primo di una lunga (e pessima) serie, entrato poi ampiamente nel linguaggio comune a designare l’archetipo di un neofascismo metropolitano impegnato, di fronte alla criminalità dilagante, ad autoproclamarsi poliziotto, giudice e boia. Tuttavia, uno degli elementi che conferivano maggiore spessore e ambivalente problematicità a quel film era la partitura jazzistica di Herbie Hancock, lui sì – guarda caso – afroamericano e nume stellare del jazz statunitense nelle sue varianti fusion e funk. Era una musica fredda, scostante, ossuta, priva di qualunque trionfalismo, quasi una radicalizzazione delle score poliziesco-metropolitane di Jerry Fielding, Lennie Niehaus o Lalo Schifrin per i film di Don Siegel e Clint Eastwood.
Qui invece il taglio è, in linea con le predilezioni del regista, ossia quello di un horror postmoderno, una sorta di incubo prolungato circondato da un sound “alieno”, nel quale l’orchestra si ritrae parzialmente, soprattutto nella prima parte, per lasciare spazio ovviamente all’elettronica in un susseguirsi di momenti sospesi e raggelanti: così, se “Race to the hospital” è un elementare susseguirsi di battiti ansiogeni, “Intruders”, nella sua indeterminatezza e nei suoi effetti sensazionalistici, è pagina assai disturbata e disturbante che si chiude su pianissimi di scheletrica impercettibilità.

C’è però un altro aspetto della score, testimoniato da brani come “Jordan” o “Riding the trains”: qui tenere terzine del pianoforte sottolineano disegni striscianti e inquieti dei synt su pedali di dissonanze lunari, in un clima quanto mai allarmato. Raramente però emergono temi convenzionali o spunti leitmotivici; nel suo estremismo timbrico, Göransson punta quasi a una smaterializzazione del suono (“The reapers firs victim”, “Media takeout”), inoltrandosi in una giungla acustica fitta e ostile, dove qualche stereotipo risaputo (gli archi orrorifici di “Bowling night at El Trebol”) si alterna a soluzioni più originali e personali: ad esempio sempre gli archi, ma dolenti e salmodianti in “Knox calls” o, sul tremolo in re, in “Jordan returns”. Ancora archi e pianoforte, nello stile più lirico del compositore, aprono “Gone for good” ma solo per precipitare alla fine in un vortice di suoni raccapriccianti; sembra una continua e impossibile ricerca di pace, quella espressa anche dalla musica di Ludwig Göransson, in questa spossante altalena di violenze e tristezze, che pare placarsi solo negli splendidi “End titles”, sulle ali incerte dei violini ancora a confronto con meste terzine pianistiche.

Certo un lavoro di non facile ascolto e meno culturalmente interessante di Black Panther, ma nondimeno ulteriore testimonianza delle doti complesse e ramificate di un nome tra i più promettenti delle nuove generazioni.


La copertina del CDTitolo: Black Panther (Id.)

Compositore: Ludwig Göransson

Etichetta: Marvel Music/Hollywood Records, 2018

Numero dei brani: 28

Durata: 90′ 27”


La copertina del CDTitolo: Il giustiziere della notte (Death Wish)

Compositore: Ludwig Göransson

Etichetta: Sony Classical, 2018

Numero dei brani: 20

Durata: 54′ 22”


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