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Soundtrack: "Fury" di Steven Price

16 marzo 2015 Soundtrack 0 Commenti
Fury

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne Sonore* * *

Per il film di guerra diretto da David Ayer e interpretato da Brad Pitt, Steven Price riproduce con la sua musica lo stesso senso di claustrofobia di Gravity, realizzando una partitura coinvolgente ma non esente da luoghi comuni né di facile comunicabilità…


Dagli spazi siderali alle trincee insanguinate della Seconda Guerra Mondiale, il passo per Steven Price sembra essere tutto sommato abbastanza breve. Al punto che qualcuno ha parlato, per la partitura del film di David Ayer con Brad Pitt nel ruolo di un carrista spedito dietro le linee nemiche, di una specie di Gravity 2… Il compositore inglese avverte e riproduce con forza lo stesso senso di claustrofobia, che sia provocato in un’astronave abbandonata nel cosmo o che sia nell’inferno rovente di un tank in balia di forze nemiche schiaccianti: e vi fornisce un tipo di risposta analogo, soprattutto nella qualità del sound, che ancora una volta predilige l’elettronica ma coniugandola con aspre, drammatiche dissonanze orchestrali – affidate principalmente al lavoro degli ottoni – e con la martellante, minacciosa presenza di un coro prevalentemente maschile. In tal modo lo scenario musicale che ci si apre dinanzi è irrealmente cupo, sinistro, alieno, laddove ad alcuni interventi solistici (una riprova immediata se ne ha in “April, 1945″), come il violoncello, compete un soffio di umanità e di impotente disperazione. Fra impulsi ritmici irresistibili, pesanti, e tessiture orchestrali acute si fa largo un tema di due note che deve faticare per non soccombere all’atmosfera da battaglia che tutto sembra travolgere.
Anche in “The war is not over” il bisbiglio minaccioso del coro misto si dipana in un’andatura dolorosa strascicata, mentre la voce femminile di “Fury drives into camp” e “Refugees” punta all’evocazione di un sentimento di tragedia sottolineata dal contrasto con gli ottoni gravi, pesanti, e con l’intervento pacato del pianoforte nella riesposizione del tema conduttore. Procedendo nell’ascolto, sembra di poter evincere che il mix di orchestra ed elettronica sia elaborato da Price allo scopo di creare intorno all’orrore del conflitto un alone di astrazione quasi surreale, depauperato da qualsiasi tono epico o romantico; in questa direzione va “Ambush”, con i suoi vasti effetti di riverbero, e soprattutto il lungo “The beetfield”, che par voler assemblare in sé tutte le tipologie dello score, partendo da un incombente ostinato ritmico con lo sforzando degli ottoni, per arrivare a un sillabato compulsivo, orffiano del coro su dissonanze spigolose dell’orchestra che punta poi diritta sul registro acuto lasciando voce femminile e pianoforte a dialogare in solitudine.

Atmosfere da quiete prima della tempesta dominano anche in “Airfight”, dove il tema principale appare vulnerabile e perorante, ridotto alla sua essenzialità, come pure “The town square”, che per tutta la prima parte offre dissonanze morte e acuminate dei violini e poi esplode in una raffica elettronica che si spegne in un nuovo pianissimo. Ma la combinazione più efficace del polistilismo di Price si ha probabilmente in “Emma”, dove la ritmica elettronica sostiene gli ampi drappeggi degli archi e i sognanti vocalizzi del coro, alla ricerca di un clima di pace e di serenità quasi irraggiungibile; così come sul piano opposto “Tiger battle” è sicuramente il brano di “war music” più esplicito e diretto, in una ricapitolazione di modi e di stili che non sfugge tuttavia a una genericità di linguaggio e di idee, fondamentalmente affezionate alle incursioni ritmiche di tastiere e coro e all’evocazione di un caos organizzato ma sovente piuttosto prolisso. Del resto, è un rischio questo che il compositore sembra correre consapevolmente nel proprio eterogeneo modo di procedere, che peraltro è condotto avanti con indubbia ed esemplare coerenza; “On the lookeout” vibra di una tensione solo apparentemente sottomessa nei lunghi fraseggi degli archi scanditi da un ritmo solenne, funebre, e “This is my home” rivela una volta di più, ove ce ne fosse bisogno, la netta dicotomia della partitura fra il dinamismo grintoso, aggressivo dell’elettronica, e il realismo spasmodico, accalorato dell’orchestra; un’alternanza che sembra stringersi anche intorno alla successione delle pagine, con “Machine” che lentamente edifica una potente enunciazione del tema principale e “Crossroads” che è di nuovo action music inframmezzata da frequenti pause di ritenzione sonora, “Still in this fight” che nel risuonare poderoso dei corni dispiega grandiosamente tutto il proprio afflato eroico e “I’m scared too” che gli si oppone trepidante e sommesso nel canto femminile, nelle sonorità astrali e nel salmodiare dei violini e del cello, “Wardaddy” ancora più rarefatto e introspettivo e il conclusivo “Norman”, che è un’impressionante, declamatoria e inappellabile riproposizione del tema principale in tutta la sua immanenza.

Dunque certamente un lavoro non facile né di immediata comunicatività, questo di Price, e nemmeno esente da luoghi comuni o da una certa irrisolutezza, ma tuttavia senza dubbio coraggioso sotto il profilo degli accostamenti e coinvolgente sul piano puramente emozionale.


La copertina del CDTitolo: Fury (Id.)

Compositore: Steven Price

Etichetta: Varese Sarabande, 2014

Numero dei brani: 19

Durata: 67′ 08”


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