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Soundtrack: "Hugo Cabret" di Howard Shore

23 aprile 2012 Soundtrack 0 Commenti
Roberto Pugliese, 20 Aprile 2012: * * * *
In collaborazione con Colonne Sonore

Continua la collaborazione tra Howard Shore e Martin Scorsese, iniziata nel 1985 ma sottolineata da maggior vigore nel terzo millennio. Questa volta, Shore compone uno score traboccante di nostalgia filologica per il vecchio cinema e di amore per la musica popolare europea…


La collaborazione tra Howard Shore e Martin Scorsese, iniziata nel lontano 1985 con Fuori orario (il primo titolo non cronenberghiano cui il compositore canadese prestava la propria opera) ma ripresa con più vigore nel terzo millennio a partire da Gangs of New York, cade in un momento particolare nella fulgida carriera del 65enne maestro di Toronto. Ricoperto di legittima gloria per la titanica impresa del Signore degli Anelli (e aspettando il prossimo Lo Hobbit), Shore ha anche acquisito in quella circostanza le stimmate di compositore epico, sontuosamente sinfonico e impressionistico, leitmotivico e rigoglioso: caratteristiche che nessuno gli avrebbe attribuito all’apogeo del suo ultratrentennale sodalizio con David Cronenberg, che ha viceversa individuato in Shore uno dei compositori cinematografici dotati del più profondo, penetrante e incombente sentimento tragico, ma un tragico spesso sommesso, notturno, mai enfatizzato, espresso con un’orchestrazione quasi opaca, cupa, sotterranea, e con scelte armoniche avviluppanti, ambigue, sinistramente indefinite. Ma contemporaneamente – e dopo – l’impresa tolkien-jacksoniana, Shore ha proseguito su strade diverse dal sinfonismo travolgente e ineguagliabile di quella fatica (culminata in una vera e propria monumentale “Lord of the Rings Symphony” in sei movimenti, disponibile anch’essa per la Howe Records in un doppio CD), sia nel prosieguo del rapporto con Cronenberg (culminato nelle coltissime parafrasi wagneriane di A Dangerous Method), sia in direzione di un alleggerimento stilistico verso orizzonti più fantasy o sentimentali, come per Mimzy il segreto dell’universo o il capitolo Eclipse della Twilight Saga. Un eclettismo che la varietà stessa dei temi e degli stilemi del cinema scorsesiano sembra favorire in Shore, dal colorismo d’epoca per Gangs of New York ai toni lugubri di The Departed sino, ora, a questo delizioso divertissement traboccante di nostalgia filologica per un cinema – e un tempo – che fu, nonché di amore per la musica popolare europea, e francese nella fattispecie.

L’organico strumentale, meticolosamente assemblato dallo stesso Shore, è particolare e rivelatore: oltre agli archi, a pianoforte e chitarra e a una selezionata sezione di percussioni (compreso un set anni ’30), esso include infatti la cosiddetta “musette” o accordion, una pianola, chitarre zigane, la celesta, il cimbalom e le onde Martenot (sulle quali c’è Cynthia Millar, celebre solista – anche nelle più tarde partiture di Maurice Jarre – di questo strumento antesignano di tutte le soluzioni elettroniche)… Insomma, una serie di fonti sonore volte a restituire un paesaggio ambientale, cronologico e psicologico intimamente connesso con la location parigina, con il clima rétro sostanzialmente festoso e un po’ naïf della storia e con la spiccata “sensiblerie” del regista per gli anni – e i protagonisti – della nascita del cinema. Un assemblaggio che si impone sin da “The thief” attraverso un tipico tema di valzer da Rive Gauche, sorridente e malinconico, intarsiato su un ostinato di archi, arricchito dall’intervento trasognato della musette lungo una linea melodica divagatoria e in minore mentre l’incalzare degli archi e l’intervento delle Martenot conferiscono alla pagina un tono di fantasismo d’azione onirico ma nitido. Si tratta del tema portante di Hugo, che l’intensa e limpida voce della chansonniere Zaz, al secolo Isabelle Geffroy, reclutata allo scopo da Shore, ci proporrà in coda col titolo di “Coeur volant”.

L’organico, lieve e delicato, porta con sé anche precise opzioni tematiche e melodiche, come ha sottolineato lo stesso Shore, che sostiene di aver semplificato le proprie abituali procedure di scrittura in funzione di una maggior adesione a situazioni e personaggi, qui molto particolari. L’elemento ritmico svolge una funzione primaria in questo score, sia con un dilagante effetto-ticchettio che restituisce bene il senso dello scorrere del tempo e dei numerosi macchinari e orologi che popolano il film, sia come struttura di sostegno semantico e timbrico: “The chase”, scandito e secco, e “The clocks”, che confida all’accordion l’esposizione del tema di “Coeur volant” con ulteriori excursus nella più genuina atmosfera da Ville Lumière, ne sono un esempio con gli squadrati e inquietanti incisi ritmici e i ticchettanti ostinati.
Il gentile dialogo tra pianoforte, chitarra, violini e fiati di “Hugo’s father” declina tutto il potenziale lirico dell’ispirazione shoriana, che mai come in questa circostanza volge verso il proprio più genuino baricentro tragico, giocando soprattutto sulle continue modulazioni armoniche, sugli arpeggi degli archi e su tonalità timbriche sobriamente funeree destinate a divenire protagoniste assolute in “Ashes”. Una marzialità comica, caricaturale, di cui s’incaricano fagotto e archi su uno sfondo militaresco di tamburi, attraversa “The Station Inspector”, fornendo così un ritratto grottesco, quasi stravinskyano del ridicolo personaggio interpretato da Sacha Baron Cohen. “The Movies”, chiamando all’appello celesta e archi ma vincolandoli sempre a un “obbligato” ritmico garantito dalla batteria e sul quale aleggia costante il valzer leitmotivico, introduce a uno degli elementi più difficili della partitura, ossia l’ingresso musicale nel mondo fatato del cinema dei primordi, quello di Georges Méliès: cinema che, come noto, nacque e rimase muto per statuto e vocazione. La cifra scelta dal compositore canadese è quella di un lirismo struggente ed evocativo, che a questo punto trova negli strumenti caratteristici (accordion, chitarra, Martenot) un fortissimo fattore identitario e memorialistico.
Il caleidoscopico favolismo magico della partitura, perseguito attraverso una trasparenza raveliana di scrittura, riappare nelle circonvoluzioni di “The Message”, e nel rapsodismo sospeso di “The Airmore” e “Purpose”, percorso da accordi ansiosi degli archi e da continue pause: la tecnica orchestrale di Shore, il cui dispiego titanico e wagneriano avevamo imparato a conoscere nella Trilogia dell’Anello, si piega e ripiega qui in soluzioni più contenute ma non meno penetranti, anche nelle sue più dichiarate e significative opzioni cameristiche. Ecco tornare “Coeur volant” in “The plan”, che associa accordion a piano e tremoli inquieti degli archi, mai rinunciando a un moto liquido e perpetuo dell’arpa che tiene costantemente in movimento il paesaggio sonoro. Lo stesso moto perpetuo che, negli archi e sommessamente, si fa largo in “Trains”, facendo del ritmo un pulsare lieve e psicologico sul quale fare improvvisamente emergere un episodio più mosso e crescente, per spegnerlo poi in un sussurro.
In un brillare e tintinnare di percussioni e celesta, con i violini a sostenere delicatamente, si apre “Papa Georges made movies” che, insieme al successivo lungo “The invention of dreams”, attraversa la genesi del cinema mélièsiano, il suo onnivoro fantasmagorismo favolistico e surreale, ricreando il sound delle prime orchestre e formazioni che furono chiamate a eseguire musica dal vivo davanti a uno schermo, e rincorrendone di volta in volta tutte le opzioni di genere, dal mitologico all’avventuroso, riproponendone affettuosamente gli stilemi musicali da pianola d’accompagnamento (puntualmente chiamata in causa), ma secondo una strategia oculatissima di citazioni e una strumentazione che si fa qui di straordinaria, quasi abbagliante trasparenza. Il paragone corre immediato al premio Oscar Ludovic Bource di The Artist, ma qui non v’è traccia del sinfonismo psicologico e ultracolto del francese, a favore piuttosto di un polistilismo impalpabile e giocoso, fluttuante e segmentato, che restituisce il sapore visionario e illusionistico di quell’avventura e di quella fase cruciale per i primi anni della storia del cinema: si noti la coda pensosa e severa del brano, con quieti, mesti accordi del pianoforte e l’accordion in sottofondo.
L’atmosfera si surriscalda nuovamente in “The Ghost in the Station” e “A train arrives in the Station”, che non disdegnano effetti di puro mickeymousing, in un reticolo di pause continue, crescendi e brusche interruzioni, affidando al fagotto nuove movenze caricaturali e contrapponendo in una precisa chiave psicologica la famiglia di strumenti “locali”, scoppiettante e veloce, alla rude e goffa pesantezza di ottoni e percussione, il tutto su ritmi alquanto sostenuti, pur se al piano, delicato e notturno, è affidata in coda del secondo brano una suadente esposizione, puntualmente raddoppiata dalla musette, del valzer portante.
I trilli lividi degli ottoni e le irrequietezze degli archi, cooptati in andature quasi circensi, con tromba solista e musette che si accoppiano in movenze di valzer, fanno adombrare in “The Magician” quasi un emulo di Danny Elfman (forse Shore ricorda di aver eccezionalmente e non senza polemiche sostituito il musicista prediletto di Tim Burton in Ed Wood). Una pacata ma toccante ricapitolazione è affidata a “Winding it up”, di saltellante, innocente leggerezza strumentale e irresistibile fascino evocativo nel far riascoltare un’ultima volta dalla voce così speciale della musette, rinforzata dal cimbalom, il tema portante della partitura forse più “europea”, nostalgica e intenerita che Shore abbia composto nella sua ormai lunghissima carriera, probabilmente riandando con la memoria agli anni della propria infanzia e della scoperta di un mondo meraviglioso di suoni, sogni e colori chiamato Cinema.


Titolo: Hugo Cabret (Hugo)

Compositore: Howard Shore

Etichetta: Howe Records, 2011

Numero dei brani: 21 (20 di commento + 1 canzone)

Durata: 67′ 45”


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