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Soundtrack: "La corrispondenza" di Ennio Morricone

22 febbraio 2016 Recensioni 0 Commenti
La corrispondenza

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne Sonore* * *

L’ennesima collaborazione con Giuseppe Tornatore dimostra come in Morricone l’inesausta ricerca del suono e sul suono rappresenta, a prescindere dagli esiti e anche in questa fase così tarda della sua creatività, una spinta intellettuale ed etica imprescindibile, prima ancora che una necessità espressiva…


Del trittico di partiture che pressoché contemporaneamente sono state varate a cavallo tra 2015 e 2016 da Ennio Morricone, quella per il film di Giuseppe Tornatore rappresenta senz’altro la più “familiare”, un ritorno a una collaborazione iniziata ormai quasi trent’anni fa con Nuovo Cinema Paradiso (e il cui vertice qualitativo è senz’altro Una pura formalità) e che ha visto progressivamente il regista siciliano legarsi di un rapporto quasi filiale di devozione e fiducia nei confronti dell’87enne maestro romano. Forse è proprio questa – come dire – quieta e rassicurante confidenza reciproca a rendere lo score il meno interessante del terzetto, come se l’immediata, istintiva intesa che intercorre fra i due avesse allontanato – complice sicuramente anche la natura “privata” e intimistica del film – ogni velleità innovativa (The Hateful Eight) o di dolente coralità (En mai, fais ce qu’il te plaît) a favore di un percorso più linearmente comunicativo e interiormente pacificato.

Naturalmente gli standard del maestro lievitano ormai a quote talmente elevate che per fare un grammo di ciò che in lui definiamo routine occorrerebbero centinaia di sforzi (vani) di altrettanti compositori correnti (un discorso che vale anche per l’altro grande vecchio della musica per film contemporanea, John Williams), sicché La corrispondenza si rivela in buona sostanza una partitura di piacevolissimo ed emozionante ascolto, aureolata di una fascinazione sottile e pervasiva, insinuante, evocativa di un sentimentalismo distanziato, anche se talvolta a rischio di stucchevolezza. Un simile approccio passa innanzitutto per un’estrema semplificazione linguistica, come si evince a cominciare da “La casa sul lago”: un lungo divagare cantilenante del pianoforte che si appoggia su una serie di densi, pacati accordi degli archi, a costruire un percorso labirintico che abbozza un toccante Leitmotiv, ma sembra puntare a nessun luogo, intriso di una profonda tristezza mista a smarrimento. Ma è il successivo, lunghissimo (quasi un quarto d’ora) “Una stella, miliardi di stelle” a costituire quasi un manifesto programmatico del comporre morriconiano in questa fase sublimemente crepuscolare della sua poetica. Una serie composta da otto coppie di quartine del pianoforte, rigorosamente replicate due a due e strutturate in un’implacabile progressione di intervalli, forma un’introduzione che ben presto si percepisce come intelaiatura formale per una stratificazione timbrica crescente: vi si aggiungono infatti poco a poco gli archi ma soprattutto una chitarra elettrica di suggestiva ascendenza pinkfloydiana, che si rivelerà protagonista in più d’una pagina, a cominciare da “Improvvisazione in sol”, strumentato da Morricone secondo coordinate pop-sinfoniche molto vintage e avvolgenti (l’organico è quello prestigioso della Czech National Symphony Orchestra ma, come per The Hateful Eight, non è specificato il direttore: probabilmente lo stesso maestro coadiuvato da assistenti).

Se “Stuntgirl” inizia con peroranti enunciazioni degli archi ma esibisce poi più ritmo (percussione, pianoforte e bassi ostinati) senza però raggiungere una particolare efficacia, il commosso adagio di “Due camere in hotel” possiede un’intensità di fraseggio cui è difficile resistere, Morricone però alterna in questa partitura momenti di puro abbandono lirico (i migliori, anche se si avverte la mancanza di un’idea melodica forte, portante) con visioni metafisiche di incorporea astrazione timbrica, ottenute con il ricorso all’elettronica (“La corrispondenza”) in costante interazione con orchestra e pianoforte. Lo score acquisisce così un sapore inafferrabile, enigmatico, non sempre risolto ma sempre affascinante. Spiccano poi alcune pagine di scrittura rigorosamente neoclassica, come l’assolo pianistico di “Una storia nella storia”, architettato secondo moduli ossequiosamente bachiani, o il nuovo adagio per archi di “L’infinito spazio”, spezzato da continue pause interrogative e ripreso poi in “Una luce spenta”: nel quale l’intervento del violino solo, in dialogo col piano, precede un nuovo intervento della chitarra e una chiusa di sconsolata tranquillità. “Parabola astratta” prosegue lungo questo itinerario sostanzialmente autoreferenziale, inanellando brevi frammenti melodici e armonie indistinte, mentre “Calco” riprende il tema principale reintroducendo il violino solista e poi il pianoforte in un dialogo a distanza. “Veloce corsa” sembra spezzare la programmatica monotonia di queste atmosfere con un cadenzato, drammatico, ripetuto inciso cromatico discendente del synth e del tremolo degli archi su cui s’inseriscono contrappuntisticamente acute spigolature dei violini, ma anche qui è ancora una volta la ripetizione quasi ossessiva di una cellula germinatrice a generare un senso di oppressione e di fatalismo. Così è anche l'”Invenzione breve” un momento di transitorio, impalpabile onirismo, mentre il conclusivo “Disperata chitarra”, come da titolo, affida nuovamente al solista un climax decisamente inconsueto, quasi da underground anni 70, testimoniando però che in Morricone l’inesausta ricerca del suono e sul suono rappresenta, a prescindere dagli esiti e anche in questa fase così tarda della sua creatività, una spinta intellettuale ed etica imprescindibile, prima ancora che una necessità espressiva.


La copertina del CD di La corrispondenzaTitolo: La corrispondenza

Compositore: Ennio Morricone

Etichetta: Warner Chappell, 2016

Numero dei brani: 16

Durata: 65′ 14”


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