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Soundtrack: "La teoria del tutto" di Jóhann Jóhannsson

27 aprile 2015 Recensioni 0 Commenti
La teoria del tutto

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne Sonore* * * ½

La colonna sonora del biopic su Stephen Hawking sembra provenire da latitudini molto più meridionali di quelle dell’estremo nord da cui proviene il suo poliedrico autore. Una partitura dalle intenzioni edificanti e rispettosa della storia d’amore che costituisce l’ossatura del film…


Sembra provenire da latitudini molto più meridionali di quelle dell’estremo Nord di cui è originario il suo autore, la partitura del poliedrico compositore islandese per il biopic sulla tormentata esistenza dell’astrofisico e scienziato Stephen Hawking. Vi spirano infatti un calore, una delicatezza, una lievità di timbri quasi mediterranei. Archi, celesta, chitarra, pianoforte, arpa e legni vi formano un impasto cullante e sofisticato, lungo volute melodiche semplici e pacati ritmi ternari, in cui più d’uno ha ravvisato – e non a torto – una marcata influenza desplatiana, depurata però di tentazioni minimaliste (maggiormente presenti nella precedente partitura del compositore islandese, Prisoners) e soffusa piuttosto di una luminosità timbrica trasparente e di vibratile eleganza formale.
È stato anche giustamente osservato che Jóhannsson, autentico uomo-orchestra abituato a passare dall’acustico all’elettronico con grande disinvoltura, non si piega ai generi ma preferisce mescolarli: nel caso in specie, tuttavia, la contaminazione appare relativa, anzi notevolmente squilibrata a favore di un penchant neoromantico, intenerito e a tratti sentimentale, ben espresso in quel carezzevole valzerino strettamente associato al protagonista e che fa la propria apparizione in una linea d’archi eterea e limpida a partire da “Domestic pressures”.

Desplat, si diceva: sicuramente ne appaiono reminiscenze evidenti nell’impalpabile tessitura delle melodie e nella grazia mendelssoniana della strumentazione, curata dall’autore insieme a Anthony Weeden (quest’ultimo sensibile e attento direttore coadiuvato da Ben Foster negli Abbey Road Studios), con trepidi tremoli degli archi (“Cavendish labv”) a sostenere le elucubrazioni del piano, che predilige arpeggi e costruzioni d’impronta bachiana, o meste frasi dei celli. Jóhannsson si muove infatti in delicato equilibrio fra tonalità patetiche, crepuscolari, e aperture speranzose, di lirica orizzontalità: lo dimostrano brani come “The origins of time” e “Viva voce”, dove il tenue disegno discendente degli archi e poi dei legni evoca un’altra presenza forte, quella di Ennio Morricone, ancora più netta nel valzer di “The wedding”, con la melodia interrotta dei violini sostenuta dal clavicembalo elettrico che si estende poi in un’ampia frase di sapore vagamente donaggiano; sembra quindi abbastanza chiaro, senza che questo nulla tolga ai suoi meriti, che il musicista del Nordeuropa assorbe e rielabora volentieri influenze e suggestioni provenienti da alcuni dei suoi più illustri colleghi.
Anche le ricorrenti fasi, i frequenti momenti di drammaticità o di tensione vengono da Jóhannsson risolti nella direzione di una assoluta semplificazione strutturale (“Collapsing inwards”, “A spacetime singularity”) e di una intransigente rarefazione dei piani sonori: il pianoforte continua a divagare in arabeschi quasi scarlattiani, gli archi sostengono il discorso con discrezione (“A normal family”, un adagio di rassegnata pacatezza), altre presenze disegnano il profilo di quiete, rassicuranti ballate. Vi sono certo momenti più movimentati, come il brevissimo “Rowing (alternate version)”, ma a prevalere nettamente è una pacata, piuttosto ossessiva circolarità, sospesa nel tempo e nello spazio, come la ripresa del tema principale dal cello solista in “Camping”, o i lenti e severi accordi di “Coma”. I cinquanta secondi scarsi di carillon discendente su due note, circondato da volute di archi, di “The voice box”, illustrano bene il metodo sottrattivo di Jóhannsson, così come l’ostinato successivo di “A brief history of time”. L’assottigliamento dei timbri si accentua con il progredire della vicenda, confinandosi in un registro sempre più acuto e nel tintinnare della celesta (“Daisy Daisy”), così come si intensifica lo scambio fra strumenti su un medesimo, elementare disegno melodico, ad esempio piano e arpa in “A model of the universe”; e se l'”Epilogue” ripropone il tema di Hawking in un’andatura ottimisticamente sciolta e velocizzata, irrorando di un positivo sentimento di fiducia la partitura, il conclusivo “The whirling ways of stars that pass” per sola arpa è un pezzo mirabile, cristallino, di concezione francescana.
La parabola umana, pubblica e privata, di Stephen Hawking esce così aureolata da una partitura dalle intenzioni sicuramente edificanti e attente alla grande storia d’amore che costituisce l’ossatura principale del film, ma nondimeno nel suo impianto sussurrante, discreto e quasi reticente impartisce una lezione di pudore stilistico assolutamente preziosa.


La copertina del CD di La teoria del tuttoTitolo: La teoria del tutto (The Theory of Everything)

Compositore: Jóhann Jóhannsson

Etichetta: Backlot Music, 2014

Numero dei brani: 27

Durata: 48′ 59”


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