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Soundtrack: "Lanterna Verde" - "X-Men: L'inizio"

29 agosto 2011 Soundtrack 0 Commenti
Roberto Pugliese, 26 Agosto 2011: * * *
In collaborazione con Colonne Sonore

Due esempi di come i compositori hollywoodiani stiano creando una musica specifica per i film tratti dai fumetti di supereroi. Due personaggi di case editrici rivali, musicati da due compositori dalla carriera ben diversa, ma con alcuni punti in comune…


Esiste un “comic musical touch”, inteso come un particolare stile della musica per film applicato all’ormai dilagante filone dei più celebri fumetti di supereroi? E’ dal Superman di John Williams e dal Batman di Tim Burton, giù fino al Captain America di un quasi irriconoscibile Alan Silvestri e al Thor di un imprevedibile Patrick Doyle che il quesito ha acquistato una propria legittimità, pur senza trovare finora risposte univoche. Trattandosi di blockbuster, il comune denominatore è una muscolarità sonora palese, che però in alcuni casi si affina di mezzi più sofisticati, grazie al particolare ingegno dei compositori. La multiforme fantasia coloristica di Danny Elfman, ad esempio, ha costruito autentiche cattedrali musicali visionarie per la serie Spider-Man e ha nobilitato financo il barcollante Hulk di Ang Lee (assai più di quanto riuscì cinque anni dopo al pur valente ma generico Craig Armstrong per la versione di Louis Leterrier); e per quanto riguarda la serie X-Men la partitura del compianto Michael Kamen per il primo capitolo resta un faro di invenzioni rispetto agli score successivi (ma qui torneremo).
La fortissima spinta concorrenziale innescata da Marvel da un lato e DC Comics dall’altro ha aguzzato ovviamente la creatività anche dei compositori che, pur dovendo sottostare alle regole ferree di prodotti ad alto tasso di spettacolarità, hanno cercato anche di differenziarsi nei linguaggi. Proprio il confronto tra le due più recenti “parti” delle due major editoriali, Lanterna Verde per la DC e il prequel di X-Men per la Marvel ne rende possibile una interessante verifica, anche per il ben diverso profilo dei due compositori chiamati all’opera.

Il sessantenne californiano Howard è ovviamente un veterano, e un eclettico per formazione e vocazione, capace di trasporsi da paesaggi sonori imponenti e minacciosi a fini tessiture quasi cameristiche (lo attesta anche il recentissimo Come l’acqua per gli elefanti). Nel settore che qui ci interessa, il suo “touch” è talmente particolare e individuale che lo si è potuto ben accostare all’inconfondibile impronta zimmeriana nelle due partiture a quattro mani per Batman Begins e Il Cavaliere Oscuro di Nolan. L’approccio di Howard al caleidoscopico mondo fantasy del giustiziere verde è palese sin dal “Prologue and Parallax unbound”, dove sul ritmo scandito e ossessivo di percussioni elettroniche si alza negli ottoni un tema verticale per ottave di scultorea elementarietà: ottoni che torneranno, in accordi e trilli apocalittici, nella coda del brano, in una autentica tempesta di suoni. E’ un biglietto da visita che lascia pochi dubbi sul taglio, tendenzialmente aggressivo e virulento, dello score (“Abin Sur attacked”), in cui grande orchestra ed elettronica si mescolano per ottenere uno scenario sonoro continuamente instabile. Può darsi che la collaborazione con Zimmer (il cui talento è come un virus contagioso, tanto prezioso per il suo portatore quanto pericoloso per chi lo contrae senza i dovuti vaccini…) abbia creato effetti collaterali come per l’ipertechno e martellante “Drone dogfight”, ma squarci di ripiegamento strumentale, come le frasi per archi di “Carol scolds Hal”, e addirittura qualche citazione herrmanniana in “Did Adam put you up to this?”, brano quasi liturgico nella propria solennità, ribadiscono che Howard rimane intimamente distante da quel mondo e più incline a sperimentazioni complesse e poliedriche. Sensazionali alcune soluzioni timbriche in crescendo (archi impazziti e ottoni furibondi nell’incipit di “The Ring chooses Hal”) e l’uso rumoristico delle percussioni, come in “Genesis of Good and Evil”, in cui però riaffiorano tentazioni liriche e meditative e la cui parte finale esibisce un eloquio melodico disarmante. Proprio questo continuo immergere anche gli spigoli più acuminati di violenza sonora in un contesto epico e solenne rappresenta la caratteristica saliente della partitura (“Welcome to Oa” e “We’re going to fly now”), che certo non brilla per particolari guizzi leitmotivici, a parte il già accennato primordiale tema d’inizio, e sicuramente pecca di alcune ripetitività in sede tecnica (l’insistenza un po’ monotona delle percussioni elettroniche): ma l’impatto a livello sonoro (“The origin of Parallax”, “Run”) è difficilmente resistibile, e il dispiego di mezzi impressionante. I due lunghi brani, quasi sette minuti e mezzo l’uno, posti in chiusura, “You have to be chosen” e “Hal battles Parallax”, propongono volutamente atmosfere più cangianti e variegate: il primo facendo riecheggiare nei corni lontani il Leitmotiv principale e poi sviluppando in modo complesso un “lento” per archi fatto sfociare in una gigantesca perorazione tra coro e ottoni; il secondo architettandosi come scandita musica da battaglia in una struttura accordale e appellandosi agli archi perché seguano il ritmo forsennato delle percussioni in una esibizione di adrenalina sonora allo stato puro.

L’inglese Henry Jackman appartiene a una generazione successiva (1974) ed esce direttamente dai “lombi” di Zimmer, del quale è stato music programmer e arranger in diverse occasioni, dal Codice da Vinci a Il Cavaliere Oscuro a Pirati dei Caraibi. La saga dei mutanti Marvel ha conosciuto il tematismo malinconico e inconfondibile di Kamen, l’ingegneria sonora di precisione di John Ottman e una generica, tonitruante colossalità con John Powell. Sin da “First class” è chiaro che Jackman (di cui ricorderemo almeno Monsters vs. Aliens e Kick-Ass) ricerca un contenuto musicale specifico: l’ostinato degli archi, il nobile tema degli ottoni, l’incalzare del ritmo denotano un compositore attento alla sostanza, e desideroso di lasciare il segno. Possibilmente senza banalità. Funzionale e coreografico lo spazio all’elettronica, e sorprendenti certi fraseggi meditabondi fra archi e piano come in “Would you date me?”. Lo schema variativo dato al malinconico leitmotif ascendente, spezzato in staccati di celli, bassi e ottoni sull’ostinato dei violini, in “Not that sort of bank”, risalta ancor di più se messo a confronto col sound chitarristico e artefatto (sul medesimo materiale tematico) di “Frankenstein’s Monster”. Esiste indubbiamente in Jackman, malgrado i suoi studi classici a Oxford, un retroterra pop-rock dovuto alla discendenza diretta dal padre Andrew Pryce Jackman, tastierista dei The Syn e collaboratore degli Yes, ma in questa circostanza esso affiora come reminiscenza citazionistica (“Cerebro”), all’interno di un ben più complesso lavorio sulla materia sonora. Alcuni “tòpoi” (la distorsione degli archi, il crescendo spezzato di colpo: ne abusa un brano come “Rise up to rule”) risultano comuni al genere, ma riscattati da una implacabile organizzazione delle armonie e dall’evidente lezione zimmeriana in termini di progressioni ed escogitazioni sonore (in “Cold War” emergono echi da Inception).
Il tematismo obliquo, semitonale è costante e ricorrente, e sostenuto da una ritmica quasi persecutoria, a volte divertita e pop-eggiante (“X-training”), altre volte astutamente manipolata in chiave sontuosamente bellicosa (si faccia caso alla puntigliosa costruzione di un brano come “Let battle commence”). Ma in parentesi come “Rage and serenity”, di un limpido lirismo per archi e chitarre, o “To beast or not to beast”, dal pianoforte sommessissimo che apre la strada al fraseggio degli archi, con tanto di assolo del violoncello, appare quasi un altro compositore, intimista e ripiegato. Impressione che “Sub Lift”, col suo pompierismo trionfalistico negli ottoni, vorrebbe disperdere, ma che invece torna nel malinconico “Mutant and proud” per archi divisi e nel cupo, pensoso “X-Men”, prima che il conclusivo “Magneto” si reimpadronisca del motivo conduttore a salire in una versione techno-sinfonica energetica e squadrata.

L’esperienza consumata di Howard, dunque, e l’intraprendenza fantasiosa di un giovane zimmeriano a confronto su due contesti simili: un’operazione utile anche a comprendere le strade possibili per la musica in un genere così apparentemente “blindato” e diffidente verso eccessive aspirazioni al nuovo.


Titolo: Lanterna verde (Green Lantern)

Compositore: James Newton Howard

Etichetta: Sony Classical, 2011

Numero dei brani: 16

Durata: 50′ 07”


Titolo: X-Men: L’inizio (X-Men: First Class)

Compositore: Henry Jackman

Etichetta: Sony Classical, 2011

Numero dei brani: 20

Durata: 60′ 33”


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