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Soundtrack: "Le idi di marzo" di Alexandre Desplat

19 marzo 2012 Soundtrack 0 Commenti
Roberto Pugliese, 13 Febbraio 2012: * * * ½
In collaborazione con Colonne Sonore

Uno dei massimi compositori cinematografici d’Europa, ma anche uno dei più attivi, il francese Alexandre Desplat di dimostra ancora una volta a suo agio con atmosfere e modalità filmiche totalmente diverse, realizzando una partitura inquietante per il thriller politico di George Clooney…


L’iperattivismo del compositore francese, unito al suo instancabile cosmopolitismo, fa sorgere qualche sospetto sulla permanenza e la durata qualitativa di un talento che sinora si conferma tra i maggiori della musica per film europea contemporanea. Desplat nasce infatti come musicista “autoriale” del cinema francese di fine ‘900, accademicamente colto e consapevole dei retaggi di un minimalismo sinfonico, fortemente drammatizzato, che ha i suoi maestri in Philip Glass e Michael Nyman (e che, per quanto riguarda Desplat, si esplica in modalità a tutt’oggi insuperate nella formidabile, implacabile sequenza musicale d’incipit di Birth – Io sono Sean).
Ora, sempre ricordando che ai tempi della Golden Era i compositori si producevano in ben altri tour de force (ricordiamo il caso Max Steiner, capace negli anni 30 e 40 di controllare una decina di score contemporaneamente), e in casi più recenti gli anni 60 e 70 del nostro Ennio Morricone, va detto che trovare Desplat pressoché nello stesso momento à l’affiche con l’ultimo, squillante ed esoterico Harry Potter, con il magma composito e polisemico del Tree of Life di Malick, con il caustico e catafratto humour nero del pezzo chiuso composto per il Carnage polanskiano e lo struggente liederismo di quello per My Week with Marilyn, con la distaccata ma pulsante partecipazione emotiva di Il discorso del Re e infine con le oscure, labirintiche atmosfere del thriller politico di Clooney, crea un certo effetto di spiazzamento.

Con l’eccezione del primo titolo, in tutti gli altri sembra che una delle preoccupazioni principali di Desplat sia quella di evitare ogni appariscenza, ogni inutile effetto esibizionistico, tendendo piuttosto – come nel suo stile – a integrare la propria partitura in un contesto drammaturgico e sonoro più ampio e comprensivo, sin quasi a scomparirvi dentro. Una procedura più evidente in Malick e nel tema per Marilyn inserito dentro lo score di Conrad Pope, viceversa più sottile e mediata nel caso del film di Clooney, dove la scelta riguarda maggiormente i “colori” strumentali – opachi, spenti, indefiniti – e l’adozione di ritmi cadenzati regolari, lenti, iterati, intimamente funebri. Questi ultimi appaiono chiaramente sin dalle prime battute di “The Ides of March”, con il solenne e lento dipanarsi del tema degli archi, di una toccante drammaticità, sullo sfondo di un ritmo militare (tamburi e timpani), in una vera e propria Trauermarsch. Non cambia il clima in “Undercurrents”: lo staccato ossessivo degli archi, con l’alzarsi di un barlume leitmotivico in violini e poi celli, si muove su note sperse del pianoforte e un costante quanto discreto sfondo percussivo (esemplare l’uso dei timpani): è una pagina squisitamente desplatiana, nella quale non si cerca né si trova una soluzione, una gratificazione armonica o tematica ma solo una lunga serie di quesiti irrisolti. La luminosa tromba sola che leva un tema assai semplice, solare e molto “patriottico” – accompagnata da altri ottoni – in “Behind the flag” possiede anch’essa, dietro le apparenze di circostanza, un retrogusto commemorativo, mentre l’insieme di archi, pianoforte gocciolante, effetti elettronici e percussione in “Paranoia” appartiene più a un certo manierismo riempitivo cui purtroppo, in tanta prolificità, non sempre il compositore parigino riesce a sottrarsi.

L’inciso-base di “The candidate”, costituito di sole tre note e ripetuto quasi compulsivamente e ininterrottamente dagli archi dapprima, poi rinforzato dalla batteria, finisce col divenire l’ossessivo Leitmotiv della partitura nonché, nella sua asciuttissima economia espressiva, un momento di grande tensione interiore, sul quale i fiati alzano per contrasto un disegno di note tenute, vaganti, asseverato da un crescendo di ottoni e da una struttura progressiva incalzante. Il “minimalismo alla Desplat” è infatti, sempre, movente drammatico e universo sonoro inquieto, mai cerebrale: lo prova anche il bellissimo “Molly’s solitude” che su pedale di celli e nuove pulsazioni ritmiche elettroniche (molto discreto l’uso delle tecnologie), fa riecheggiare suoni irreali di una tastiera, prima di un’ulteriore, struggente entrata degli archi, impastati in un adagio che trasmette un senso profondo di dolore e desolazione. Ritroviamo l’inciso-base di “The candidate” confidato al pianoforte in “Doubt”, e sovrapposto a quell’eco marziale sinistro che proviene dal suono del tamburo militare e di una tromba sperduta e solitaria, mentre “Molly” fa risaltare – sempre nel pianoforte – un tema già apparso in precedenza, costruito per semitoni sconsolati, armonicamente piuttosto ardito e intriso di un senso di cupa fragilità. La fissità armonica e l’apparente, inamovibile regolarità dei decorsi ritmici non contribuiscono affatto a rendere lo score prevedibile o monotono, fatte salve forse alcune pagine ascrivibili più a una sorta di tappezzeria della suspense psicologica (“Zara vs. Duffy”) cui peraltro sono in pochi, oggi, a saper rinunciare; anzi, sono proprio questo andamento e questa struttura sostanzialmente imperscrutabili e indeflettibili a tradursi in un’atmosfera opprimente, di minaccia trattenuta e pronta a esplodere.

Ma Desplat, lo sappiamo, non è compositore che ami alzare i toni (quando vi è costretto, come negli ultimi Harry Potter, gli esiti non sono brillantissimi): lo affascina piuttosto l’utilizzo espressivo dei timbri, come i laceranti, lamentosi disegni per viola campionata di “The Intern”. E al retroterra classico del cinquantenne musicista basta poco più di un minuto, in “Stephen Meyers”, per emergere in un assolo pianistico di beethoveniana severità. Il bipolarismo tra momenti strumentali neoclassici e full immersion in paesaggi sonori indecifrabilmente sospesi nel vuoto è accennato in “The Betrayal” (che termina con celli e bassi a riaffermare perentori l’inciso-base) ma è soprattutto esperito in “Lobbying”, una sorta di fascia sonora ricapitolativa che, tenendo come punto fermo il solito pulsante disegno percussivo più o meno arricchito, vi reinserisce brandelli melodici degli archi e spettrali echi da elementi precedenti. “Fired” è una nuova, breve e soffocante, costruzione in progressione ritmica, dominata come quasi tutto lo score da un suono di fondo che ha la plusvalenza di un incubo dell’inconscio. Mentre si può prendere a mo’ di divertissement autoironico “The Campaign”, che su un ritmo di marcetta militare ben scandito dal tamburo, trasforma l’inciso-base di tutta la partitura, affidato a flauti e ottavini, quasi in uno sberleffo satirico, sotto al quale però le consuete, lunghe e malinconiche note tenute degli archi raccontano tutta un’altra storia.

Un lavoro sostanzialmente alquanto inquietante, che agisce sottotraccia, si direbbe subliminalmente, nel corpo del film e nelle impressioni dell’ascolto: ancorché a rischio di alcune ripetitività e di vedersi confinato a “rumorista qualificato”, pensiamo che sia comunque questa la cifra stilistica più consona a Desplat, cui poco e male si addicono sia le lusinghe di blockbuster altisonanti sia le metafisiche autoriali e citazionistiche di registi (vedi il caso del film di Malick) che, anche musicalmente, hanno altro per la testa.


Titolo: Le idi di marzo (The Ides of March)

Compositore: Alexandre Desplat

Etichetta: Colosseum VSD, 2011

Numero dei brani: 15

Durata: 38′ 48”


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