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Soundtrack: "Lucy" di Eric Serra - "Under the Skin" di Mica Levi

17 novembre 2014 Soundtrack 0 Commenti
Lucy - Under the Skin

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne Sonore* * ** * * * *

La star hollywoodiana più pagata, blandita e ammirata del momento – Scarlett Johansson – sembra anche essere quella più soggetta a “mutazioni” di ogni tipo: aliena divoratrice di uomini per il film di Jonathan Glazer, dotata di inattesi e forse indesiderati poteri speciali grazie a una superdroga in quello di Luc Besson…


La star hollywoodiana più pagata, blandita e ammirata del momento, Scarlett Johansson, sembra anche essere quella più soggetta a “mutazioni” di ogni tipo: aliena letteralmente divoratrice di uomini per il film di Jonathan Glazer, dotata di inattesi e forse indesiderati poteri speciali grazie a una superdroga in quello di Luc Besson. Il suo volto, oscurato tra le stelle e biancheggiante fra codici cifrati, campeggia non a caso simbolicamente sulle copertine delle rispettive soundtrack. Soundtrack che si muovono, diciamolo subito, in una direzione di perentorio estremismo antinaturalistico (soprattutto quello di Mica Levi), di minuziosa, gelida manipolazione laboratoriale del suono, mescolando fonti acustiche ed elettroniche e costruendo due paesaggi inquietanti, frastagliati, di mutevole e inquieta artificiosità.

Per Serra si tratta della collaborazione n° 14 con Besson, a coronamento di un sodalizio ormai ultratrentennale che ha confermato nel 55enne compositore parigino un inesauribile inventore di soluzioni e orizzonti sonori, oltre che un abilissimo tecnocrate della musica che ha saputo escogitare attraverso i diversi generi percorsi dal regista altrettanti impasti elettroacustici non meno che struggenti aperture liriche e, all’occorrenza, robusti appelli sinfonici.
Non fa eccezione in tal senso Lucy, che forse però sconta una certa stanchezza d’ispirazione, svelata nella ripetitività di alcuni espedienti e, soprattutto, nell’opzione – che pare abbastanza evidente – di garantire al film uno “sfondo” sonoro omogeneo, isolandovi alcuni momenti esterni: come ad esempio “Sister Rust” di Damon Albarn, già frontleader degli inglesi Blur, o “Sling the decks” della band elettronica statunitense The Crystal Method, o ancora, secondo una predilezione classica ricorrente in Besson (basti pensare al Donizetti di Il quinto elemento), l’Introitus dal Requiem di Mozart nella superlativa edizione dei Berliner Philharmoniker diretti da Riccardo Muti. Dunque, una partitura con “remote control”, sottoposta a procedure di sviluppo quasi matematiche, spesso scarnificata sino a ridursi a pura pulsazione percussiva (“Flicking through time”), a un claustrofobico susseguirsi di fasciature e spirali sovracute (“Lucy and Lucy”) o a veri e propri sound effects di impatto scenografico (le due suite “Mr. Wang’s bloody”). In questo contesto apparentemente impenetrabile e inaccessibile, che forma una cornice ambient a tratti soffocante, l’orchestra si introduce con alcune struggenti frasi degli archi (“Origin of the world”) cui si aggiunge un sognante vocalizzo femminile (“Melt into matter”), creando una dimensione onirica e vagamente allucinatoria. Accelerazioni percussive, echi e riverberi sinistri, ticchettii e rimbombi, una sorprendente parentesi jazz (“All we have done with it”) e filamenti di melodia stroncati sul nascere costituiscono il tessuto connettivo di uno score che ha i suoi momenti migliori nelle fasi dinamicamente più concitate (“Disintegration”), per il resto confermandosi parte integrante e fisiologica di una messa in scena algida, tagliente e immaginifica.

Se il lavoro di Serra resta nei confini di una dignitosa routine perfettamente inserita nelle coordinate del suo sodalizio bessoniano, a rivelarsi davvero perturbante e angosciosa è l’incredibile, sconvolgente partitura di Mica Levi, più nota come Micachu, per il fantanoir di Glazer. La ventisettenne artista britannica, compositrice e autrice, che con la sua band The Shapes porta avanti già da anni una meticolosa ricerca sulle combinazioni tra musica elettronica, avanguardia storica e polistrumentismo, è qui al suo debutto nella musica per film, e sembra voler compulsare tutte queste tendenze facendole implodere su se stesse, piegando le risorse tecniche all’ottenimento di un’atmosfera malata, vischiosa, cupamente notturna, che di fatto cannibalizza il film palesandosi, nello stesso tempo, come il suo ineluttabile risvolto acustico.
Concretamente, la partitura è modellata su una temeraria manipolazione degli archi (settore per il cui trattamento anticonvenzionale Micachu è celebre), ridotti a un tremolante lamento in “Creation”: il suono vibra raggelato sul ponticello, sino a suggerire un sommesso ruggito, un nebuloso grumo sonoro che sembra galleggiare minaccioso. «Stavamo esaminando il suono naturale di uno strumento – ha dichiarato l’autrice spiegando il proprio metodo – per cercare di trovare qualcosa di umano identificabile in esso, poi rallentando il tutto o cambiandone il passo per farne risaltare la sensazione di disagio». Questo fluire quasi informe, intossicante, possiede in realtà un ordinamento interno implacabile, che evoca – specie appunto nel trattamento spietato degli archi – alcune pagine di Ligeti. “Lipstick to void” e “Andrew void” ricordano un brulicare di insetti ma anche un’eco del pensiero che si traduce nell’idea centrale della partitura: un tema strascicato di tre note dei violini alzato su una scansione lenta in 2/4 del tamburo, una via di mezzo fra il lamento di un animale ferito e una disperata, impotente richiesta d’aiuto. Questa soluzione diventa un tutt’uno con la protagonista-predatrice, pedinandone le peregrinazioni con minime variazioni e aggiunte, sempre delegate al suono acido, stridulo e tormentato degli archi; il trattamento degli strumenti suggerisce nella Levi, oltre al già citato Ligeti, la sicura conoscenza di alcuni esiti del Novecento storico come Boulez o Nono, soprattutto nell’esplorazione quasi microbiologica delle potenzialità meno note e meno naturalistiche delle fonti di suono.
A tratti si ha la sensazione di un’improvvisazione libera, caotica, smentita però dal rigore ferreo del tutto evidente nella scrittura; gli interventi degli archi si attorcigliano su se stessi in “Mirror to vortex” e poi si distendono inaspettatamente in una furtiva parentesi tonale, intrisa di mesto cromatismo ma volutamente distorta e incerta nell’intonazione, in “Lonely void” e soprattutto in “Bedroom” e “Love”, con il risultato di suscitare una sorta di fantasmatico, mortuario lirismo cui non poco contribuiscono le rarefatte, impassibili vibrazioni del synth.
Vi è insomma in questa straordinaria prova di Mica Levi, oltre all’applicazione particolarmente felice e coerente di un “metodo” creativo a un contesto filmico al punto da divenirne parte indissolubilmente costitutiva, anche una costante e spiazzante oscillazione tra la dimensione del sublime e quella del dolore, tra una specie di metafisica del suono ottenuta forzandone alcune leggi (soprattutto dal punto di vista della tecnica di esecuzione) e una spietata contemplazione delle decomposizioni cui tali forzature possono dar luogo. Una dialettica misteriosa, che affonda le proprie radici nell’inconscio dell’ascolto, e che unisce al più audace sperimentalismo il richiamo profondo e inesprimibile dell’Ignoto.


La copertina del CDTitolo: Lucy (Id)

Compositore: Eric Serra

Etichetta: Idol, 2014

Numero dei brani: 32 (29 di commento + 2 canzoni + 1 brano classico)

Durata: 62′ 30”


La copertina del CDTitolo: Under the Skin (Id.)

Compositore: Mica Levi

Etichetta: Milan Records, 2014

Numero dei brani: 16

Durata: 46′ 53”


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