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Soundtrack: "Mission: Impossible 4" di Michael Giacchino

9 aprile 2012 Soundtrack 0 Commenti
Roberto Pugliese, 24 Febbraio 2012: * * * *
In collaborazione con Colonne Sonore

Partitura basata sul concetto del chi si ferma è perduto, Protocollo fantasma non solo conferma lo strepitoso talento di Michael Giacchino, ma ne evidenzia al massimo grado la duttile capacità di riflettere sui materiali e sulle metodologie che caratterizzano il suo operato…


Il quarto capitolo delle avventure rompicollo dell’agente Ethan Hunt segna anche un significativo ritrovo: quello tra Giacchino e Brad Bird, forse il più creativo e imprendibile regista della squadra Pixar, e ai cui Gli Incredibili e Ratatouille il compositore di ascendenze abruzzesi ha com’è noto conferito un surplus di adrenalina sinfonica molto “adulta” e cangiante. Forse è questo che spinge Giacchino a un’elaborazione dei materiali molto più sofisticata e complessa che nel precedente Mission: Impossible III di Abrams, che pure non lesinava in eccitazione sonora e trovate strumentali. Ciò che sembra contare soprattutto in questa circostanza, per il musicista, è un’organizzazione ferrea della partitura, più che mai strutturata e ruotante intorno al tema originario della serie, una delle idee più serpentine e incalzanti mai uscite dal genio di Lalo Schifrin e obbligatoriamente perno referenziale per i compositori (Elfman, Zimmer, Giacchino) succedutisi nelle versioni filmiche.

L’ostinato per archi in crescendo che apre “Give her my Budapest” e che esplode subito in rabbiose figurazioni degli ottoni esibisce una frammentazione del discorso musicale, una irrefrenabile mutevolezza del paesaggio sonoro che costituiscono la quintessenza dello score. L’instancabilità strumentale di Giacchino è nota, ma tocca qui apici sconosciuti. A tratti sembra di trovarsi dinanzi ad uno sfoggio di “libraries”, di situazioni di repertorio che il musicista connette fra di loro attraverso il leit-motiv schifriniano e tramite l’individuazione di pochi, rudimentali elementi tematici. In parte è così, perché Giacchino – musicista nel quale forse in più di chiunque altro oggi si perpetua la capillarità ingegneristica di interventi che era propria di uno Herrmann o di un Goldsmith – conosce a menadito le regole della “suspense music” dai tempi di Alias e soprattutto di Lost (dal quale ultimo continuano a venire mutuate soluzioni folgoranti, come i glissandi degli archi in tremolo di “From Russia with Shove”, brano multiforme e caleidoscopico) ed è in grado di manipolarne gli ingredienti come nessuno.
L’andatura ritmica è basata sulla cellula generatrice del tema di Schifrin, autentica “ombra di Banco” dello score, sia nelle sue versioni più riconoscibili (“Light the fuse”) sia in travestimenti variativi di ogni ordine e grado, dalle atmosfere esotiche indiane dell’irresistibile “Mood India”, dove appare rallentatissimo e semiirriconoscibile nel sitar, ai cenni per arpa di “Ghost Protocol”: brano quest’ultimo emblematico delle procedure giacchiniane, nell’alternarsi di crescendi degli ottoni, dissonanze spericolate e disarticolate, iterazione ossessiva di disegni particolarmente efficaci (le scalette dei flauti), con l’improvviso rallentare degli archi che si impastano in accordi dubbiosi e pieni di angoscia. Altrove (“Hendrick’s Manifesto”) si è all’effetto sonoro puro e semplice, una scansione lenta, rintoccante e funebre della percussione intersecata da una linea di violini e dal tambureggiare di un piccolo bongo. I temi, in Giacchino, esplodono travolgenti quando meno te li aspetti: l’appassionata perorazione degli archi, anch’essa di impronta fortemente etnicheggiante, di “A man, a plan, a code, Dubai” lo dimostra con un tocco quasi vintage (vengono in mente temi alla Newman o alla Tiomkin, maestri che Giacchino conosce sicuramente bene) così come, a proposito di riferimenti esotici, il colore “russo” garantito dal coro in brani come “Kremlin with anticipation” – al di là delle circostanze narrative che lo giustificano – riesce a caricarsi di filologica credibilità e genuinità musicali rare.

Giacchino è anche il creatore di congegni a volte molto semplici, molto elementari, quasi sempre rigorosamente basati sull’impiego orchestrale tradizionale (elemento che lo rende figura unica nel panorama della sua generazione): la costruzione di “Love the Glove”, l’ostinato dei bassi, la breve, pigolante figurazione dell’oboe, il nuovo ostinato degli archi che sfocia in una frase a salire verso i legni e verso una ripresa timida del tema di Schifrin, tutto all’apparenza senza uno scopo e una mèta, con bongo e vibrafoni sul fondo, pedali tenuti e rinforzati che s’interrompono bruscamente, sono l’epitome di un modulo compositivo che mentre tiene d’occhio l’insieme concepisce questo stesso insieme come somma di dettagli ciascuno a sé stante, potenzialmente autonomo. La figura sfuggente dei violini che introduce “Mission Impersonatable”, e le successive note tenute degli stessi sul minaccioso affacciarsi degli ottoni, poi il lungo glissando in pianissimo per agganciarsi in zona acuta a una conclusione sospesa nel nulla, sono soluzioni che confermano l’imprevedibilità dei percorsi che Giacchino sceglie nella costruzione delle sue partiture. Ancora, i lunghi “Moreau trouble than she’s worth” e “Mumbai’s the word”, nella loro persino provocatoria frammentarietà sono brani perfettamente “chiusi”, razionali, quasi fusioni fredde di materiali roventi (il secondo – un piccolo capolavoro – inserisce voci, suoni e stilemi indiani come corpi estranei eppure perfettamente funzionali dentro i labirintici marchingegni sinfonici dello score). Il lavoro è prevalentemente svolto sugli archi, che nell’orchestra di Giacchino hanno ruolo dominante, ma sta poi al ritmo sostenutissimo delle percussioni imprimere un’andatura soffocante, cui si adeguano archi e ottoni, fra trilli e scalette demoniache. Perché è ovviamente il ritmo l’altro grande atout, oltre all’orchestrazione funambolica, di questo score: un ritmo che – anch’esso – si spessa e si frastaglia in continuazione, alternando momenti di stasi esterrefatta ad accelerazioni insostenibili. Ed è proprio dall’elemento ritmico fornito in prima battuta dal tema di Schifrin, introdotto come una rincorsa dal celebre trillo dei violini con scaletta ascendente, che Giacchino trae molte delle energie e delle risorse: perché su questo ritmo continuamente galoppante, perennemente di corsa, si stagliano a volte drammatici, incombenti richiami degli ottoni (“Out for a run”), convertiti in una figurazione di tre note martellante e discendente che la sapienza dell’orchestrazione giacchiniana può rendere apocalittica.

Con tutta evidenza, quando si accennava prima all’impressione di una compilazione di “libraries” vecchia maniera, si intendeva anche che il musicista è abilissimo nella decantazione dei propri stessi stereotipi, cui è il primo a guardare con (auto)ironia. D’altronde la coazione a ripetere (di un inciso ritmico, di una soluzione armonica, di una figura melodica spesso brevissima, di un espediente timbrico) per Giacchino ha un significato solo se è inserita in un clima di tensione costantemente ottenuta con la movimentazione dei materiali e la difficoltà di prevederne in anticipo gli sviluppi. Quanto dire che se egli utilizza un repertorio sostanzialmente non vastissimo di “attrezzi”, li rimescola e rimonta però ogni volta in modo quasi mai simile ai precedenti. Così ad esempio, il sussultorio incalzare di “World’s Worst Parking Valet”, tenuto vivo anche su tessiture dinamiche non eccessive (i pianissimi di Giacchino sono forse ancora più efficaci dei suoi fortissimi), pur riconoscibilissimo e individuato come opzione ritmica dall’inizio dello score, acquista nuova linfa grazie all’instabilità armonica, al contrappunto feroce fra ottoni (tromboni e trombe in particolare), all’intervento sempre destabilizzante e nevrotico degli archi. Mentre “Putting the Miss in Mission”, con quell’adagio per archi raccolto e severo dell’inizio cui si aggiungono i tocchi dell’arpa, rappresenta un’oasi di tranquillità pressoché unica, ma anch’essa conseguita riflettendo sempre, puntualmente, sull’architettura interna della pagina: così l’arpa, riverberata, da sostegno diviene protagonista di un dialogo mesto e toccante con viole e celli: il tutto lascia poi spazio a un intervento pianistico riflessivo e malinconico, e ancora al fraseggio composto e rasserenato degli archi (che dimostra in Giacchino un compositore molto più devoto alla “forma” di quanto non ci s’immagini). Solo la coda del brano si concede, sommessamente, di ammiccare e preludere all’ultima enunciazione pirotecnica (“Misson: Impossible Theme, Out with a Bang version”) dell’impetuoso e saettante motto di Schifrin.

Partitura basata sul concetto del chi si ferma è perduto, Mission: Impossible – Protocollo fantasma non si limita a riconfermare lo strepitoso talento di un musicista ormai dilagante ma – ciò che più conta – ne evidenzia al massimo grado la duttile capacità di riflettere, pur enfatizzandoli, sui materiali e sulle metodologie che caratterizzano il suo operato. Ne esce l’immagine di un musicista del cinema “contemporaneo” che conosce ed ha assimilato tutte le maestrie e gli espedienti del passato, ma è in grado di rielaborarli, surriscaldarli, innovarli e restituirli all’ascoltatore contemporaneo con una potenza e una immediatezza pari solo alla spontanea e allegra istintività con cui la musica sembra uscirgli dal cervello.


Titolo: Mission: Impossible – Protocollo fantasma (Mission: Impossible – Ghost Protocol)

Compositore: Michael Giacchino

Etichetta: Colosseum VSD, 2011

Numero dei brani: 22

Durata: 76′ 31”


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