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Soundtrack: "Marilyn" di Alexandre Desplat/Conrad Pope

13 febbraio 2012 Soundtrack 0 Commenti
Roberto Pugliese, 25 Novembre 2011: * * * * ½
In collaborazione con Colonne Sonore

Soundtrack composito, a più facce e più voci, con brani d’epoca, riarrangiamenti fatti per l’occasione, pezzi composti “alla maniera di” e uno score scritto in parte a quattro mani e in parte separatamente da due compositori notevolmente diversi fra loro…


Siamo dinanzi a un soundtrack complesso, in cui è necessario innanzitutto fare un po’ d’ordine: in questo film inglese il regista Simon Curtis racconta la settimana che nel 1957 Marilyn Monroe trascorse in Gran Bretagna per le riprese del film Il principe e la ballerina, diretto e interpretato da Laurence Olivier (con cui la star intrecciò una tormentata love story), e i momenti trascorsi in compagnia dell’aiuto regista Colin Clark (dai cui diari è tratta la sceneggiatura), dopo che il marito di Marilyn, lo scrittore Arthur Miller, aveva lasciato il paese.

Non è certo il primo film sul mito di Marilyn ma è forse uno dei primi che la scruta in uno dei momenti più particolari del suo mestiere di diva e di attrice, divisa fra uomini, dubbi, solitudini e sbandamenti interiori. Il che, nella scrupolosa ricostruzione filologica e ambientale di Curtis, porta diritti a un soundtrack composito, a più facce e più voci, costruito per livelli interni ed esterni, con brani d’epoca, altri riarrangiati per l’occasione, altri ancora composti “à la manière de” e infine – come se non bastasse – uno score originale scritto in parte a quattro mani e in parte separatamente da due compositori notevolmente diversi fra loro quali Alexandre Desplat e Conrad Pope. Quest’ultimo, che è anche il produttore della partitura nonché l’orchestratore e il suo puntuale e attentissimo direttore d’orchestra, è come si sa soprattutto – appunto – un infaticabile orchestratore di scuola americana, uno strumentatore e collaboratore prezioso di musicisti per il cinema, a cominciare – manco a dirlo – da quel John Williams cui è vicino sin dai tempi di Star Wars e Indiana Jones per arrivare al recente Tintin.
E siccome non si condivide per decenni l’avventura artistica di un gigante come Williams senza subirne una qualche influenza, ecco che la prima cosa ad essere rilevabile nella parte di score composta da Pope è un “touch” williamsiano (ma anche horneriano e newtonhowardiano…) che induce quasi a sorridere di tenerezza: “Colin runs off to the circus” è una pagina mossa, scoppiettante e briosa, dalla strumentazione lieve e scattante, le cui opzioni armoniche, il moto continuo degli archi e soprattutto la loro linea melodica, gli interventi dei legni, tutto insomma declina apertamente le influenze del maestro newyorkese nel suo versante più “leggero” e cordiale: una presenza che si accentua nel più scattante ed energico “Driving through Pinewood” e nella scrittura per archi distesa e accorata di “Paparazzi”, dove il melodismo williamsiano dilaga nella prima parte, per cedere invece il passo nella seconda ad abili movenze pop-jazzistiche, vagamente manciniane, e d’epoca. Del resto, la big band scatenata e quasi kentoniana che si esibisce in “Colin joins the circus/Mr. Jacobs” e “Eton Schoolyard” dimostra bene la padronanza che Pope ha dei materiali jazzistici d’origine, rinfrescati e rivivificati con rara immediatezza.

Il fatto è però che in questo score ci sono un paio di convitati di pietra, che si chiamano appunto Alexandre Desplat e, in veste di esecutore, Lang Lang. Il che concorre a formare un trio di talenti il cui amalgama fornisce un esito decisamente sorprendente. Desplat firma il “Marilyn’s theme” iniziale, un “lento” pianistico irresistibilmente commovente, fondato su una ricorrente figura melodica ascendente, e che il pianista cinese – ormai molto dedito anche alla musica per film – restituisce con sfumature, rubati, pianissimi (lo si riascolti anche in “Marilyn alone”) e fraseggi da notturno chopiniano. Il contributo di Lang allo score proseguirà nella partitura, anche con interventi brevi ma sempre emotivamente sensibili, ma ciò che è interessante osservare è che il tema di Desplat diviene, anche nelle pagine firmate da Pope, l’asse leitmotivico portante, per quanto orchestrato in modo assai più distensivo e (occorre ripeterlo?) “williamsiano” rispetto alla sobrietà paraminimalista e rarefatta (almeno ad inizio carriera) dell’ormai onnipresente musicista francese.

Parrebbe dunque che Pope si sia addossato il ruolo, del resto a lui ben congeniale, di orchestrare e declinare in più forme il tema desplatiano sennonché, in alcune pagine composte in tandem (basti per tutte la splendida, struggente “Arthur and Marilyn”), il rapporto fra i due musicisti sembra farsi assai più paritario: la massa di archi divisi che, ad esempio nel brano testè citato, espone il “Marilyn’s theme”, si prosciuga in una severità di fraseggio molto desplatiana: una stilizzazione di atmosfere, affidata prevalentemente al ruolo solistico dei legni (flauto e oboe) e a un mesto controcanto di archi – anche in ruolo solistico – che Pope, quando compone da sé, sembra far propria in un brano come “Arthur’s notebook” o nella limpida tessitura acuta degli archi di “Vivian screens Marilyn”. Anche “Overdose”, pur ruotando ineluttabilmente intorno al magnetico tema della protagonista (una di quelle pagine la cui semplicità strutturale è direttamente proporzionale all’efficacia drammaturgica e musicale), svela sotterranee irrequietezze nelle figurazioni dell’arpa, negli accordi del piano e nell’incessante movimento in tremolo degli archi. Ma quando è Desplat solo a firmare (“Colin’ heartbreak”) questo stesso tema prende altezze liriche inedite: flauto e oboe prima, poi le dita d’oro di Lang Lang, in un paesaggio sonoro incerto e titubante, di pizzicati e sospensioni, ne rivelano ben più che l’accattivante cantabilità, trasformandolo in realtà in sommessa elegia funebre. Strada proseguita, da Desplat e Pope a braccetto, anche nello struggente “Colin and Marilyn”, dove sempre arpa, celesta, oboe e archi tremanti sembrano perdersi nell’orizzonte di una musica che rincorre irraggiungibili memorie del passato. “Such stuff that dreams are made of”, del solo Pope, è forse il suo capolavoro: un adagio per archi che si richiama strutturalmente al Marilyn’s theme ma variandone il decorso melodico e delegando ai legni (oboe e clarinetto) un dolente compito solistico. E in “Remembering Marilyn”, di cui è autore il solo Desplat, è forse Pope a influenzare di più il musicista d’oltralpe, accerchiando Lang Lang con un tappeto di archi morbidissimi e divisi, ma lasciando al solista il consueto compito di una coda appassionata e straordinariamente chiaroscurata.

Resta ovviamente da dire dei pezzi “esterni”, che tutto sono qui fuorché tappezzeria ornamentale. A parte il riascolto, nostalgico ma anche filologicamente prezioso, di “Memories are made of this” di un sornionissimo Dean Martin, dell’adrenalinico “Un, dos, tres” della Tropicana Orchestra e di due meravigliosi hit di Nat King Cole rimasterizzati per l’occasione, “You stepped out of dream” di Nacio Herb Brown tratto dal musical Ziegfild Girl del 1941 e una versione di “Les feuilles mortes” di Kosma e Prévert disarmante sino alle lacrime, va ricordato che la protagonista Michelle Williams è chiamata all’impervio compito di restituire la particolarissima, vibrante, infantile e insieme sensuale vocalità della Monroe. I cultori e i filologi della Marilyn originaria (non riproducibile sotto nessuna forma, lo sappiamo…) discuteranno a lungo anche degli arrangiamenti orchestrali peraltro impeccabili firmati da David Krane, ma resta il fatto che in alcuni frangenti, tutti tratti da film musicali che consegnarono la Monroe alla leggenda anche nella sua veste di singer, la Williams mette i brividi per immedesimazione, soprattutto nella dizione e nel “respiro”: si pensi a “When love goes wrong, nothin’ goes right” di Hoagy Carmichael, che proviene da Gli uomini preferiscono le bionde di Howard Hawks (1953), e a seguire “Heat Wave” di Irving Berlin, da Follie dell’anno di Walter Lang (1954); forse persuade meno, per lo schiacciante confronto con l’originale, “That old black magic” di Mercer e Harold Arlen, da Fermata d’autobus di Joshua Logan (1956), ma in compenso brilla – anche per l’opzione “mista” adottata – “I found a dream” di Richard Addinsell, composto proprio per Il principe e la ballerina di Olivier, e che Pope ha l’ottima idea di inserire all’interno di un brano di commento “It’s a wrap”, molto frizzante e palpitante fra archi, legni e pianoforte, contestualizzando poi la Williams quasi all’interno di un’aria da operetta (il che, del resto, era la caratteristica principale del film), per suggellarla in chiusura con una delicatissima rilettura del “Marilyn’s theme”.

In sintesi, un patchwork densissimo e a tratti complicato, ma sicuramente stimolante, di musica di ieri e di oggi, con tutti i passaggi intermedi, che ha condotto due compositori dalle strade molto divaricate a incontrarsi nel nome e nel ricordo non banale di uno dei pochi, veri idoli che abbia avuto la storia del cinema.


Titolo: Marilyn (My Week With Marilyn)

Compositore: Alexandre Desplat, Conrad Pope

Etichetta: Sony Classical, 2011

Numero dei brani: 27 (19 di commento + 8 canzoni)

Durata: 58′ 40”


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