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Soundtrack: "Super 8" di Michael Giacchino

14 novembre 2011 Soundtrack 0 Commenti
Roberto Pugliese, 28 Ottobre 2011: * * * * ½
In collaborazione con Colonne Sonore

Ennesima collaborazione tra il regista-produttore JJ Abrams e il compositore Michael Giacchino, quella per Super 8 è una colonna sonora ricca di atmosfere imprevedibili e continuamente diverse, di brani fulminei e di idee musicali a pioggia, mai ripetitive né banali…


Il tandem, ormai consolidatosi soprattutto attraverso il pilastro della serie Lost, fra J.J. Abrams e Michael Giacchino, si trova con Super 8 dinanzi a un interessante problema di natura prettamente linguistica. Tecnicamente parlando infatti, il nuovo Abrams è un “monster movie”, filone molto in auge al momento (sotto la medesima egida era il pur superiore Cloverfield), ma strutturalmente siamo di fronte a un esercizio di sfacciato e spericolato metalinguismo a due strati: l’horror a tutto tondo del film vero e proprio, e l’horror fai-da-te che i giovani e smagati cinefili protagonisti si trovano a poter girare, come suol dirsi, “sur place”. I due elementi, le due fasi non vengono separate nel lavoro del compositore, che procede instancabile, e forte di una tecnica impareggiabile, nella propria evocazione di atmosfere continuamente diverse e imprevedibili, utilizzando risorse rigorosamente strumentali e dando fondo a tutto il proprio parco-effetti (distorsioni, glissandi, pause, pedali…) in termini di meccanica e dinamica della suspense musicale. Ma ciò non diversificherebbe Giacchino da uno dei tanti manovali del soundtrack oggi in circolazione se non fosse che in lui palpita costante e insopprimibile una felicità inventiva e leitmotivica a volte costruita anche per escogitazioni fulminee (molti dei track, qui, non superano i 40 secondi…) o per intuizioni melodiche disarmanti e nostalgiche, inserite in una tavolozza di tensioni e repentini mutamenti di paesaggio sonoro che spiazzano l’ascoltatore in continuazione.

Tre le idee fondative dello score, che peraltro procede per frammenti, a volte schegge brevissime, le prime due enunciate nell’iniziale “Super 8”: un primo tema, più che altro un inciso, a salire in crescendo di quattro accordi negli archi divisi, lasciato sospeso in modo allarmante, e un secondo tema carezzevole e familiare, quasi distratto e spesso ripreso dal pianoforte. Sono due idee semplici e forti, ma Giacchino le isola nel resto della partitura in una ricerca continua di atmosfere alternative: “Aftermath class” ad esempio, ci riporta dinanzi a quelle dissonanze strisciate degli archi che ben conosciamo, contrapposte a un disegno cupo e discendente di celli e bassi (ringrazieremo mai abbastanza il musicista di origini abruzzesi per il suo indefesso attaccamento all’orchestra?), su cui si articolano ulteriori interventi di tensione strumentale (arpa, legni, pedali e glissandi di archi, minacciosi brontolii di ottoni), che però vanno a confluire in una ripetizione progressiva del primo tema. E’ un paesaggio, un’atmosfera che in meno di sei minuti cambia almeno una dozzina di volte, e dove la tecnica leitmotivica (il tema n.1 riesposto dal tremolo di celli e bassi e poi variato in un furioso “allegro” generale) fa da ancoraggio strutturale; “Thoughts of cubism”, che inizia cantabilmente e distensivamente e finisce con un tipico crescendo distorto e interrotto, o “Breen there, ate that”, furioso ingorgo di dissonanze, sono pagine tipicamente “lostiane” mentre a farsi largo è un concetto di strumentazione molto articolata ed impressionistica, non accumulatoria, (“Premonition woes”, “Train of thought”), che intreccia secondo percorsi preordinati le varie sezioni (archi e legni soprattutto), raramente alzando i toni (“Cercle gets the cube”) e giocando prevalentemente sui fortissimi contrasti dinamici. Fa capolino poi il terzo, mesto tema di malinconico alleggerimento che sentiamo esporre dall’arpa sugli archi in “Dead over heels”: la stessa arpa che accenna al secondo tema, sommessamente e su tremoli poco rassicuranti degli archi, in “Gas and go”, dove spunta una ulteriore idea in coda, un pesante e maligno ritmo di marcia negli ottoni su scansione dei bassi.

Come si vede, idee a pioggia ma mai banalizzate in una ripetizione indifferente: Giacchino si serve del Leitmotiv per architettarvi sopra scenari sonori molto più diversificati e conflittuali, difficili da circoscrivere. Uno splendido pezzo, ancorchè al solito molto breve, è “Mom’s necklace”, peraltro poi non utilizzato nel film, che associa il terzo e il secondo tema in una orchestrazione delicatissima per archi, celesta e arpa, con tremoli sul ponticello e ampio fraseggiare delle viole. Nuovo, formidabile studio sulla suspense è “Shootus interruptus”, che inizia con un agitato movimento degli archi su accordi cupi dei corni e si sviluppa su circonvoluzioni dei violini sempre pedinati in lontananza dai corni, per finire con il consueto “crescendo interruptus” degli archi…
Si torna al secondo tema, inizialmente, in “Thoughts of mom”, in un clima di serenità presto polverizzato dalla ringhiante affermazione del primo tema negli ottoni e da avvelenate dissonanze che si concludono con l’accenno al funesto tema di marcia. Consequenzialmente, ritroviamo questa idea in apertura di “Woodward bites it”, mentre i legni accennano al primo tema; è qui che si capisce come, pur nell’apparente frammentarietà e segmentazione dello score, Giacchino mantenga in realtà una visione incredibilmente omogenea e unitaria dello schema complessivo. Un’oasi irreale (piano, arpa, un leggero riverbero) è “Alice projects on Joe”, che cantilena intorno al tema n.2 riproponendoci un’orchestrazione di trasparente e commovente liquescenza. Il primo tema è invece la base strutturale di “Neighborhood watch – Fail”, esposto prima dai violini poi ripetuto incessantemente da archi e arpa a velocità diverse e con continue pause, come un grande punto interrogativo senza risposta: nella seconda parte, poi, trasformato in trampolino per una serie strepitosa di variazioni in crescendo dei violini. E’ il preludio alla terza parte del brano, una delle pagine più violente e contrastate (ma anche le iperboli sonore di Giacchino hanno un sound particolare, sinistro e livido, mai pompieristico), che tuttavia continua a mantenere il primo tema, con quei quattro ossessivi accordi, come incombente punto di riferimento. Pagina marziale, scandita ma sempre formalmente controllatissima è “The evacuation of Lillian”, che ruota intorno al tema di marcia ma tessendovi intorno ancora una volta una serie di sapientissime e depistanti variazioni: il gusto del contrasto anche dinamico, fra pianissimi e fortissimi, accelerazioni brusche e immobilizzazioni altrettanto improvvise su pedali in sovracuto degli archi, è un altro dei marchi di fabbrica del compositore. I toni marziali si accentuano in “Lambs of the lam”. Corni e legni, poi archi, rievocano come uno spettro il primo tema in “Woodward’s home movies” ma l’intersezione con tutto il resto del materiale leitmotivico è ormai continua, inestricabile, il contrappunto fra le parti diviene un groviglio guardato a vista dalla tecnica strumentale del compositore, che esplode a tutta forza negli ottoni ululanti e nell’ostinato dei bassi di “Air Force HQ or bust” o nell’adrenalina dissonante e martellata di “World’s worst field trip”: ancora una volta ci si sorprende di come Giacchino, unico della propria generazione, riesca a stare letteralmente incollato all’azione cinematografica, anzi facendone parte integrante, arrivando nel contempo a costruire intelaiature musicali di straordinaria laboriosità, addirittura “pezzi chiusi”, totalmente autonomi e autoreferenziali.
Lo riaffermano, ove ce ne fosse bisogno, gli ultimi quattro brani, tre dei quali inusitatamente lunghi (soprattutto “Creature comforts”, oltre 10 minuti, quasi una suite), dove il materiale viene ricapitolato e decantato in uno stile sinfonico senza paragoni. “The siege of Lillian” è pagina “barbara” nell’incipit quasi da “Sacre du printemps” stravinskiano, ma dall’epilogo singolarmente neoclassico negli archi sempre in costante contrappunto e dialogo reciproco. “Creature comforts” è una sorta di collettore musicale di tutto quanto già sentito: sovrastati dal primo tema, che si ripropone in continuazione rivelandosi definitivamente come “motto” del Male assoluto, vi prevalgono effetti allucinatori di puro horror musicale, glissandi in sovracuto degli archi, derive atonali nei legni, rintocchi di piano e percussione, accelerazioni di celli e bassi (quella centrale è terrificante) troncate di netto in flautandi siderali dei violini: in mezzo a tanto caos preordinato, spicca nei celli, particolarmente accorato, il terzo tema “triste”, subito travolto da inaudite progressioni ritmiche e dinamiche di ottoni a raffica, prima di un epilogo sommessissimo tra archi e arpa. Giacchino non sta fermo un secondo in una situazione, già pensando al salto successivo da compiere: “Letting go” ci riconduce al primo tema fra amplissimi arpeggi, e ne fa la cellula motrice di una pagina vibrante, stentorea, che va a però a congiungersi ai temi n.2 e 3 strettissimamente correlati in un gioco sublime di modulazioni, e rimbalzati da celesta ad archi e orchestra piena, così da raggiungere palesemente le caratteristiche di motivi liberatori (il cantabile finale e pieno dei violini non è momento che si dimenticherà facilmente). La cosiddetta “Super 8 suite” è un sommario, più semplificato ed esplicito, del materiale tematico, che a questo punto è ormai intimamente interconnesso: esposizione del tema n.1, mediazione rasserenante del tema n.2, limpidi violoncelli nel terzo tema, riproposizione del secondo fra viole, legni e piano sul tremolo degli archi e poi l’arpeggio dei celli e l’incantatorio finale per celesta sul terzo tema, prima di spegnersi sul soffio dei violini. Giacchino può permettersi, a questo punto, esercizi di orchestrazione e sinfonismo allo stato puro: solo Alan Silvestri, prima di lui e nella generazione dei postwilliamsiani e postgoldsmithiani, lo ha dimostrato con tanta padronanza e immediatezza.

A sé stante, e ulteriore dimostrazione di funambolismo creativo, il bonus track “The case”, ossia il soundtrack per l’immaginario film-nel-film realizzato dal personaggio di Charles Kaznyk e che scorre nei titoli di coda. Abbandonando ogni materiale preesistente Giacchino cesella tre minuti e mezzo di “fear music” molto vintage, con effetti alla Ed Wood (organo elettrico, frasi smozzicate degli archi, crescendi e diminuendi continui, slanci melodici), in una specie di piccola antologia, di minirepertorio da genere a basso costo. Naturalmente nemmeno qui, e nemmeno per un secondo, viene meno il severissimo controllo sulla forma e sulle ragioni della musica, che per Giacchino vengono prima di ogni altra cosa. E’ questo che fa di lui, oggi, senza possibilità di discussione, il numero uno della propria generazione.


Titolo: Super 8 (Id.)

Compositore: Michael Giacchino

Etichetta: Varese Sarabande, 2011

Numero dei brani: 33

Durata: 77′ 09”


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