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Soundtrack: "Vestito per uccidere" di Pino Donaggio

16 dicembre 2013 Soundtrack 0 Commenti
Vestito per uccidere

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne Sonore* * * * *

Terza partitura composta da Pino Donaggio per un film di Brian De Palma, quella di Vestito per uccidere è considerata la vetta più alta della loro lunga collaborazione. Una sintesi di genere, un concentrato di soluzioni e invenzioni, una perfezione simbiotica nel rapporto tra note e immagini…


Quello che molti ancora oggi considerano il punto massimo, l’apice creativo della collaborazione fra Pino Donaggio e Brian De Palma, fu in realtà appena il terzo titolo del loro sodalizio, o addirittura il secondo se lo consideriamo – dopo il folgorante incipit di Carrie lo sguardo di Satana – contemporaneo all’anomalo e brillante esercizio di virtuosismo neoclassico di Vizietti familiari. Si tratta di una partitura della quale ancora oggi il maestro veneziano va legittimamente orgoglioso: innanzitutto per la completa libertà, la totale apertura di credito che gli fu concessa dal regista, raramente replicata negli anni a venire della loro collaborazione, che è recentemente ripresa con Passion dopo una pausa ventennale; in secondo luogo perché Vestito per uccidere rappresenta una sintesi di genere, un concentrato di soluzioni e invenzioni, una perfezione simbiotica e nello stesso tempo un punto già d’arrivo e di maturazione per il compositore, malgrado questi fosse “nel giro” della musica per film da nemmeno due lustri, che hanno trovato pochi eguali nella pur irresistibile carriera in crescendo di Donaggio. Certo, anche e solo all’interno del rapporto con De Palma, Blow Out è forse partitura più emozionante e dinamica; Omicidio a luci rosse forse più morbosa e inquietante; Doppia personalità forse più complessa, sfaccettata e strumentalmente raffinata. Ma nessuna di queste raggiunge la folgorante immediatezza né la fioritura di idee squisitamente musicali e insieme visive di Vestito…. Nasce con questo titolo il cosiddetto “Donaggio-De Palma” movie, sorta di sub filone dello “slasher” o “psycho-killer” movie le cui origini, com’è noto, vanno fatte risalire al leggendario Psycho di Hitchcock-Herrmann. E dal musicista-principe dell’immaginario hitchcockiano converrà infatti ripartire nel riaccostarsi dopo tanti anni a questa preziosa partitura, non tanto per alcune citazioni esplicite – veri omaggi – contenutevi e dichiarate, quanto per l’impianto metodologico complessivo, che tende a fare della musica il “personaggio in più” che si sostituisce alla sfera verbale, esattamente come accadeva sia in Psycho che nel capolavoro supremo La donna che visse due volte.

L’iniziativa editoriale della Intrada, come già accaduto per Omicidio a luci rosse, ci restituisce ora in uno sfolgorante restyling del suono il lavoro di Donaggio nella sua integrità, aggiungendo 11 tracce alle 13 comprese nel vecchio LP della Varèse, poi ristampato in CD nel ’91, per un totale di quasi un’ora di musica, il tutto accompagnato da un accurato booklet di 15 pagine con le note meticolosamente analitiche su film e score a firma di Scott Bettencourt e del produttore del disco Douglass Fake. E si resta nuovamente incantanti dinanzi alla luminosità malinconica e insinuante del tema principale in si bemolle maggiore, “Theme from Dressed to Kill” (Main Title), nel levarsi dagli archi diretti con la consueta affettuosa partecipazione dal fedele Natale Massara, prima nei violini, poi col controcanto dei celli e infine in un lento snodarsi melodico che coinvolge i legni e una sussurrante, vagamente ansiogena, voce femminile in funzione seduttiva. Perché, come ben sa chi abbia presente il film, questa pagina corrisponde all’incipit onirico di Kate (Angie Dickinson) intenta ad accarezzarsi sotto la doccia e destinato a precipitare in breve in un’aggressione da incubo, prodromica al destino che attende la donna. Un caleidoscopio, un fluire di situazioni – dall’erotismo conclamato alla tensione più angosciosa sino all’esplodere della violenza assassina – che pose a Donaggio un serio problema di “continuity” musicale. Risolto non frammentando la partitura in segmenti isolati, ma cercando e ottenendo un climax complessivo unitario, un gioco di chiaroscuri e sfumature sottili, ambigue, nel quale il lirismo melodico che è la caratterista del compositore veneziano può improvvisamente trascolorare e trasformarsi in brutale aggressività sonora: se ne ha un immediato assaggio in “Bad Night”, pochi secondi di dissonanze malvagie degli archi, percosse dagli ottoni e da un feroce scampanio. Un frammento dedicato ai momenti più perturbanti e violenti del film, e che ne ricorda da vicino un altro, precisamente quella sorta di invettiva demenziale per synt e campane che Herrmann aveva escogitato in concomitanza con gli omicidi di Le due sorelle, sempre di De Palma.
Ma sui debiti – presunti o reali – di Donaggio verso il grande modello americano molto si è scritto e detto, talvolta a sproposito. A parte la predilezione per la sezione degli archi e la tendenza a circoscrivere i momenti “clou” in forme musicali chiuse, autosufficienti, poco d’altro lega in realtà due musicisti così diversi e lontani per formazione, ispirazione e tecniche. Piuttosto è il ruolo, la funzione semantica della musica che – in alcune loro partiture riferite a questo genere cinematografico – pare nascere da una medesima concezione e da un medesimo stimolo. La celeberrima sequenza del museo (“The Museum”), oltre sei minuti di musica senza dialogo ad accompagnare l’inquietudine crescente, compulsiva dei movimenti di macchina che accompagnano il girovagare di Kate braccata dal suo pedinatore non meno che dalle proprie ossessioni, è in questo senso esemplare; in realtà si tratta di una serie di variazioni concitate, sempre più stringenti, intorno al drammatico inciso di base, una frase discendente in sol minore modulata ad altezze diverse e sottoposta a inesauribili tormenti ritmici e dinamici, in uno sviluppo contrappuntistico estremamente complesso tra archi e fiati che sembra riannodarsi continuamente su se stesso, senza trovare uno sbocco psicologico e/o armonico. Pagina contorta, perturbante e ingegnosa nella struttura armonica quanto semplice, elementare nello svolgimento strumentale: perché ciò che a Donaggio preme non è fare baccano ma spingere verso l’interazione psicologica e musicale dei temi. Ad esempio “The Note”, mesto e ondulatorio Leitmotiv che accompagna il traumatico amplesso che attende Kate al suo risveglio, diviene cellula melodica significante e presaga quando, rallentatissima e in pianissimo nei violini, conclude “The Forgotten Ring”; del pari, la riproposizione nei corni dell’inciso principale di “The Museum” contribuisce, in “Death in the Elevator”, non solo a fornire un nesso causa-effetto drammaturgico ma ad accumulare la tensione destinata a sfociare nella selvaggia soluzione di ottoni in glissando e archi all’apparire del rasoio omicida, che ancora una volta cita senza mezzi termini la “murder music” herrmanniana di Psycho.

Altro elemento emotivamente formidabile è quello ritmico, sia che si fondi sull’alternanza di disegni ostinati e tremolanti di celli e bassi inframmezzati da slarghi melodici improvvisi e sfuggenti (“Marino and Elliott”, “Peter Builds Camera”) sia che chiami i timpani a raddoppiare il perentorio inciso dei violini interrotto da pause scontrose in “The Forgotten Ring”; e sorprendente anche, se si considera che siamo comunque nei primi anni della carriera cinematografica di Donaggio, la padronanza di stilemi ed espedienti tipici della “scary music” o “musica di paura” più sofisticata, come il temino carillonistico e maligno che apre “Telephone Message” e ricompare, fantasmatico e minaccioso, in “Liz Chased by Hoods”. Se la fuggevole parentesi sentimentale per piano e archi di “Liz and Peter – A Romantic Interlude” ci restituisce la vena più squisitamente melodica e carezzevole di Donaggio, addentrandosi nei meandri della partitura si scopre come proprio la commistione fra questa ispirazione romantica e solare (lasciata fluire liberamente anche nel concertistico “The Erotic Story”) e il pulsare incombente dei registri gravi degli archi o l’irruzione secca degli ottoni, rappresenti il fattore decisivo e più destabilizzante del lavoro di Donaggio. A ciò si aggiunga la formazione classica del compositore, che gli permette una ferrea severità formale anche nel dialogo fra le diverse sezioni e nello sviluppo delle pagine più movimentate, come dimostra l’andatura “in progress”, accumulatoria e soffocante, di “The Transformation”, che si avvale di una sapiente architettura armonica, delegata al moto continuo degli archi, al cui interno ribollono elementi sonori quasi materici, grezzi e pericolosamente instabili. L’agghiacciante “The Asylum”, coi flautandi in sovracuto dei violini che preludiano alla ripresa brutale di “Bad Night” e poi si inchiodano su un ostinato di archi e ottoni, è in tal senso un esempio fulminante di come l’economia di mezzi unita all’accuratezza delle opzioni strumentali e al continuo interscambio fra le parti (anche al proprio interno, come nel caso degli archi) possa sortire un’efficacia clamorosa; vale ancor di più per “The Nightmare”dove gli archi – protagonisti indiscussi della partitura – allacciano relazioni reciproche continue in un dialogo incalzante fatto di disegni ripetuti e progressivi che ancora una volta sono destinati a condurci verso la deriva violenta e incontrollata della “murder music”, peraltro repentinamente interrotta.

Conclusa dalla riproposizione rasserenata e scorrevole del “main theme”questo pregevole recupero della Intrada ci ripropone dunque il confronto con uno dei capolavori di sintesi immagine-musica, suspense-dolcezza, violenza-abbandono, all’interno del percorso creativo che nel cinema Donaggio ha iniziato ormai quarant’anni fa: in un affresco sonoro sensuale, ardito e crudele, ma anche sorvegliato da una sapiente freddezza architettonica, che conserva intatta tutta la propria modernità.


La copertina del CDTitolo: Vestito per uccidere (Dressed to Kill)

Compositore: Pino Donaggio

Etichetta: Intrada Special Collection, 1980

Numero dei brani: 24

Durata: 58′ 51”


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