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"Tartarughe sul dorso": incontro con Stefano Pasetto e Barbora Bobulova

3 maggio 2005 Interviste 0 Commenti
A cura di Alberto Cassani, 3 Maggio 2005

In occasione dell’uscita nelle sale italiane del suo primo lungometraggio a soggetto, Stefano Pasetto ha incontrato la stampa milanese in compagnia della protagonista del film, Barbora Bobulova…


Incontro con Stefano Pasetto

La sceneggiatura del film risale al 1999. Come mai c’è voluto così tanto tempo per realizzarla?
C’è voluto molto tempo per riscuotere l’interesse delle produzioni, che sono sempre un po’ restie a rischiare su un esordiente e questo è anche un periodo molto difficile per tutto il sistema cinema in Italia. Ho dovuto incontrare la follia di una produttrice coraggiosa, Rosanna Seregni, ma l’attesa ci ha permesso di lavorare con maggior cura alla sceneggiatura. Non ci siamo mai fermati, abbiamo sempre cercato di migliorarla e di mantenere viva la motivazione.

Il film è ambientato a Trieste, ma i personaggi non sembrano appartenere realmente a questa città. Non a caso è una città di frontiera…
La scelta iniziale è stata quella di non dare dei nomi ai personaggi – a nessun personaggio, non solo ai protagonisti – perché mi interessava creare due ritratti attraverso dei puzzle, quindi una moltiplicazione delle figure femminili e maschili. Trieste è stata una scelta quasi immediata: a noi serviva una città che avesse un discorso di frontiera ma che fosse anche abbastanza fredda da spingere i personaggi all’isolamento. La primissima versione della sceneggiatura era ambientata in Nord Europa, ma Trieste è una città che in alcuni momenti ti costringe a camminare a testa bassa, a non guardare in faccia la persona con la quale parli… E’ stata una scelta naturale, e l’abbiamo assecondata non solo con la fotografia e la scenografia, ma anche con le musiche, che riecheggiano i suoni dell’ambiente per ‘appoggiare’ le immagini e seguire la storia e i personaggi.

Lo stile con cui il film è girato assomiglia molto a quello dei fratelli Dardenne, ma tu sei anche idealmente un allievo di Kieslowski…
Ho studiato molto la sua opera, mi sono laureato con una tesi su di lui e sono entrato in contatto con lui e con i suoi collaboratori. Però girando il film non ho mai pensato di mettere insieme le passioni per Kieslowski e per i Dardenne, i riferimenti prettamente cinematografici sono anzi stati altri. Sicuramente, comunque, c’è da parte mia una grandissima stima per entrambi. E’ grazie ai Dardenne che ho conosciuto Fabrizio Rongione, tra l’altro.

Tu hai girato diversi cortometraggi documentari, ma in questo film non sembra esserci un interesse in questo senso…
Sì, non voleva essere un affresco urbano. C’era l’idea di utilizzare questo stile documentaristico – che poi questa definizione è poco più che una convenzione – perché serviva uno stile il più agile possibile, che lasciasse spazio alla recitazione. L’oggetto del mio interesse era il corpo degli attori, la città è solo lo spazio in cui si muovono.

Come sei arrivato a scegliere Barbora Bobulova e Fabrizio Rongione?
Barbora l’avevo vista nei suoi primi film italiani, mentre Rongione l’avevo visto in Rosetta e in Le parole di mio padre di Francesca Comencini. Sono due attori che ho amato da subito, e fin dal primo incontro mi hanno colpito a livello umano. Vederli all’opera mi ha fatto emozionare, perché hanno davvero dato vita a ciò che avevo scritto. Inizialmente, però, io mi ero immaginato un tipo di fisicità e di lineamenti diversi, per la protagonista femminile. Una donna slava, sì, ma diversa dalla Bobulova. Barbora però ha fatto un provino eccezionale, con il quale mi ha convinto che poteva dare tanto al personaggio.

Durante la lavorazione del film, che evoluzione hanno subìto i personaggi?
A me piace molto discutere con gli attori, specialmente con attori ben disposti al lavoro su se stessi e sul personaggio, e così facendo è normale che alcune cose finiscano per essere cambiate. In questo caso ho avuto la fortuna di lavorare con attori di provenienza diversa, con esperienze diverse, e hanno sicuramente dato un apporto creativo ulteriore. Si sono messi in discussione fin dall’inizio, perché amavano i loro personaggi e volevano lavorci sopra, volevano esplorarli quanto più possibile pur non avendo dei tempi di lavorazione che ci permettessero di farlo anche sul set. Abbiamo lavorato molto prima delle riprese, abbiamo fatto molte prove perché sapevamo che sul set avremmo avuto dei ritmi infernali.

E come hai coniugato il fatto di presentare dei personaggi in qualche modo ‘multipli’ raccontando una storia così particolare?
Sì, è la storia di quell‘uomo e di quella donna, che però risponde anche all’esperienza di tanti di noi, quella di crearsi un ideale in tenera età per poi inseguirlo per una vita intera facendo di questa ricerca una struttura ossea, proprio come la corazza di una tartaruga. Alla fine diventa un bagaglio inconsapevole, ce lo si porta ovunque senza più rendersene conto.

Il fatto che la tartaruga si perda nel momento in cui loro due finalmente si incontrano rimanda proprio a questo…
Sì, è il momento in cui loro due si guardano finalmente l’uno nell’altra, in cui cade questa protezione ed è infatti l’unico momento in cui li vediamo nudi. Avevo bisogno della nudità come caduta delle difese, delle barriere, tra loro due.

Il fatto invece che lui abbia lavorato in un circo aiuta a dare l’idea della ‘stranezza’ del personaggio…
…della sua precarietà. E anche il fatto di andare avanti e indietro senza fare troppa strada. Ma quello che mi piaceva di quell’immagine era il fatto che lei salta sul filo e così abbandona le sue precauzioni e le sue cautele. Per una volta, anche lei è disposta a camminare su un filo…

Invece l’idea di narrare il film sostanzialmente tutto in flashback?
Loro sono impossibilitati a guardarsi in faccia lungo buona parte del film, e volevo un luogo in cui fossero costretti a farlo. Il parlatorio di una prigione. Partendo da lì, ricostruiscono quasi impersonalmente la loro storia, quegli incontri che avrebbero potuto essere ma non sono stati…

Hai già in progetto il tuo nuovo lungometraggio?
Sì, c’è una sceneggiatura già conclusa sulla cui base stiamo cercando di far partire il progetto. Si tratta di nuovo di un’esplorazione delle relazioni umane, del groviglio di sensazioni ed emozioni che troppo spesso tendiamo a sintetizzare con una sola parola – che io trovo sempre inadeguata, insufficiente. Sarà un’altra storia non tipica, dal titolo Il richiamo.


Incontro con Barbora Bobulova

Com’è stato l’incontro con il regista e con il tuo personaggio?
Quando ho letto la sceneggiatura mi sono subito innamorata della protagonista e ho insistito molto per poterla interpretare. Il suo passato è come un bagaglio che si porta sempre dietro e di cui non riesce a sbarazzarsi. Forse nel momento in cui comincia ad ascoltare di più la sua voce interiore e fidarsi di più del suo istinto, riesce un po’ ad alleggerire questo fardello. Ho sentito questo personaggio molto vicino a me, ci ho visto tantissime affinità. L’europeità del personaggio, ad esempio… Il fatto di non avere radici fisse…

Da Ferzan Ozpetek a Stefano Pasetto il passo è lungo, sono due registi molto diversi tra loro…
Sono completamente diversi come registi e come persone. Questo è un piccolo film girato in pochissimo tempo, e per Stefano era anche l’opera prima, per cui aveva molte insicurezze, mentre Ferzan è un regista con alle spalle un certo successo, che poi però forse rende ancora più insicuri… Il loro modo di lavorare, poi, era completamente diverso: Stefano si affidava molto a noi attori, mentre Ferzan ha una mano registica più presente e aveva anche le idee molto più chiare sul tipo di recitazione che voleva ottenere.

Prima di questa tu hai girato diverse altre opere prime, ma in genere cos’è che ti porta a scegliere un ruolo piuttosto che un altro?
La sceneggiatura, la storia, il personaggio… Poi, certo, anche l’incontro con il regista, ma parte sempre dalla sceneggiatura. Anche adesso, sto girando la prima regia di Kim Rossi Stuart e anche in questo caso mi ha colpito molto la sceneggiatura. L’ha scritta lui, e l’ha scritta molto bene. Si intitola Anche libero va bene, è la storia di una famiglia, di un piccolo bambino e della sua infanzia non proprio felice. Kim, poi, è una persona dolcissima e sa quanto poco ci vuole per ferire un attore. Gli attori lui quasi li accarezza…

Nel caso di Pasetto, il fatto che lui adori Kieslowski come te ha influito in qualche modo?
Sì! All’inizio avevo paura lui non fosse molto convinto di me, così quando ho saputo di questa sua passione ho iniziato a parlare di Kieslowski per cercare di impressionarlo… Io sono cresciuta sui film di Kieslowski e speravo di trovare una cosa in comune con Stefano e di riuscire a convincerlo che le energie si potevano scambiare, tra me e lui.

Ultimamente interpreti sempre personaggi cinematografici piuttosto tragici, segnati dalla malasorte, dagli amori tormentati… Ti vedremo mai recitare il ruolo di sposa felice in una fiaba cinematografica? O interprete di una commedia?
Fino a quando la commedia rimane quella che è adesso, penso proprio di no. In realtà mi hanno proposto alcuni ruoli da commedia, ma non mi sono piaciuti quanto i ruoli drammatici che ho letto. A me piacerebbe molto fare una cosa più leggera, ma vorrei fosse comunque qualcosa di profondo, e di questo tipo di film ce ne sono pochi… Le commedie di oggi sono molto superficiali, vuote, e non mi fanno ridere…

Tu hai ottenuto popolarità anche grazie alle fiction televisive. Ma sono due mondi paralleli o a seconda della sceneggiatura e del regista si può passare dal cinema alla Tv?
Per me sono stati quasi due percorsi diversi, la fiction è arrivata in un momento in cui non avevo proposte cinematografiche. Forse ero anche un po’ penalizzata dal mio accento molto forte, e grazie al doppiaggio la televisione mi ha dato l’opportunità di lavorare ugualmente. Ma sono contenta di averlo fatto… Poi è arrivata La spettatrice, il cui regista mi ha incoraggiata a recitare con la mia voce e da lì in poi la gente ha quasi cominciato a scordarsi che io sia straniera. Per me è stato quasi come superare una barriera, vincere un handicap

La vittoria del David di Donatello consacra una buona stagione, per te. Che sensazioni hai avuto da quel premio?
Tutti i miei amici mi hanno chiamata il giorno dopo per dirmi che non mi avevano mai vista così sorridente e così felice… E’ una grandissima soddisfazione quando viene riconosciuto il valore di quello che fai. Però non credo che il pubblico mi riconosca ancora molto, credo che la gente mi guardi e non riesca ad identificarmi… Spesso mi dicono che sullo schermo dimostro più anni di quelli che ho e sembro completamente diversa…

Anche perché tu sei una delle poche attrici in Italia che si trasforma, che cambia fisicamente a seconda del ruolo. Anche solo cambiare colore dei capelli…
Sì, forse è anche questo… Ma questa è proprio una mia necessità, quella di rinnovarmi, di cambiare… Non riesco a rimanere seduta su una sedia, ho sempre bisogno di spostarmi. E questo mestiere è forse l’unico che me lo permette, è anche per questo che lo faccio…

C’è un regista in particolare con il quale vorresti lavorare?
Certo, ci sono tanti registi italiani con i quali vorrei lavorare. Paolo Sorrentino e Matteo Garrone… Silvio Soldini… Anche con Marco Bellocchio, perché ho lavorato con lui quando ancora non parlavo italiano per cui non avevamo un rapporto diretto. Adesso potrei capire tutto quello che dice… .


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