| Alberto Cassani, 10 Aprile 2012 |
Diretto dall’esordiente Christian Nyby, montatore abituale di Howard Hawks, La ‘cosa’ da un altro mondo è comunemente ritenuto opera dello stesso Hawks, ed è considerato uno dei film di fantascienza più importanti della storia del cinema…
Nel 1951 escono tre film di fantascienza che influenzeranno profondamente il cinema degli anni successivi e passeranno alla storia tra i classici che hanno “inventato” il cinema di science-fiction moderno. La ‘cosa’ da un altro mondo di Christian Nyby esce negli Stati Uniti nel corso del mese di marzo, Quando i mondi si scontrano di Philip Wylie ad agosto e Ultimatum alla Terra di Robert Wise il 18 settembre. Sono tre film profondamente diversi tra loro, come soggetto e come sceneggiatura, ma uniti dalla visione negativa del rapporto tra i terrestri e le razze aliene. Soprattutto, le tre pellicole sono unite dalla carica del messaggio politico che vogliono trasmettere, nascosto al di sotto della “veste” fantascientifica. Se in Ultimatum alla Terra, infatti, Michael Rennie è un novello Arcangelo Michele che annuncia l’Apocalisse se l’umanità non saprà comportarsi secondo i dettami di Dio, in Quando i mondi si scontrano gli uomini salpano alla ricerca del nuovo giardino dell’Eden a bordo di un’Arca intergalattica. Dei tre, La ‘cosa’ da un altro mondo è quello con il messaggio più propriamente politico.
Per quanto il film risulti formalmente tratto da Who Goes There?, in realtà sullo schermo rimane ben poco del racconto di Campbell. Non più di quattro pagine, stando allo stesso Hawks. Scritta in meno di cinque giorni da Charles Lederer insieme con Hawks e Ben Hect (che non saranno però accreditati per il lavoro svolto), la sceneggiatura mantiene l’idea della base polare in lotta con un essere alieno ma snatura completamente la ‘cosa’ del titolo, adattando l’ambientazione agli standard del cinema dell’epoca e la struttura drammatica al periodo in cui il film è realizzato. Anzi, tenendo la base della pellicola ben piantata nel decennio precedente: come fa notare John Carpenter durante il commento contenuto nella versione speciale del DVD, aprire il film con una lunga scena di dialogo per far capire la situazione agli spettatori era tipico del cinema di genere degli anni 40, mentre in seguito – «quando la fantascienza diventerà più popolare» – si tenderà a iniziare con una scena d’azione. D’altra parte, però, La ‘cosa’ da un altro mondo è un film che si basa esclusivamente sulla sceneggiatura, non realmente su regia e montaggio. Prodotto con un budget limitato e girato quasi interamente in studio, voleva essere decisamente più tradizionale, meno innovativo, rispetto a quanto lo fu il racconto di origine. Basti pensare alla presenza di un banale disco volante in luogo del sottomarino spaziale descritto da Campbell. Eppure, l’efficacia della mano di Hawks – che guida quella di Nyby – finisce per creare un film realmente inquietante, un film complesso nella sua struttura seppur semplice nel suo sviluppo.
È evidente fin dalle prime inquadrature quale sia il tipo di lettura che gli autori vogliono fare del racconto originale. Al di là delle tante piccole differenze e dello spostamento dell’azione al Polo Nord, non si può non notare come l’ambiente in cui i (tanti) personaggi si muovono sia decisamente meno inospitale rispetto a quello descritto da Campbell. La durezza del luogo in cui la storia si svolge è suggerita solo dal fischiare del vento all’apertura delle porte, ma negli spazi chiusi si può indossare la semplice divisa militare, decisamente più cinematografica rispetto alle tute di pelo di Campbell. Divise militari? Sì, perché se quando Hawks produce il film la Seconda Guerra Mondiale è finita da ormai qualche anno, la Guerra Fredda è appena iniziata. E quindi ecco la gerarchia militare all’opera, ecco le Forze Armate che fronteggiano il Nemico. Come ebbe modo di scrivere Stephen King nel suo Danse Macabre, «La ‘cosa’ da un altro mondo rappresenta l’inizio della stagione dell’horror politico». La discussione tra il Capitano Hendry (Kenneth Tobey) e il dottor Carrington (Robert Cornthwaite) a proposito dell’opportunità di studiare la creatura venuta dallo spazio è sufficiente per situare il film in un mondo diverso da quello del racconto di Campbell. Perché è vero che ci si trova in un campo scientifico, ma sono i militari a comandare. Ed ecco quindi la ragione dello spostamento dall’Antartico all’Artico: è da lì che si può studiare il Nemico, quello vero, quello “rosso”. E in clima di Guerra Fredda, tutto può essere una minaccia comunista, anche un disco volante proveniente dallo spazio. Per questo «la prima cosa da fare» è chiamare il Generale Fogarty, e solo in seguito ha senso discutere – brevemente – dei pericoli biologici legati all’alieno.
In effetti, uno dei temi striscianti della fantascienza degli anni 40 e 50 è proprio il fatto che gli scienziati stanno portando il mondo alla distruzione, perché «ci sono cose che gli uomini non dovrebbero conoscere» e a volte i risultati degli esperimenti scientifici si potrebbero rivelare fatali. La ‘cosa’ da un altro mondo, però, è uno dei primi esempi di film in cui la scienza – gli scienziati – sono gli involontari responsabili della liberazione di una minaccia per l’intera umanità. Da qui, da questo film, nasceranno le decine di pellicole con mostri e animali geneticamente modificati che affolleranno le sale cinematografiche nei successivi vent’anni. Questa raffigurazione della scienza rappresenta un deciso cambio di prospettiva rispetto agli anni precedenti, in cui erano sempre degli scienziati malvagi che, volontariamente, lasciavano libera la bestia. Oggi – l’oggi di Hawks e Nyby – sono i buoni a fallire, e falliscono perché sono uomini di scienza (nel finale, la creatura ascolta la preghiera del dottor Carrington e lo abbatte solo quando questi dichiara «sono uno scienziato»), perché hanno cieca fiducia nella Scienza e al momento buono non sanno come comportarsi. Al momento buono, infatti, tocca sempre all’Esercito salvare il mondo, perché anche quando è buona, la scienza è sempre pericolosa, e solo i militari sanno come tenerla sotto controllo e come rimettere a posto le cose quando il comportamento altrui crea guai.
Questo modello di rappresentazione è certamente dovuto all’allora recente successo nella Seconda Guerra Mondiale, dove le Forze Armate statunitensi si dimostrarono di buon valore e degne della fiducia dei cittadini. Ma è una rappresentazione che cambierà profondamente, fino a ribaltarsi completamente, con il passare degli anni, e con il susseguirsi degli insuccessi militari a stelle e strisce, dalla Corea al Vietnam alle recenti campagne mediorientali. Non è un caso, forse, che John Carpenter – autore del remake di questo film – farà dell’agente governativo il Nemico Pubblico Numero Uno in diversi suoi film, da Starman a Essi vivono alle due avventure di Iena Plissken.
Tornando allo specifico del film di Nyby, l’alieno perde la sua capacità di trasformazione – perché anche se subdolo, il Nemico è uno solo, e ben noto a tutti – e viene convertito in una “super-carota”, un vegetale asessuato e privo di emozioni, che si nutre di sangue – anche umano – e che assomiglia fisicamente al mostro di Frankenstein (una sua versione astratta, l’aveva definito Pauline Kael). Un essere, insomma, del tutto estraneo alla razza umana. Se consideriamo poi che, nei minuti immediatamente precedenti il finale, il gruppo di protagonisti si rintana in un’unica stanza quasi si stesse nascondendo in un bunker antiatomico, non è proprio più possibile ignorare il messaggio della pellicola.
Al di là del suo contenuto di propaganda, il film è pur sempre un horror fantascientifico di buona fattura, pieno di dialoghi ritmati e spesso interrotti da qualcosa che accade fuori campo, e per questo è stato capace di spaventare davvero il pubblico del 1951. Come in tutti i buoni film dell’orrore, la ‘cosa’ si vede poco, e resta sempre in penombra. È la consapevolezza della sua presenza, il fatto di sapere che c’è – da qualche parte – che crea angoscia negli spettatori. Negli spettatori ma non nei personaggi, che anche nelle situazioni più improbabili continuano a ridere e scherzare tra loro. Come dice ancora Carpenter nel suo commento al DVD, infatti, «nei film di Howard Hawks, quando il gioco si fa duro i duri sono calmi e rilassati.» La sceneggiatura è in effetti tipicamente hawksiana, con un gruppo di persone che attraverso la collaborazione e l’amicizia virile affronta e supera una situazione di pericolo che diventa ben presto un vero e proprio assedio, così come lo è la regia, che fa dell’inquadratura di gruppo una costante lungo tutto il film.
Come accennato la pellicola è comunque ricca anche di ironia, e più in generale di momenti leggeri. In questo senso è fondamentale la figura di Nikki (Margaret Sheridan), tipico interesse sentimentale del protagonista che non serve a null’altro che a imbastire sequenze di raccordo della trama principale ma che – rispetto ad altre “eroine” a lei simili – ha almeno il pregio di non farsi catturare dalla creatura. E proprio grazie a lei nasce una gustosissima scena poco prima della conclusione della pellicola, nella quale i soldati prendono in giro il loro Capitano cercando di fargli capire che sarebbe ora di sistemarsi… Ma le parole che il giornalista interpretato da Douglas Spencer pronuncia alla radio ci riportano al vero messaggio del film. La razza umana può aver vinto «la sua più grande battaglia», ma la guerra è tutt’altro che finita. Bisogna stare all’erta, perché l’assalto del Nemico può arrivare in qualsiasi momento, e – come un missile – arriverà dal cielo. «Dovunque, scrutate il cielo!»


9 maggio 2012 alle 17:45
Quasi mi secca dirlo poiché mi sembra quasi di far abuso di compiacenza nei confronti del Cassani, ma questo articolo è veramente ben fatto, in my opinion.
Oltre ad essere estremamente esaustivo su (tutte) le caratteristiche salienti della pellicola è decisamente completissimo, comprendendo appunto anche l’analisi inerente il ruolo della “scienza”, forse un po’ meno manifesto di quello “militare” per ciò che concerne le influenze che questo film darà a molti che verranno.
Mi è piaciuta molto la citazione ai momenti “leggeri” della pellicola ed alla ironia presente nella stessa, con particolare riferimento a “…i personaggi, che anche nelle situazioni più improbabili continuano a ridere e scherzare tra loro.” Questo è forse l’aspetto meno “attuale” della pellicola, forse dovuto ai tempi che non consentivano di pigiare troppo sul pedale della tensione al fine di non vedere stramazzare al suolo gli acerbi spettatori di sci-fi dell’epoca, o forse con maggior probabilità alla volontà di esaltare le virtù Wayniane dei militari posti a difesa dalla minaccia rossa, chissà. Certo altri film anche più vetusti hanno un generale clima di tensione ben più efficace di questo.
Se Hawks difatti riesce come specificato nell’articolo a creare ottimi momenti in tal senso, l’ambiente pur non certo leggiadro risente non poco delle continue battute tra i protagonisti, che a volte sembra stiano più preparandosi ad un festino che non a fronteggiare una minaccia mortale. Secondo i miei personali gusti, questo è il maggior limite della pellicola se visionata con occhio “attuale”, d’altro canto appunto parliamo di un film del 1951.
Se c’è una cosa invece che stupisce nel vero senso della parola è l’incredibile “attualità” inerente il, diciamo così, logo di “The Thing”. Per certi versi meriterebbe un piccolo trattato a sé stante, difatti sia nel film carpenteriano che in quello che uscirà a breve nelle sale…
Ribadisco comunque, complimenti per l’articolo che va a completare quanto già immesso in precedenza (vedesi percorsi tematici) a tutto vantaggio di noi appassionati.
10 maggio 2012 alle 15:23
E’ sicuramente invecchiato male, come quasi tutti i film di genere (non solo fantascientifico) di quella certa epoca. Capire come potesse aver realmente spaventato gli spettatori è piuttosto difficile, anche perché si tratta comunque di un film a basso costo e dal basso profilo.
Il logo è stato copiato mille e mille volte, mentre invece la locandina dell’ultima versione si rifà a quella italiana del film di Carpenter.
10 maggio 2012 alle 16:53
In verità non ho visto la locandina dell’ultima versione, mi riferivo ai titoli di testa, in cui compare lo stesso logo di “The Thing” del ’51. :-)
E’ vero che molti film sono invecchiati, magari non necessariamente male, ma invecchiati. Questo non fa eccezione e probabilmente deve molta della sua odierna fortuna al film di Carpenter, che tra l’altro come sappiamo di remake ha ben poco e che brilla a sé.
Comunque la pellicola di Nyby-Hawks rimane a mio personale avviso più che dignitosa nonostante i “peccati” sovraesposti, e detiene tra i pregi un bianco e nero sicuramente valorizzato da un’ottima fotografia che in qualche scena rende il futuro “zio Zeb” non poco inquietante…