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"Fight Club" di David Fincher

29 ottobre 1999 Schede 41 Commenti
CineFile

Medusa, 29 Ottobre 1999

Per curare l’insonnia dovuta allo stress della routine quotidiana, un giovane frequenta i gruppi di supporto per malati terminali. Incontra poi Tyler Durden, col quale inizia una relazione a tre con Marla Singer, e per sfogare la loro aggressività repressa i due iniziano a picchiarsi “in amicizia”. L’idea fa proseliti e nasce il Fight Club…


Prima regola del Fight Club: non parlate mai del Fight Club.

Basato sull’omonimo romanzo scritto da Chuck Pahlaniuk nel 1996, è il quarto film dell’ex regista pubblicitario David Fincher. Costato 63 milioni di dollari, Fight Club ha incassato appena 100 milioni di dollari in tutto il mondo, di cui solo 37 negli Stati Uniti, ma si è rivelato un grande successo nella versione home-video, fino a diventare un vero e proprio film di culto. Una ragione del suo insuccesso economico in sala è probabilmente la scelta della Fox di indirizzare il film prevalentemente verso un pubblico di adolescenti, promuovendolo in modi e momenti che Fincher trovava inappropriati. Uno degli effetti di questo insuccesso sono state le dimissioni di Bill Mechanic dal suo posto di dirigente della Fox.

Seconda regola del Fight Club: non dovete mai parlare del Fight Club.

La produttrice Laura Ziskin, che aveva acquistato i diritti per lo sfruttamento cinematografico del libro per 10.000 dollari, aveva inizialmente contattato Buck Henry per scrivere la sceneggiatura del film, ritenendo la storia paragonabile in qualche modo a quella de Il laureato, adattato per lo schermo proprio da Henry. Si è poi però fatta convincere dallo sceneggiatore esordiente Jim Uhls ad affidare a lui l’incarico.

Terza regola del Fight Club: se qualcuno grida basta, si accascia, è spompato… fine del combattimento.

Erano quattro i registi che la Ziskin pensava potessero dirigere il film: Peter Jackson, Bryan Singer, Danny Boyle e David Fincher. Mandò a tutti e quattro una copia del libro chiedendo di prendere in considerazione l’incarico, ma Jackson era impegnato nelle riprese di Sospesi nel tempo, Singer non volle nemmeno leggere il romanzo e Boyle decise di seguire un altro progetto pur essendo interessato anche a Fight Club. Fincher, dal canto suo, il romanzo l’aveva già letto e aveva anche tentato di acquistarne i diritti per sé, ma non era sicuro di voler lavorare ancora con la 20th Century Fox dopo i problemi avuti all’epoca del suo esordio cinematografico con Alien³. La Ziskin e Bill Mechanic lo convinsero che non avrebbe avuto problemi e nell’agosto 1997 Fincher fu annunciato ufficialmente come regista del progetto, che allora aveva un budget previsto di 23 milioni di dollari.

Quarta regola: si combatte solo due per volta.

Né Brad Pitt né Edward Norton furono le prime scelte dei produttori per i loro ruoli. Nei panni di Tyler Durden i produttori avrebbero voluto Russell Crowe (che anni dopo, curiosamente, sostituì Brad Pitt sul set di State of Play), preferendogli poi Pitt convinti che il film avrebbe suscitato più interesse tra il pubblico con una star di Hollywood nel cast. Norton, invece, fu imposto dal regista David Fincher ai produttori, che avrebbero voluto un attore più “affascinante” come Matt Damon o Sean Penn. Sotto contratto con la Paramount, per poter accettare il ruolo Norton fu obbligato ad accettare un ruolo di supporto in The Italian Job. Anche Helena Bonham Carter fu scritturata dopo i rifiuti di Courtney Love e Winona Ryder e dopo che Fincher rifiutò Reese Witherspoon perché troppo giovane.

Quinta regola: un combattimento alla volta.

La prima versione della sceneggiatura non presentava, per volontà dei produttori, la voce fuori campo del protagonista. E’ stato ancora David Fincher a pretendere di usarla, convinto che tutta la carica satirica del film arrivasse dalla voce del narratore, e la sua assenza avrebbe reso patetica la pellicola. Dopo oltre sei mesi di lavoro fianco a fianco, Uhls e Fincher furono soddisfatti della loro sceneggiatura, che era incentrata soprattutto sulla rappresentazione del conflitto tra una generazione giovane e il sistema di valori presentato dalla pubblicità e ormai stabilmente insito nella moderna società consumistica, dando così un ritratto attento degli uomini degli anni Novanta. I due dovettero però adattare il proprio lavoro alle necessità di Brad Pitt, che nel frattempo era entrato nel progetto. Furono allora contattati il regista Cameron Crowe (Quasi famosi) e lo sceneggiatore Andrew Kevin Walker (Seven) per rendere più interessante il personaggio di Tyler Durden, e Fincher decise di permettere a Pitt e Norton di collaborare direttamente alle successive stesure della sceneggiatura.

Sesta regola: niente camicia, niente scarpe.

David Fincher decise di lavorare nuovamente con Jeff Cronenweth, che era già stato il suo direttore della fotografia in Alien³, cercando di sviluppare con lui lo stesso stile visivo che aveva sfruttato in Seven e The Game. Illuminato il più possibile con luce naturale e con le luci artificiali preesistenti nelle location, il film presenta una fotografia realistica nelle scene che riguardano il narratore interpretato da Edward Norton ed una più iperrealistica e chiassosa per quelle di Tyler Durden. In fase di sviluppo del negativo, poi, si è accentuato il contrasto e sottoesposta la stampa in modo da dare al film un look volutamente sgradevole.

Settima regola: i combattimenti durano per tutto il tempo necessario.

Per rendere sensato il ribaltamento del finale, il personaggio di Tyler Durden non viene mai mostrato in campo-controcampo né con inquadrature da dietro le spalle. Inoltre Fincher ha inserito nel film alcuni fotogrammi subliminali in cui il personaggio appare ancora prima che il narratore lo incontri. Questa scelta riecheggia la scena in cui Tyler, che lavora come proiezionista in un cinema, inserisce il fotogramma di un pene tratto da un film porno all’interno di un cartone animato per bambini. La sequenza delle “bruciature di sigaretta” in cui il personaggio di Tyler Durden rivela al pubblico un particolare della proiezione cinematografica serve da punto di svolta del film, che da quel momento inizia ad allontanarsi definitivamente dalla realtà.

Ottava e ultima regola: se questa è la vostra prima sera al Fight Club, dovete combattere.


La locandina di Fight ClubTitolo: Fight Club (Id.)
Regia: David Fincher
Sceneggiatura: Jim Uhls
Fotografia: Jeff Cronenweth
Interpreti: Edward Norton, Brad Pitt, Helena Bonham Carter, Meat Loaf, Jared Letho, Zach Grenier, Richmond Arquette, David Andrews, George Maguire, Eugenie Bondurant, Christina Cabot, Sydney Colston, Rachel Singer, Christie Cronenweth
Nazionalità: USA, 1999
Durata: 2h. 19′


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Attualmente ci sono 41 commenti a questo articolo:

  1. JOe scrive:

    un film unico nel suo genere, ironico, trasgressivo, aggressivo, scorretto e indefinito. Reazionario e Anarchico, illuminista e delirante, cosa chiedere di piu?!

    Ma qui un tempo ricordo che c’era una rece.. è scomparsa?

  2. Alberto Cassani scrive:

    E’ scomparsa perché era scritta troppo male per poter essere semplicemente corretta e riproposta. Ho preferito cancellarla e amen, che ci si fa una figura migliore.

  3. […] è uno scritto di Chuck Palahniuk tratto dal suo sito ufficiale, in cui l’autore di “Fight Club” e “Soffocare” dà alcuni consigli a chi sta pensando di farsi strada nel mondo […]

  4. POEoeta scrive:

    Fight Club è così energico e ti dà una tale voglia di INIZIAR a vivere…che faresti tutto che Tyler ti dice…
    e xkè no cazzo, chi ne sà + di Tyler…..e xkè no….
    buttiam giù questo cazo di mondo che il POTERE è nelle nostre mani!

  5. Riccardo scrive:

    devo ancora capire questo film, qualcuno mi può spiegare.

  6. Francesco Cuffari scrive:

    E’ un film difficile che non tutti possono apprezzare. Morando Morandini gli ha dato appena 2/5 di voto e credo che anche le donne non siano in grado di comprenderlo ed apprezzarlo (che si tangano pure i loro Titanic e le altre cazzate).

    Sostanzialmente il film (e meglio ancora il libro) fa riflettere sull’enorme differenza che c’è tra la natura libera dell’uomo e l’oppressiva società in cui viviamo: siamo come uccelli in gabbia. Facciamo lavori che non ci rappresentano per affrontare spese che non vorremmo avere. La nostra vita sta finendo e la maggior parte del nostro tempo l’abbiamo sprecato in cose che non avremmo mai voluto fare anzichè imparare a dialogare con noi stessi per capire COSA vogliamo davvero fare per sentirci vivi. E’ più facile avere amici immaginari che amici reali.

    Tutto quello che vorremmo è trovare persone che la pensano come noi per non sentirci più soli ed alieni. Questo mondo putrido ce la mette tutta per spersonalizzarci: moda, ignoranza, droga, ecc.

    Se questa è la vostra prima sera al Fight Club, vi dovete battere.

  7. Guido scrive:

    Il Morandini l’ha rivalutato dall’edizione 2010. Ora ha 3 stelle.

  8. Francesco Cuffari scrive:

    Questa è una cosa che non ho mai sopportato di Morandini: cambia spesso opinioni sui film. Sembra che ti vuole prendere in giro.

    Una volta aveva dato a Blade 2 una stella, poi due stelle e di nuovo una stella. Al film Mr. Crocodile Dundee 1 aveva sempre dato 3 stelle e poi le ha abbassate a 2. Ma ce la fa ad essere coerente?

  9. Alberto Cassani scrive:

    Mah, a me non sembra una cosa così negativa. Trovo sia giusto rapportare un film al pubblico che ti legge in un certo momento, pur non dimenticando l’impatto che aveva avuto alla sua uscita. Certe pellicole possono invecchiare bene oppure male, essere superate tecnicamente o tematicamente, o assumere significati diversi a seconda del momento geo-politico. Però il cambio di voto deve avere una motivazione precisa e comprensibile, non solo perché hai rivisto il film anni dopo e hai cambiato idea.

    Mi è capitato di parlare con lui proprio di questo argomento abbastanza di recente, e lui diceva che motivi per riscrivere una scheda sul dizionario ce ne sono sempre: dalla trama raccontata male alla necessità di far notare la presenza di un attore diventato nel frattempo famoso, dai premi vinti al diverso peso specifico che il film ha assunto col tempo e che richiede quindi una ricontestualizzazione, alla possibilità di rivedere un film di cui si è scritto inizialmente “a memoria” mesi dopo la visione. Io ci aggiungo – ma è una supposizione mia assolutamente non corroborata da alcuna prova – che l’importanza degli input della figlia Luisa rispetto a quelli del padre stia aumentando notevolmente col tempo (e l’età di Morando), e la cosa si riflette nei giudizi espressi nel dizionario.

    So che la riscrittura delle recensioni la fanno molto spesso anche nel Mereghetti, ma solo per correggere le quanto riguarda i film vecchissimi che sono usciti in DVD e che quindi possono essere analizzati meglio di com’era stato fatto originariamente nelle prime edizioni del dizionario (soprattutto per quanto riguarda il racconto della trama, che in alcuni casi è sbagliata in maniera imbarazzante). Però non so quanto, in questo caso, vengano poi modificati i voti.

  10. Francesco Cuffari scrive:

    Secondo me un film va recensito una sola volta e al meglio delle proprie possibilità. Non puoi, dopo qualche anno, dire “scusate, ma quel film che vi avevo detto che era bello l’ho rivisto con la testa lucida e non mi piace più. Mi dispiace se vi ho consigliato male…”. Perdi credibilità.

    La stessa cosa vale per i registi che dopo anni fanno la versione “director’s cut” di un film perchè l’originale non rispecchiava quello che volevano realmente.

    Insomma, sono due casi che ricordano il proverbiale “cane che si morde la coda”.

  11. Alberto Cassani scrive:

    Come ho detto, dipende dalle ragioni per cui riscrivi la recensione cambiandone il giudizio. Non puoi semplicemente cambiare idea, dev’esserci un motivo valido. Per fare un esempio banale: recensisci un film di Michael Moore esaltandolo, poi viene fuori che metà delle cose che Moore ha detto nel suo film sono false e allora hai tutto il diritto di riscrivere la recensione contestando Moore per questa cosa ma confermando i giudizi espressi inizialmente su altri aspetti della pellicola. Per fare un altro esempio: “La maschera del demonio” di Mario Bava è sempre circolato, sia in sala che in videocassetta in una versione sbagliata, con due rulli invertiti per un errore di chi aveva montato inizialmente il negativo. Nessuno se n’era mai accorto e molti critici hanno postulato sull’incongruenza di quei rulli. Quando poi è stato fatto il restauro per l’uscita in DVD si sono accorti dell’errore e hanno rimesso le cose a posto. Tutti i critici si sono stupiti della cosa e sono andati giustamente a cancellare le loro teorie sul nulla… Allo stesso modo, non si può sottovalutare il fatto che il tempo cambi la percezione di una pellicola: certi aspetti perfettamente normali negli anni ’50-’60 oggi possono risultare razzisti, maschilisti o quant’altro, ed essendo il dizionario una guida alla visione preventiva è giusto mettere in guardia il lettore su questi aspetto. Ripeto: dipende tutto dal perché lo si fa e dal come lo si fa.

    Per farti un esempio personale di cui ho già parlato in non ricordo quale pagina: nella versione vecchia di CineFile c’era una mia recensione entusiasta di “Hurricane”. In seguito ho scoperto che metà degli eventi raccontati nel film sono inventati e tre quarti delle cose che Carter ha scritto nella sua autobiografia sono balle. A quel punto non posso continuare ad presentare una recensione che fa di Carter una vittima del razzismo, perché non è così e non è (più) questa la mia opinione. Così l’ho tolta e (con fin troppa calma) la sto riscrivendo. La recensione continuerà ad essere entusiastica e il film continuerà ad avere le stelle, ma la motivazione per il giudizio espresso sarà profondamente diversa.

    Varrebbe un po’ la stessa cosa per i director’s cut, secondo me, sennonché non ho ancora visto un DC “serio”. Cioé, se nella versione DVD dell’esorcista aggiungono la scena della camminata di Regan a pancia in su che era stata tagliata solo perché all’epoca non si potevano cancellare i fili che reggevano l’attrice mi può star bene, quando poi cambiano tutta la colonna sonora e il montaggio di molte scene per farci su un film “nuovo” allora non mi sta più bene. Peggio ancora quando fanno uscire il DVD di “Alien” con negli extra diverse scene tagliate, con Scott che spiega che sono state tagliate perché spezzavano il ritmo o non collimavano con le psicologie dei personaggi e cinque anni dopo fanno la versione director’s cut dicendo che quelle stesse scene danno un ritmo migliore al film e definiscono meglio i personaggi. Dicesi “presa per il culo”.

  12. Francesco Cuffari scrive:

    Sì, di “Hurricane” mi avevi scritto sulla pagina di “The Wrestler”. Su Michael Moore è giusto riscrivere la recensione, ma su film come “Blade 2″ che senso ha? Il primo “Blade” aveva sempre preso 2 stelle e poi è passato a 3. MA A CHI IMPORTA?

    La riscrittura di una recensione è ammissibile solo su film ritenuti a torto o a ragione “importanti”.

    Quello che voglio dire, però, è che le recensioni sono l’autoritratto di un critico: se il critico si mette a “ridipingere” in continuazione perde, secondo me, la sua identità e non da punti di riferimento ai lettori.

    Lettori che possono anche rimanere perplessi.

    Se c’è un film di Shirley Temple, che balla con i servi neri attorno, oggi è razzista, il critico che all’epoca lo aveva trovato un film divertente deve accettare quello che ha scritto. Lo vedo come un discorso di coerenza, ma capisco anche quello che scrivi tu anche se non lo condivido del tutto.

  13. Alberto Cassani scrive:

    Capisco il tuo punto di vista, però presuppone il fatto che il critico sia sempre uguale a se stesso. Invece, come chiunque altro, il critico cambia, magari cresce, impara. E questo cambiamento si può esplicitare molto semplicemente nello stile di scrittura – e quindi nella voglia di esprimere con parole totalmente diverse gli stessi concetti – oppure proprio nell’importanza che si dà ad un aspetto piuttosto che ad un altro, e quindi al giudizio che si dà a tutto il film. Io se rileggo le cose che scrivevo nel 2002 mi viene da piangere, per lo stile con cui scrivevo (per cui non me la prendo troppo coi tanti blogger che oggi scrivono come scrivevo io alla loro età)… In una pubblicazione annuale come il Morandini o biennale come il Mereghetti, hai la necessità di essere ancorato al momento della pubblicazione, devi dare – come dici tu – un ritratto del critico per com’è quell’anno, nei limiti del possibile.

    Però poi dipende tutto da come il cambiamento del critico viene presentato. L’esempio che fai di Shirley Temple con i servi neri è perfetto: il critico trova originariamente la scena divertente, quarant’anni dopo la trova razzista. Riscrivere la recensione cambiando “divertente” con “razzista” è scorretto, ma riscriverla mettendo “divertente ancorché razzista agli occhi dello spettatore di oggi” lo trovo legittimo.

    Nel caso dei film di “Blade” sarebbe interessante magari andare a vedere come le recensioni sono cambiate, in cosa i giudizi sono cambiati. Se le recensioni fossero le stesse e fosse cambiato solo il voto allora sarebbe una cosa ridicola. Poi è vero che nel caso specifico importa nulla perché son film di poco conto (a parte gli effetti speciali del primo film), ma ad esempio il secondo è di Del Toro e non si può quindi escludere una (sbagliata, secondo me) rivalutazione di tutta la sua opera.

  14. Francesco Cuffari scrive:

    E’ da escludere, secondo te, la possibilità di revisioni con lo scopo di incentivare i lettori all’acquisto delle nuove edizioni del dizionario? Sarebbe una operazione di marketing camuffata.

    Personalmente su cinefile trovavo abbastanza piacevole e personale la recensione di “The Skulls – I teschi” in cui, se non sbaglio, parlavi di aver studiato negli Usa e di aver riconosciuto certe realtà del film (film bocciato da Morandini).

    Memorabile anche la prima recensione del film su Ken il guerriero.

  15. Alberto Cassani scrive:

    A dir la verità non avevo mai preso in considerazione la possibilità di un’operazione di marketing. Mi sembra una cosa troppo complicata e troppo sottile per poter funzionare: non è una cosa che si può pubblicizzare perché farebbe perdere di credibilità al volume, quindi il lettore dovrebbe dare un’occhiata alle recensioni cambiate ricordandosi quelle originali e decidere quindi di comprarlo grazie ai cambiamenti. Mi sembra davvero troppo complesso.

    Il fatto di usare le proprie esperienze personali come base per fare l’analisi di un film la trovo ancora una cosa positiva, ma poi dipende tutto da come queste esperienze vengono presentate nel corso della recensione. Scendere troppo nel personale sono arrivato alla conclusione che è facilmente controproducente, perché si rischia di fossilizzarsi troppo su chi scrive e di non far capire al lettore se il film può piacere a lui. Scrivere in quel modo all’epoca mi piaceva molto, poi si sono messi a farlo in molti e da lettore mi sono reso conto che è uno stile che mi infastidisce, e allora ho cambiato.
    La prima recensione di Ken era lunghissima, quelli che arrivavano alla fine meritavano un premio. The Skulls, invece, rimaneva troppo attorno a me e parlava troppo poco del film. Come anche quella de “Il castello” con Robert Redford.

  16. Riccardo scrive:

    Rivisto e rivalutato: se esiste un sequel di Taxi Driver e Arancia Meccanica probabilmente è questo film che si può considerare per racconto e stile un film di Martin Scorsese diretto da David Fincher. l film è una sfrontata, anarchica e disinibita riflessione sulla nostra società occidentale. Società dove è il consumismo a muovere le fila, e dove le persone non sembrano avere altro obbiettivo che comprare qualcosa, sia poi una casa, un’automobile od un particolare mobile all’Ikea. Tale situazione non può che ammorbare i sensi e svilire le menti, ed è da questa condizione che germoglia il “Fight club”, una piccola congrega dove dare sfogo ai propri istinti e trovare, tramite la lotta ed il dolore, un po’ di se stessi. Fincher ci conduce in questo mondo “underground” con creatività e spigliatezza, giocando spesso con la propria telecamera e dando, con l’ausilio di ottimi effetti speciali, tridimensionalità all’azione. Anche la struttura narrativa non è banale, con gli eventi che si susseguono in maniera decisamente accattivante fino all’efficace twist-ending, il colpo di scena finale che ribalta la lettura di tutto il film (anticipato agli spettatori più attenti con simpatici messaggi subliminali). Quest’ultimo mette in luce, come altre opere contemporanee, la complessità e la potenzialità del nostro cervello, soprattutto quando non è più sotto controllo. In definitiva, “Fight club” si rivela un film estroverso ed originale, che con il suo nichilismo e cinismo, che non sembra farsi scrupolo di sbeffeggiare perfino un malato di cancro, riesce a conquistare ed intrattenere lo spettatore, a volte divertendoci e a volte lasciandoci con qualcosa su cui riflettere. E il personaggio di Tyler Durden al pari di Trevis Bickle e Max Cady (abbiamo già citato Scorsese?) è l’unico vero crociato della storia del cinema.
    Secondo me è un capolavoro (inizialmente lo avevo valutato superficialmente) vorrei sapere cosa ne pensano i recensori e gli utenti di CineFile non essendoci una vera e propria recensione.

  17. Alberto Cassani scrive:

    E’ un grandissimo film! Non mi piacciono alcune cose del modo in cui è stato gestito nel corso del film il twist finale (i messaggi subliminali) mentre altri sono assolutamente geniali (campo-controcampo), ma non si può negare l’efficacia di tutto (che ovviamente è nulla se si è letto il romanzo, in cui è spiegato fin dall’inizio). Sicuramente si può leggere la storia del protagonista paragonandola a quella di Travis, ma credo che gli intenti degli autori fossero estremamente diversi. In realtà qui il messaggio “politico” lo trovo molto poco chiaro, e non capisco se dipende dalle differenti idee tra Fincher e Pahlaniuk o dalla mancanza di coraggio in certi momenti della sceneggiatura di Uhls (oppre ovviamente è colpa mia che ho perso dei pezzi…). Peccato l’insuccesso in sala, anche se era prevedibile, ma va detto che questo è forse l’unico vero cult-movie degli ultimi vent’anni diventato tale per meriti propri e non acquisiti.

  18. Plissken scrive:

    L’UNICA volta in vita mia in cui sono uscito da una sala durante la visione di un film è stato proprio per “Fight Club”. Mi aspettavo una cosa completamente diversa e me ne andai piuttosto irritato e ovviamente deluso.

    Dopo qualche anno ho acquistato il DVD (in offerta…) e spinto dai pareri favorevoli della critica mi sono ripromesso di vederlo: alla fine ne sono rimasto estasiato, credo sia un film per molti versi geniale.

    Con ciò mi ricollego a quanto espresso dal Cassani: credo che dovrebbe essere doveroso da parte di un critico, che ha ovviamente capacità di analisi assai superiori alle mie, rivedere il proprio giudizio su di una pellicola a distanza di tempo, in quanto anch’egli è in continua evoluzione o perlomeno dovrebbe esserlo.

    Tornando al film, credo sia d’obbligo per un cinefilo dedicarci 2 ore e 19 minuti, dissociandomi dal giudizio un po’ “talebano” che vorrebbe che solo i maschietti ne possano apprezzare le intrinseche qualità.

  19. Adriano scrive:

    No Alberto, non hai perso pezzi il messaggio politico è davvero poco chiaro forse per i motivi che tu stesso dici. D’altronde il lavoro di Uhls è magistrale visto che Fight Club è un libro complicatissimo da adattare quindi il risultato è più che soddisfacente. Tirando sempre in ballo il pisello che si vede alla fine, una volta ho mostrato questo film ai miei amici e fino alla fine lo hanno considerato perfetto, poi vedendo quel frame rapidissimo hanno subito detto “che film di merda” valle a capire le persone?

  20. Alberto Cassani scrive:

    Di certo non è il tipico blockbuster hollywoodiano, non mi sorprende che alcuni spettatori lo rifiutino, a prescindere dalle ragioni. Certo però che, com’è scritto nella scheda, averlo pubblicizzato tra gli adolescenti quando il “suo” pubblico è tutt’altro non ha proprio senso…

  21. Riccardo scrive:

    Credo che la causa dell’insuccesso commerciale sia proprio questa questione del marketing che ha ricevuto. Se avesse avuto tutt’altra pubblicità, a prescndere se il film piacesse o meno, gli incassi sarebbero stati almeno quintuplicati.
    E non posso non tirare in ballo nuovamente l’Academy. come si fa a non candidare un film come questo? Come si fa a preferirgli una (seppur splendida) convezionale commedia sentimentale come American Beauty? Non mi dilungherò ancora a lungo. questo è un capolavoro. punto. e la critica se n’è accorta tardi.

  22. Alberto Cassani scrive:

    Ma se è per questo anche al Festival di Venezia era passato abbastanza inosservato. Proprio perché è un film per certi versi confuso, è normale considerarlo poco a prima vista, e visto l’insuccesso economico e membri dell’Academy non hanno pensato di dargli una secondo possibilità.

  23. Riccardo scrive:

    Ah.
    Poi non ho capito la storia del controcampo :)

  24. Alberto Cassani scrive:

    Solitamente, quando si gira un dialogo tra due persone, si inquadra la persona che sta parlando e poi la persona che sta rispondendo, angolando la ripresa in modo che sia credibile il fatto che gli attori siano dove dovrebbero essere e stiano facendo davvero ciò che i personaggi stanno facendo. L’esempio più banale è che se i due si guardano, uno deve guardare verso destra e l’altro verso sinistra. Queste inquadrature sono dette “campo” (la prima) e “controcampo” (la seconda). In “Fight Club” visto che Tyler Durden è un prodotto dell’immaginazione del protagonista, non ci sono sequenze girate in questo modo, perché il controcampo avrebbe dovuto mostrare un’inquadratura vuota, dato che Tyler non esiste. Può sembrabre una piccolezza, peraltro molto più subliminale delle immagini subliminali vere e proprie, ma a conti fatti “unisce” molto i due personaggi, negando in pratica all’occhio esterno (quello dello spettatore) di poter testimoniare l’esistenza di Tyler Durden.

  25. Fabrizio scrive:

    Eppure non è neanche del tutto sbagliato considerarlo un film anche per adolescenti, cioè che possa piacere a loro così come ad un pubblico più adulto. Io credo che le ultime generazione di adolescenti abbiano apprezzato molto questo film, contribuendone al successo commerciale.

  26. Alberto Cassani scrive:

    Io dubito fortemente che gli adolescenti del 1999 potessero aver voglia di andare al cinema a vedere questo film. Probailmente sono stati in gran parte loro a noleggiare e comprare il DVD, ma considerando la carriera di Fincher e il fatto che Norton non fosse praticamente nessuno (tranne che per chi aveva visto “American History X”), dubito che i ragazzi volessero correre al cinema. Per di più, se la campagna pubblicitaria statunitense faceva pensare a un film tipo “Fighting” non è difficile pensare a un passaparola molto negativo, considerato le mire ben diverse che questo film ha.

  27. Plissken scrive:

    Bella la descrizione inerente “campo e controcampo” ed il suo non-uso nella pellicola.

    Anche io, come ho già avuto modo di esplicare, all’epoca pensai fosse un combat-film e per questo motivo ne rimasi deluso.

    Solo con il senno di poi (grazie a D*o) sono riuscito a coglierne gli aspetti salienti che lo ergono ben al di sopra dello standard di quel genere.

  28. Nino scrive:

    Anche io come molti mi aspettavo un film “picchiaduro” alla Tarantino per giunta. Devo riguardarlo.

  29. Riccardo scrive:

    Te lo consiglio Nino non te ne pentirai. Un film così crudo non s’è più visto fino al Bronson di Winding Refn

  30. Plissken scrive:

    Certo che Tom Hardy mi sembra parecchio in gamba, con riferimento appunto a “Bronson” e “Warrior”. Se ho ben capito dovrebbe essere nel cast dell’ultima fatica di Alfredson, “La talpa”, che sono assai curioso di vedere.

  31. Alberto Cassani scrive:

    Ne “La talpa” ha un ruolo minuscolo, però. Come quasi tutti i membri del cast, tra l’altro.

  32. Riccardo scrive:

    Certo che Hardy è un bravo attore, Bronson lo regge tutto da solo. Warrior me lo sono perso ma dopo Pride and Glory senz’altro lo vedrò.

    Alberto, tu che ne pensi di Bronson. come alcuni utenti per Fight Club, anch’io mi aspettavo un picchiaduro violentissimo e invece sono rimasto piacevolmente sorpreso. Del resto questo succede con tutti i film di refn: ti aspetti una cosa e invece ne vedi un’altra. Come Valhalla Rising: mi aspettavo un clone di Pathfinder e invece mi sono trovato davanti un Aguirre scandinavo.

  33. Alberto Cassani scrive:

    Io continuo a pensare che il miglior film di Refn sia il primo “Pusher”.

  34. Riccardo scrive:

    Pusher non l’ho ancora visto. Me lo procurerò.

    Intanto, mille auguri di buon Natale a tutti gli utenti di Cinefile ;)

  35. Plissken scrive:

    The pusher l’ho visto anche io, mi è piaciuto ma forse avevo troppe aspettative e quindi alla fine mi è parso un po’ sopravvalutato.

    “Warrior” è un film interessante pur se molto più “convenzionale” di “Bronson”, ma la prova di Hardy nonostante il diverso contesto mi ha convinto.

    Riguardo a “La talpa” la mia curiosità è dovuta più che altro al fatto che avendo un’ottima opinione di “Lasciami entrare” spero in una nuova buona prova di Alfredson.

  36. Alberto Cassani scrive:

    “La talpa” è un film solido, nella miglior tradizione di pellicole come “I tre giorni del condor” e simili. Alfredson ha il merito di non strafare e di non farsi sfuggire di mano le briglie, ma “Lasciami entrare” era senza dubbio più ispirato.

  37. Riccardo scrive:

    Lo so che non c’entra ma volevo dirlo lo stesso: l’inquadratura fallica del finale di Fight Club mi ha ricordato quella che si vede all’inizio di Persona di Ingmar Bergman (tralaltro anche quello un film molto complicato a livello di contenuti, anche se diverso e molto più complesso di Fight Club)

  38. Alberto Cassani scrive:

    Mi cogli in fallo… E’ un paragone cui non avevo assolutamente mai pensato, dovrei mettermi lì a confrontare i due momenti ma non ho nessuno dei due film in DVD. Conoscendo Fincher non escludo che abbia visto il film di Bergman, ma in ogni caso sono due inquadrature che stanno benissimo nel sottotesto delle due pellicole.

  39. Riccardo scrive:

    https://www.youtube.com/watch?v=eyMDYrWg_TE

    si può vedere al secondo 0:40

  40. Alberto Cassani scrive:

    Uhm… Non mi ricordavo fosse così repentino… Francamente no, penso che il senso di quella inquadratura quasi subliminale sia diverso. Nel film di Bergman serve a destabilizzare fin da subito lo spettatore e distruggere le sue sicurezze – un po’ come ha fatto Von Trier all’inizio di “Antichrist” – mentre in Fincher serve invece per confermargli l’essenza di ciò che aveva visto, e in questo senso arriva quasi prevista e risulta anzi quasi una strizzata d’occhio. Se vogliamo, la reazione all’inquadratura di Bergman è un sussulto, a quella di Fincher una risatina.

  41. Riccardo scrive:

    Si anch’io la penso come te.

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