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I movimenti di macchina

13 ottobre 2016 Articoli, Tecnica 1 Commento
I movimenti di macchina

13 Ottobre 2016

Non sempre ciò che vediamo sullo schermo è ripreso in maniera inerte. Molto spesso, anzi, la macchina da presa si muove intorno ai personaggi per mostrarli da punti di vista differenti o per inserirli in maniera particolare nell’ambiente che li circonda. In questo articolo trovate i movimenti di macchina più frequenti…


Se un film è una lunga serie di inquadrature slegate tra loro e connesse attraverso il montaggio, non sono comunque solamente il montaggio e i movimenti degli attori a creare il ritmo del film. Le singole inquadrature non sono sempre statiche, la macchina da presa non è sempre immobile. Oggi la telecamera, come ieri la cinepresa, compie spessissimo dei movimenti di macchina: sposta la sua attenzione verso ogni possibile direzione e si sposta dal punto in cui si trova utilizzando ogni possibile mezzo. Oltre all’effetto drammatico che portano con sé, i movimenti di macchina permettono anche di dare spessore all’ambiente ripreso, che non viene più solo osservato passivamente ma viene anche approcciato e attraversato. Questa è una caratteristica esclusiva del cinema (e della televisione, ovviamente), perché se l’inquadratura in quanto tale è comune anche a fotografia, pittura e fumetto – e il movimento degli attori è comune anche al teatro – solo nel cinema lo spettatore ha la possibilità di muoversi all’interno dello spazio scenico. Quelli che seguono sono i movimenti di macchina in cui ci si può imbattere più spesso guardando un film.

Panoramica

Tra i movimenti di macchina la panoramica è certamente quello che si incontra più di frequente, talmente di frequente che il termine “panoramica” è entrato da tempo anche nel linguaggio comune. Consiste nella rotazione della macchina da presa lungo uno dei suoi assi – orizzontale o verticale – e più raramente in senso obliquo. Di solito è usata per dare una visione totale di un ambiente, o per creare qualche secondo di tensione prima di mostrare un particolare che entrerà in campo solo alla conclusione del movimento. Viene utilizzata spesso anche come soggettiva, per simulare lo sguardo di un personaggio che osserva un luogo o “squadra” qqualcuno dalla testa ai piedi, ma può anche assumere significati particolari a seconda del contesto in cui viene utilizzata e del modo in cui viene realizzata. Perfetto esempio di quest’ultima cosa è l’inquadratura finale di La conversazione di Francis Ford Coppola, che a prima vista sembra una semplice panoramica ripetuta ma che assume il suo vero significato dopo diversi secondi, e solo agli occhi di chi ha visto tutto il film.

Carrellata

La carrellata è un movimento effettuato montando la macchina da presa su un sostegno a ruote (chiamato appunto “carrello”), spesso posto su delle rotaie che ne permettono un movimento fluido anche su terreni sconnessi.

I movimenti di macchina: Una carrellata sul set di Alamo

Insieme alla panoramica, la carrellata è uno dei movimenti di macchina più importanti e comuni nella realizzazione di un film (anche qui, «fare una carrellata» è ormai entrato nel linguaggio comune). Grazie al carrello la macchina da presa si può spostare dal punto in cui si trova inizialmente, e può percorrere itinerari lunghi come anche semplicemente allontanarsi o avvicinarsi di qualche metro ai personaggi, secondo le necessità. È anche possibile utilizzare la carrellata per accompagnare i personaggi nei loro spostamenti (affiancandoli, seguendoli o precedendoli), così da mostrare con un’inquadratura continua l’intero loro dialogo o rallentando decisamente il ritmo del montaggio per preparare la scena successiva. Stanley Kubrick, ad esempio, ha usato il carrello per spostarsi lungo la trincea di Orizzonti di gloria, precedendo il personaggio di Kirk Douglas e mostrandone alternativamente il movimento in soggettiva.

Zoom

Anche se è giusto annoverarlo tra i movimenti di macchina, lo zoom non è realmente un movimento di macchina bensì un processo ottico che ottiene quasi lo stesso effetto di una carrellata in avanti o indietro, tant’è che si può anche definire “carrellata ottica”. Si tratta in pratica di un ingrandimento o un rimpicciolimento dell’immagine ottenuto cambiando la lunghezza dell’obiettivo in modo da rendere più grande o più piccolo ciò che viene inquadrato. Sergio Leone ha costruito attorno all’uso dello zoom (sia in avanti sia indietro) il duello di C’era una volta il west.

È possibile anche simulare una zumata operando in sede di post-produzione, ossia successivamente al termine delle riprese, quando il film sta venendo montato e ultimato. Così com’è possibile ingrandire una fotografia digitale grazie a un qualunque programma di fotoritocco, così è possibile farlo con l’insieme di fotogrammi digitali che compone un’inquadratura cinematografica. E lo si poteva fare anche quando i film erano girati in pellicola, perché anche allora era possibile realizzare ingrandimenti a partire da fotografie, come ci mostra tra l’altro Michelangelo Antonioni in Blow Up (che vuol dire appunto “ingrandimento”). E’ proprio con questo tipo di zumata in post-produzione che nel 1959 è stata realizzata la chiusura di I quattrocento colpi di François Truffaut.

Una cosa decisamente più complessa la fece invece dieci anni dopo George Roy Hill per il finale di Butch Cassidy. Non potendo realizzare una carrellata all’indietro né una zumata sufficientemente lunga da riprendere l’intero set come avrebbe voluto, Hill sovrappose l’ultimo fotogramma del film a una fotografia del set scattata da molto lontano in quello stesso momento, e poi realizzò in fase di post-produzione la zumata all’indietro che voleva.

L’effetto Vertigo

Negli Stati Uniti ci sono mille modi diversi in cui questo effetto viene chiamato. Forse il più frequente è “dolly zoom”, ma in Italia lo si indica citando apertamente il titolo del film per il quale è stato inventato: Vertigo, La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock. L’effetto Vertigo è in realtà l’unione di due diversi movimenti di macchina: consiste infatti nell’effettuare contemporaneamente una carrellata in un senso e una zumata nel senso inverso. Se le due cose sono ben coordinate, il modo in cui il soggetto è ripreso rimarrà pressoché invariato, mentre cambierà totalmente l’effetto dell’ambiente che lo circonda. Se si è in grado, guardandole sullo schermo, di distinguere una carrellata da una zumata, è possibile capire facilmente in quale direzione è stato effettuato ognuno dei due movimenti.

Solitamente si sceglie di creare l’effetto di avvicinamento dello sfondo quando si vuole dare l’idea di un’emozione negativa che investe il personaggio (che si sente abbattuto e sminuito), mentre invece si fa allontanare lo sfondo quando si vuole “elevare” il personaggio grazie al momento positivo che sta vivendo. Hitchcock ha in realtà fatto l’esatto opposto, volendo rendere sullo schermo la sensazione di panico provata dal personaggio a causa delle vertigini di cui soffre.

Come si distingue una carrellata da uno zoom?

Come accennato, carrellata e zumata sono due modi completamente diversi di ottenere effetti simili. La prima è un movimento di macchina vero e proprio, la seconda è un effetto ottico ottenuto operando sull’obiettivo della macchina da presa. Certo, si può intuire che si sta osservando una zumata dalla meccanicità del movimento rispetto alla naturalezza di una carrellata, ma come si può realmente capire se quella che stiamo vedendo è una carrellata in avanti (o indietro) o una zumata?
In realtà lo si può fare abbastanza facilmente, come sanno tutti i fotoamatori del mondo, ma l’impressione è che molte persone che si occupano di cinema invece lo ignorino. Se dovessimo, infatti, entrare a una proiezione stampa e fare questa stessa domanda ai critici presenti, sarebbero probabilmente molto pochi quelli in grado di rispondere correttamente. Eppure, come detto, la risposta è molto semplice.

La zumata si ottiene cambiando la lunghezza focale dell’obiettivo, quindi sostanzialmente trasformando un tipo di obiettivo in un altro. Nel caso di uno “zoom in” (ossia in avanti), si trasforma un grandangolo in un teleobiettivo. Ma il grandangolo ha una capacità di profondità di campo molto superiore a quella di un teleobiettivo, che al contrario tende ad appiattire le distanze tra i vari piani dell’inquadratura. Di conseguenza, come si vede nel video qui sopra nonostante la bassa qualità dell’immagine, quando si fa una zumata in avanti lo sfondo va progressivamente fuori fuoco e sembra diventare più grande rispetto al soggetto, sembra farsi più vicino (ovviamente nella zumata indietro l’effetto è opposto). Nella carrellata tutto questo non succede: a cambiare sono le posizioni di tutti i soggetti relativamente all’obiettivo, e quindi al centro dell’inquadratura. Di conseguenza, la risposta alla nostra domanda è molto semplice, e non ha bisogno di alcun giro di parole: basta guardare lo sfondo!

Dolly e Gru

Sotto il generico nome di “gru” (in inglese “crane”) possiamo raggruppare vari accessori che ottengono lo stesso risultato, ossia permettere di effettuare riprese dall’alto, alzando la macchina da presa tramite un braccio meccanico, che può anche essere snodabile o telescopico. Forme diverse di questa attrezzatura prendono nomi diversi a seconda delle caratteristiche, ma chiamandolo semplicemente gru non si sbaglia. Va detto che in Italia c’è l’abitudine di definire “dolly” la gru fissata su un carrello mobile che le permette, oltre ad alzarsi e abbassarsi, anche di muoversi in avanti, indietro e lateralmente. Questa differenza di nomenclatura dipende dal fatto che negli Stati Uniti il carrello si chiama proprio “dolly”, e così da noi il termine ha assunto il significato dell’intero apparato.

I movimenti di macchina: Il direttore della fotografia Robert Richardson si prepara a girare un'inquadratura su un dolly durante le riprese di Bastardi senza gloria

Ci sono sostanzialmente due tipi di gru. Quello classico è un braccio che permette di alzare la macchina da presa insieme con l’operatore e di solito anche un assistente, ma ci sono poi bracci che sollevano solo la macchina da presa, la quale viene a quel punto comandata a distanza dall’operatore rimasto a terra. La prima gru di questo tipo è stata creata in Francia nel 1970 e prede il nome di “Louma” (“jib”, in inglese). Esistono gru di svariate lunghezze, sia tra quelle capaci di alzare l’operatore sia in versione radiocomandata.

I movimenti di macchina: Specchietto che spiega come funziona il controllo di una semplice louma meccanica

La gru permette di variare nel corso dell’inquadratura l’altezza della macchina da presa da pochi centimetri fino ad alcuni metri da terra, e i suoi movimenti intermedi dipendono dal movimento del sostegno come anche dagli snodi che il braccio ha. Viene solitamente utilizzato in movimento, nel senso che è comune realizzare inquadrature in cui la macchina da presa si alza sopra i personaggi e l’ambiente, cosa che rende ben riconoscibile la tecnica scelta. Fino a una ventina d’anni fa era uno dei movimenti di macchina utilizzati più di frequente come ultima inquadratura di un film o un telefilm, ma è perfetto anche per creare pathos rivelando con un’inquadratura unica la totalità dell’ambiente che circonda i personaggi, come ha fatto Fred Zinneman nella preparazione del duello di Mezzogiorno di fuoco.

Steadycam

Inventata nella prima metà degli anni 70, la Steadycam consiste in un’imbragatura munita di ammortizzatori, giroscopi e contrappesi che permette all’operatore di camminare eliminando quasi totalmente i sobbalzi e di spostare la macchina da presa con movimenti fluidi e continui. Il risultato è di unire la stabilità di un’inquadratura fissa con il movimento disinvolto di un carrello, mantenendo però un’unicità di risultato che rende la Steadycam particolarmente riconoscibile.

I movimenti di macchina: Un operatore steadycam

In Italia è stata a lungo utilizzata soprattutto negli spettacoli televisivi, visto che permette all’operatore di muoversi facilmente tra i vari ospiti, dando così una visione particolare di ciò che sta accadendo in scena, assecondando gli eventi. Nel cinema, invece, viene spesso usata per realizzare movimenti di macchina sotto forma di soggettive, ma il modo in cui l’ha sfruttata Stanley Kubrick in Shining ha pochi rivali.

Mezzi di trasporto

Spesso capita anche di vedere movimenti di macchina ottenuti fissando la macchina da presa ad automobili, aerei, elicotteri, deltaplani, cavi metallici, droni… A volte è anche lo stesso operatore che si sposta con le sue gambe… Perché per realizzare l’inquadratura voluta dal regista, l’unico limite è la disponibilità dei mezzi e i soldi per noleggiarli. E la fantasia della troupe


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Attualmente c'è 1 commento a questo articolo:

  1. Plissken scrive:

    Anche questo capitolo molto ben fatto… Grazie mille Cassani per il lavoro svolto (tra l’altro… “aggratis”!-) di cui tutti possiamo beneficiare.

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