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"La regina degli scacchi": intervista a Claudia Florio

14 luglio 2005 Interviste 0 Commenti
La regina degli scacchi

Nel giugno 2002 usciva nelle sale italiane La regina degli scacchi , un complesso film drammatico diretto da Claudia Florio e distribuito da Làntia. Tre anni dopo, la regista ci ha gentilmente concesso una lunga intervista telefonica durante una pausa delle riprese di un suo documentario…


Una scena de La regina degli scacchi«Questa è una storia vera, l’ha narrata uno dei protagonisti». Lei come ne è venuta a conoscenza?
Ho parlato con delle persone che me l’hanno raccontata, però la storia vera non è quella di una giocatrice di scacchi ma di una ragazzina che aveva problemi derivanti dal fatto di essere stata adottata. Il mondo dell’adozione è un mondo molto particolare: i ragazzini che sono adottati, ai problemi dell’adolescenza aggiungono dei disturbi loro. L’adozione lascia delle tare terribili, la maggior parte dei ragazzi adottati non è come la protagonista de La regina degli scacchi – che in fondo le sue ansie e le sue angosce le convoglia concentrandosi nel gioco degli scacchi e rifiutando invece dei rapporti umani e sentimentali – sono delle persone che hanno problemi molto più forti. Generalmente sono… non so se dire “disadattati”, ma dei borderline
Rispetto a Maria Adele, la protagonista della storia reale aveva altre manie, altre psicosi, e io per darle delle caratteristiche che potessero essere interessanti e che potessero far risaltare la sua intelligenza e la sua capacità di concentrazione, ho pensato di farne una giocatrice di scacchi. Gli scacchi mi permettevano di creare per lei un mondo fantastico, un mondo dove conduceva le sue battaglie, per potere in qualche maniera sfuggire alla realtà. E poi gli scacchi mi hanno sempre affascinato proprio per l’uso della “testa” all’interno del gioco.

Barbora Bobulova in una scena di La regina degli scacchiAnche il tema della pedofilia è stata una sua invenzione?
La pedofilia c’entra marginalmente perché non è un problema che riguarda direttamente la protagonista. Quando si scrive una sceneggiatura è difficile essere precisi come in una partita di scacchi. Uno scrittore cerca di inserire nel suo lavoro qualsiasi tipo di emozione e questo allarga il campo d’azione, o lo specifica, e comunque influisce nella costruzione della trama o di un personaggio. Io scrivo sempre con certi tipi di impulsi, che possono essere delle emozioni o degli avvenimenti di cronaca o un personaggio che mi ha particolarmente colpito, o anche solo un aspetto di un personaggio reale.

Per quanto riguarda l’aspetto scacchistico del film, come si è preparata?
Per scrivere la sceneggiatura mi sono documentata leggendo tutto quello che ci poteva essere sugli scacchi, dai manuali pratici a tutta la letteratura sull’argomento, da Stefan Zweig a Poe a tutti gli scrittori che hanno scritto di scacchi. Durante le riprese mi sono fatta appoggiare da alcuni Maestri di scacchi, hanno preparato loro le partite che Barbora Bobulova ha dovuto imparare pur non giocando per niente a scacchi, anche se viene da un paese in cui il gioco degli scacchi è popolare come da noi lo è il calcio. Per dare a Barbora la necessaria familiarità con questo gioco, per farle capire la psicologia e tutto quello che il mondo degli scacchi racchiude, in modo che potesse muoversi in maniera credibile e potesse esprimere determinate emozioni, l’ho fatta incontrare con questi consulenti. Lei poi è una molto professionale: stava recitando in teatro a Torino e andava nei circoli di scacchi solo per prepararsi al film. Si portava in giro una scacchiera pieghevole per poter fare pratica nel gioco, e ha davvero imparato a giocare.

Ci sono invece stati esempi filmici, cui si è rifatta?
C’è stato un film che io ho molto apprezzato, In cerca di Bobby Fischer. L’ho fatto vedere a Barbora per farle capire come doveva muoversi. All’inizio si vedono alcune sequenze con Bobby Fischer e ci sono alcuni suoi atteggiamenti che io ho voluto farle vedere perché ne prendesse ispirazione, perché potesse rendersi conto dell’atteggiamento del giocatore vero all’interno di una partita vera.

Barbora Bobulova e Giovanni Vettorazzo in La regina degli scacchiMettendo in scena le varie partite che Maria Adele affronta, quanta libertà si è voluta prendere rispetto al gioco?
Sono stata attentissima al gioco. Dato poi che io non sono una giocatrice di scacchi e visto che un film non si gira in sequenza e una singola partita bisogna ricostruirla diverse volte, per non incorrere in errori abbiamo sempre avuto sul set diversi consulenti che controllassero la correttezza delle partite. A me, poi, piace molto il montaggio di alcune partite, perché ce ne sono alcune che hanno un ritmo più lento e altre che sono state rese più cinematografiche, ma sempre in modo corrispondente alla realtà. Ad esempio le aperture sono delle mosse quasi automatiche, sono dei momenti molto rapidi, mentre in seguito il tempo si dilata. Avendo anche il supporto dei consulenti, ho potuto montare delle partite secondo me abbastanza suggestive dal punto di vista cinematografico.

Toni Bertorelli è un attore di grande esperienza, Barbora Bobulova era all’inizio della sua carriera italiana, Ettore Bassi era al primo film. Com’è stato conciliare queste tre realtà attoriali?
Io come regista voglio lavorare con gli attori. Prima di girare il film abbiamo lavorato due o tre settimane come se fossimo a teatro, provando tutte le scene e facendo in modo di far acquistare familiarità agli attori con i personaggi e tra di loro. Erano tre realtà completamente diverse, tre fasi di un attore completamente diverse, con dei background completamente diversi.
Ettore Bassi era il più inesperto e il più fragile dei tre. È molto carino, molto perbene, molto educato, molto con il senso della famiglia – e questo lo dico in un senso positivo. Però era anche molto italiano: il sabato e la domenica se poteva scappava… non c’era la totale concentrazione nel film che io avrei voluto, ed essendo una persona alle prime armi ho dovuto lavorarci molto. L’ho anche strapazzato, l’ho sgridato… Questo lo preoccupava molto, poi però ha capito e si è concentrato maggiormente. Credo che alla fine abbia fatto un buon lavoro.
Ettore Bassi e Barbora Bobulova in La regina degli scacchiBarbora è una grande professionista, con dietro le spalle questa grandissima scuola che è stata l’Accademia di Bratislava. Lì gli studenti sono scelti e pagati dallo Stato, per cui la selezione è molto forte: chi si impegna totalmente va avanti, gli altri vanno via. All’Actors Studio chiunque paghi la retta può partecipare, a Bratislava vengono cacciati se non ottengono certi risultati. Barbora si era immersa totalmente nel film, non c’è stato un solo week-end in cui lei sia anche solo uscita dall’atmosfera di questa ragazzina. È molto piacevole lavorare con lei perché ti segue molto; come tanti attori ha bisogno di essere guidata, nel senso che si da molto ad un regista. Se c’è un regista che sa bene quello che vuole può cavarne qualsiasi cosa; se invece è uno che non lavora con gli attori, allora Barbora può dare una prestazione pessima. Devo dire che, fra tutte le cose che ho visto, nel mio film dà una delle sue interpretazioni migliori, perché riesce a fare dei tic di una bambina… come quando è in casa con la mamma e muove le ginocchia… tutte cose che lei ha pian piano tirato fuori anche da sola.
Toni Bertorelli invece è una persona di grandissima esperienza, quindi smaliziato, molto abile… gli ci vogliono tre secondi per capire cosa vuoi da lui, e riesce a farlo subito. Con lui c’era molta più collaborazione: «io farei questo, tu cosa faresti?». Lui e Barbora, poi, già si conoscevano avendo lavorato insieme nel Principe di Homburg di Bellocchio.

Barbora Bobulova è molto credibile nel ruolo di una ragazzina di 17 anni, però lei ha deciso di farla doppiare…
Purtroppo Barbora era agli inizi, era il suo quarto lavoro in Italia ed era quasi sempre stata doppiata. Io avrei voluto che recitasse con la sua voce, ma il suo accento sarebbe stato difficile da giustificare e le dava comunque una cadenza estremamente lenta, per cui sono stata costretta a doppiarla. Adesso è molto più sciolta, è molto più credibile che interpreti un’italiana. Non ci si pone più il problema del suo accento, ma allora mi creava dei grossi problemi per la storia.

Toni Bertorelli in La regina degli scacchiPerò ha scelto la voce di una doppiatrice che caricasse molto il fatto che il personaggio fosse una ragazzina…
Io mi sono occupata a lungo di doppiaggio e generalmente cerco doppiatori che possano essere totalmente al servizio del film. Cerco di annullare completamente la personalità del doppiatore e metterlo al servizio totale della voce dell’attore che è in scena. Mi sembrava di aver scelto la voce che più si adattava a Barbora, credo che la doppiatrice fosse sua coetanea. Barbora nel film ha diciott’anni – e li regge benissimo – mentre nella realtà aveva non dico dieci anni di più, ma quasi…

Verso la fine del film, mentre Maria Adele va in cerca della sua vera madre, Sterlizia passeggia per strada e il suo cammino è interrotto da una palla che gli rimbalza in mano. Non si può non pensare a M, il mostro di Düsseldorf
Esattamente, è stata la cosa cui ho pensato io quando l’ho scritta. Era una citazione per chi poteva essere in grado di capirla, ma anche una nota di colore legata alla vita di Sterlizia, che è quotidianamente a contatto con i bambini. Chi meglio di Fritz Lang in “M” ha raccontato tutto questo? Io ritengo quel film un capolavoro proprio nel senso che quella scena con la palla che rimbalza, in cui non viene mostrato alcun tipo di violenza o di orrore, nell’immaginario di ognuno di noi risulta molto più forte che vederlo in maniera grafica.

Tra l’altro, quest’anno è uscito un film che tratta di pedofilia – The Woodsman, con Kevin Bacon – e anche lì la violenza è solo raccontata. Però è comunque molto efficace, come lo è nel suo film il monologo in cui Sterlizia racconta un episodio di violenza nei confronti di un bambino…
Ho letto diversi trattati scientifici scritti da psichiatri che hanno raccolto delle confessioni di pedofili. Quel racconto è totalmente reale.

Valeria D'Obici e Barbora Bobulova in La regina degli scacchiLa regina degli scacchi è stato dichiarato un “Film di Interesse Culturale Nazionale”, ma ci ha messo oltre due anni ad arrivare nelle nostre sale…
Questo è un grandissimo problema del cinema italiano, che va sempre più accentuandosi.
Io avevo presentato due sceneggiature a distanza di un anno l’una dall’altra: la prima si intitolava Commedia, ma poi il film si è intitolato Il gioco; la seconda era La regina degli scacchi. Per riuscire ad avere le sovvenzioni del Ministero per Commedia abbiamo dovuto aspettare qualcosa come 6-7 anni, e quando è stato dichiarato “Film di Interesse Culturale Nazionale” mi ci è voluto ancora più o meno un anno per riuscire a trovare un attore di un certo nome – che è stato poi Jonathan Pryce – per poter fare il film. Così, mentre stavo finendo di girare Il gioco, anche La regina degli scacchi è passato come “Interesse Culturale Nazionale” e sono stata cercata dai produttori, che avevano fame di “Film di Interesse Culturale Nazionale”. In questo caso c’è stato lo stesso distributore che ha preso entrambi i film, e ha preso Il gioco – che è un film più difficile, più cerebrale – perché voleva La regina degli scacchi.
Non voglio fare confronti con altri paesi, dove hanno delle sovvenzioni diverse – come in Gran Bretagna dove c’è la lottery o in Francia dove hanno una serie di sgravi fiscali per i reinvestimenti – e che quindi aiutano maggiormente l’industria cinematografica: noi non abbiamo un mercato tale da poter coprire il costo di un film, perché nel mondo si parla poco italiano e quindi i nostri film vanno poco all’estero. Quella legge fatta da Walter Veltroni è stata molto importante perché ha regolamentato un campo selvaggio e ha aiutato a dare spazio a delle persone, delle idee, dei registi… ha aiutato a realizzare dei film dando un prestito alla sceneggiatura. Purtroppo però non tiene conto dei “furbi” che si muovono in questo settore, che vivono per incassare il contributo facendo il film solo con quello che ti da il Ministero, che dovrebbe essere il 75% del budget totale, o se sono ancora più mascalzoni spendendo anche meno di quello che il Ministero dà in modo da intascare il resto. La stessa cosa dicasi per la distribuzione, che ha una percentuale in base al costo del film: fanno quattro-cinque grandi manifesti e poi se ne fregano…
Massimo De Rossi e Barbora Bobulova in La regina degli scacchiC’è anche il fatto che non è sempre automatico trovare un distributore: ci sono molti film che sono stati prodotti attraverso il prestito dello Stato – un prestito a fondo perduto se il film non rientra delle spese – che non arrivano in sala perché non si è pensato di dare obbligatoriamente una distribuzione, che può essere l’Istituto Luce piuttosto che la 01 piuttosto che qualsiasi altra…
Sarebbe molto meglio ridurre la quantità di film prodotti ma assicurare a questi film un’uscita di due settimane, dopodiché è il pubblico che decide se il film piace o non piace. Ma questo è sempre un discorso utopistico, perché per vendere un film, come per vendere un paio di scarpe, c’è sempre più bisogno di pubblicità. Tant’è che negli Stati Uniti la distribuzione e il lancio di un film hanno costi altissimi, costi che vengono considerati nel momento in cui viene preparato il budget. In Italia no: ci si concentra sulla produzione e per la distribuzione rimangono le briciole, mentre secondo me sarebbe molto più importante concentrarsi sul lancio così da lasciare il film al vaglio del pubblico, il quale affonda quelli che non gli sono piaciuti e invece premia quelli che ha apprezzato. Poi bisogna anche fare i conti con i vari esercenti, i quali molto spesso per avere il film hollywoodiano importante smontano un film italiano anche se gli sta andando molto bene e gli riempie la sala. Per cui, purtroppo, il mercato è estremamente falsato, innanzi tutto perché i film italiani non arrivano con sufficiente lancio, non sono sostenuti, e soccombono nei confronti dei film soprattutto di provenienza americana. Gli altri film, le produzioni europee, sono sempre produzioni di nicchia – magari bellissime, magari le più belle e le più interessanti – però penalizzate.

Realizzato nel 1999 e distribuito nel 2001, La regina degli scacchi è stato il suo ultimo film. Adesso a cosa sta lavorando?
Lo scorso inverno ho realizzato un documentario sulle Marche, e ho scritto un libro di cucina dedicato alle persone che hanno problemi cardiaci e di colesterolo, di cui uscirà la seconda edizione a Natale. Adesso ho delle idee per cose che potrei fare, ma non mi metterò a lavorarci prima di qualche mese.
Sono molto scoraggiata dal panorama distributivo italiano, dall’attuale situazione del nostro cinema. In un periodo in cui è difficile trovare un produttore e ancor più trovare un distributore che non sia interessato solo alle commedie all’italiana, in un momento in cui i fondi d’Interesse Culturale Nazionale sono stati decimati e diversi film sono stati bloccati, ho preferito restare alla finestra per vedere come si sviluppa la situazione.

Barbora Bobulova in La regina degli scacchiTanti suoi colleghi, invece, preferiscono fare televisione piuttosto che rimanere inattivi…
Questa è un’idea che condivido, perché in televisione ci sono delle ottime cose, come il Montalbano di Alberto Sironi piuttosto che Perlasca, un eroe italiano o altre. Sono cose di tutto rispetto, che servono magari a far conoscere vicende sconosciute alla maggior parte del pubblico, che raccontano le nostre origini, le nostre storie… L’importante è che abbiano una dignità. Anch’io avrei da proporre delle cose di televisione, in passato l’ho anche fatto, però onestamente… tutto quello che io ho fatto, l’ho fatto sulle mie uniche forze, non ho mai avuto – purtroppo, perché magari ne avrei anche approfittato – padrini, raccomandazioni politiche o simili. La televisione, invece, ha bisogno di questo, e quindi per adesso non l’ho fatta. Però credo che, se fatta con dignità e senza tradire se stessi, sia un modo molto efficace per arrivare al grande pubblico. Marco Tullio Giordana aveva realizzato La meglio gioventù per la televisione e poi è uscito nei cinema… Insomma, dipende tutto da come si fa la televisione: se uno fa dei film in cui fanno recitare certi attori che ti fanno accapponare la pelle quando li senti, e che magari hanno delle velleità alte… io non ce la faccio a dirigere persone di questo tipo…
Io non riesco a tradire me stessa, non è per un vanto ma non riesco a fare un film che non andrei a vedere. Ci sono dei film che avrei voluto fare e nei quali mi riconosco, e ce ne sono tantissimi – tutti gli italiani puramente commerciali – che se anche me li dovessero offrire non li farei, perché non ne sarei capace: non so da che parte cominciare tra battute, battutacce, gag… Non tolgo nulla a questi film, che possono anche essere interessanti per una grande fetta di pubblico, però in questo periodo ho preferito diversificare e fare documentari.
Io poi non accetto eccessive imposizioni: se mi avessero detto no sulla scelta di Barbora Bobulova perché c’era bisogno di una Ferilli – per fare un esempio, perché la Ferilli è una brava attrice e mi piacerebbe lavorare con lei – non avrei accettato, perché non sarebbe stata credibile, sarebbe stato un classico esempio di miscasting che molto spesso i produttori fanno fregandosene della storia. Tanti miei colleghi accetterebbero, ma io non sono molto adatta ad accettare compromessi così pesanti nei confronti di una storia, come non sono molto malleabile durante le riprese. Quando mi viene chiesto durante le riprese o in sala montaggio di cambiare qualcosa, se non è un’idea che condivido e che penso possa migliorare il film possono passare sul mio cadavere…
Barbora Bobulova in La regina degli scacchiCon queste premesse, devo trovare una storia – che penso di aver trovato – che possa essere interessante per me perché mi permetterebbe di dire determinate cose, e che possa interessare ovviamente il pubblico: non sto dicendo che non sia importante tenere conto del pubblico, è importantissimo. Non voglio annoverarmi tra quelle persone che fanno film sul proprio ombelico, io ritengo che i film debbano avere delle storie, debbano raccontare… I film devono narrare… Storie semplici, storie complicate, qualsiasi cosa… ma devono essere una narrazione. Quando il cinema diventa semplicemente uno sfogo, una cosa personale, io non lo condivido più. Allora bisogna trovare una storia che sia giusta, che vada bene al pubblico, che possa piacere e che possa suscitare emozioni. Finché questo non ce l’ho, aspetto: non mi corre dietro nessuno.


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