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Soundtrack: "Apes Revolution" di Michael Giacchino

5 gennaio 2015 Soundtrack 0 Commenti
Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne Sonore* * * ½

La saga del Pianeta delle scimmie non ha mai avuto alcuna omogeneità musicale. E infatti Michael Giacchino parte da una posizione di totale indipendenza rispetto al ricco materiale preesistente, sviluppando invece una partitura con temi corti e interventi a volte bruschi…


Vi sono saghe e cicli cinematografici che non possiedono alcuna omogeneità in termini musicali; anzi, che sembrano quasi esibire una continua varietà e alternanza di contributi, in una sorta di turnover che spesso mette a confronto compositori diversissimi impegnati sulle medesime tematiche o sui medesimi personaggi. La saga del pianeta delle scimmie (otto film e due serie Tv), originata dal romanzo di Pierre Boulle e nata sugli schermi sul finire degli anni Sessanta, è una di queste. Due generazioni di musicisti si sono confrontate con le avventure, tra il filosofico e il fantascientifico, degli evolutissimi e agguerriti primati in conflitto con la sprovveduta e presuntuosa razza umana, a cominciare dal capostipite Jerry Goldsmith con due delle sue partiture più moderne e visionarie, Il pianeta delle scimmie e Fuga dal pianeta delle scimmie. A lui è succeduto Leonard Rosenman, che in L’altra faccia del pianeta delle scimmie e Anno 2670 – Ultimo atto ha esperito da par suo tutte le proprie risorse di compositore spiccatamente d’avanguardia e atonale (nel mezzo v’è stato spazio anche per Tom Scott, con 1999 – Conquista della Terra). Poi è stata la volta del remake di Tim Burton, con il fido Danny Elfman a prodursi in un affresco al solito fantasioso e rutilante, e infine sono partiti i reboot della Chemin Entertainment, con L’alba del pianeta delle scimmie e l’incantevole, emozionante poema sinfonico di Patrick Doyle, e ora il film di Matt Reeves, con il supporto del compositore di Lost, della Pixar nonché fiduciario di J.J. Abrams.

In premessa, va immediatamente precisato che Giacchino assume, nei confronti di tutto questo ricco contesto preesistente, un atteggiamento di totale indipendenza, come del resto altre volte gli è accaduto in circostanze analoghe (ad esempio nei suoi score per Mission: Impossible). Vale a dire che non si notano tracce di eredità leitmotiviche o di consonanze stilistiche con le partiture precedenti. Il “Giacchino’s touch” rimane invariato, temi corti, interventi a volte bruschi, improvvise aperture orizzontali, strumentazione scintillante e appuntita, dissonanze programmate, utilizzo psicologico dei chiaroscuri e dei conflitti dinamici. Come in “Main title – Level plaguing field”, con i vitrei accordi per piano su un flautando sovracuto dei violini e un pedale di bassi sostenuto da un coro lontano, che fa presagire come tutto stia per avere inizio. Il coro, in modalità quasi ligetiana, e le percussioni si agitano onomatopeicamente in “Look who’s stalking”, evocando un’atmosfera chiaramente “jungley”, ma ecco che “The great ape processional” espone, grandioso e dispiegato, un primo tema conduttore, la cui caratteristica è quella di venire declinato preferibilmente sottovoce, con sommessa e allusiva incombenza.

Un riferimento lontano ma percepibile, forse l’unico, al climax delle prime partiture goldsmithiane si rileva in pagine come “Past their primates” o “Close encounters of the furred kind” (la chiave parodistica di alcuni titoli dei track è un tratto ricorrente nelle partiture di Giacchino), caratterizzate da un sapore tribale e selvatico. A tale scopo vengono chiamati a raccolta parecchi strumenti particolari, come xilofono, percussioni africane e a legno, pianoforte preparato, oltre che piegati a ottenere sonorità anomale strumenti a fiato come fagotti nel registro grave e corni con sordina, accanto ai ben noti glissandi di archi; ne deriva un’impronta timbrica anomala, che si estende su tutto lo score come una patina minacciosa e tentacolare.
Il meglio di sé, però, Giacchino sembra darlo quando accende tutti gli interruttori dell’emozione convulsa, freneticamente espressa: “Primates for life” ad esempio rielabora sapientemente e quasi religiosamente il solenne tema principale, mentre il lungo “Gorilla Warfare” e “Enough monkeying around” scatenano una virulenza orchestrale di potenza sismica; tanto più rimarchevole in quanto alternata a lunghe pagine pressoché silenziose (“Gibbon take”, “How Bonobo can you go”), nelle quali la soundtrack pare ammutolire in effetti di sottofondo calibrati in direzione di una suspense attendista e meditabonda, ma un po’ uggiosa.
Il punto è che Giacchino è un compositore cui necessita sempre un livello alto di tensione, una temperatura drammaturgica incandescente; meno confacenti sembrano gli intermezzi statici; ecco perché ad esempio “Monkey see, monkey coup”, tempestato da un tema eseguito dai soli timpani, è una pagina esemplare, o “Gorilla warfare”, nell’ossessiva scansione ritmica e nell’utilizzo di unisoni e glissandi, costituisce un momento folgorante, quasi da horror preistorico.
L’ombra di Ligeti, il compositore materico e ancestrale caro a Kubrick, si affaccia poi prepotente in “The apes of wrath”, sottolineando gli stretti rapporti che Giacchino intrattiene con alcuni esponenti delle avanguardie storiche del Novecento, resi ancora più espliciti nelle siderali evoluzioni e nell’interminabile glissando in diminuendo dei violini di “Aped crusaders”. Preceduti dai delicati accordi pianistici dell’incipit, i “Planet of the end credits” si divaricano lungo una duplice linea, iniziando severamente e quietamente negli accordi degli archi e scuotendosi poi in una sorta di ricapitolazione rituale con xilofoni, legni e percussioni innervate da spigolose asperità ritmiche e livide dissonanze; la ripresa e l’epilogo, però, sostenuti dal coro nella riproposizione finale del tema principale, paiono appellarsi a una (im?)possibile riconciliazione fra uomini e animali. Curioso il track conclusivo, “Ain’t that a stinger”, la cui ideazione il gossip attribuisce a Griffith Giacchino, il figlio di 9 anni del compositore: un breve frammento a effetto, di agevole contestualizzazione nel resto della partitura.


La copertina del CD di Apes RevolutionTitolo: Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie (Dawn of the Planet of the Apes)

Compositore: Michael Giacchino

Etichetta: Sony Classical, 2014

Numero dei brani: 19
Durata: 77′ 21”


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