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Soundtrack: "Dracula 3D" di Claudio Simonetti

5 gennaio 2013 Soundtrack 0 Commenti
CineFile

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne SonoreAggettivo

Partitura sontuosa, che nulla ha a che spartire con le precedenti versioni cinematografiche di Dracula, questa di Claudio Simonetti mostra un’ambizione alle grandi proporzioni sinfoniche, con una miscela di risorse orchestrali ed effetti hi-tech, e un sapiente uso degli stereotipi di genere…


Probabilmente l’esperienza dei Goblin, il gruppo di progressive rock fondato a metà degli anni Settanta da Claudio Simonetti e Massimo Morante, sarà destinato a lasciare una traccia più visibile nella cronistoria del cinema italiano di genere degli ultimi quarant’anni, grazie alle soundtrack a essi dedicati, piuttosto che in quella della musica. Ed è un peccato – oltre che un errore – perché la spinta innovativa che questa esperienza ha prodotto anche all’interno degli ambienti un po’ polverosi del rock italiano è stata senza dubbio decisiva e fortissima.
Nella sua formazione standard composta da Simonetti, Walter Martino (come Claudio un figlio d’arte, e cioè di Bruno Martino, l’indimenticabile crooner di “E la chiamano estate”), Morante, Fabio Pignatelli e Agostino Marangolo, i Goblin elaborarono proprio attraverso i lavori cinematografici in special modo per il cinema di Dario Argento, da Profondo rosso in poi, una raffinatissima commistione fra rock sinfonico, heavy-metal, altissima tecnologia e reminiscenze rigorosamente classiche, anzi addirittura barocche, sicuramente anche grazie alla formazione accademica di Simonetti, formatosi in composizione e pianoforte al Conservatorio di Santa Cecilia. Di qui la struttura implacabilmente governata, geometrica, “scritta” delle loro musiche, con omaggi alla tradizione classica che in taluni casi risalgono addirittura sino a ripercorrere percorsi e architetture sonore di evidente derivazione bachiana, come in Suspiria, Tenebre o Phenomena.

Negli anni i Goblin hanno vissuto alterne vicende di scioglimento, dispersione, riunificazione parziale, proseguendo i contatti con Argento sino a Nonhosonno, con un filo rosso di sperimentazione all’interno del cinema horror-thriller che ne ha sempre tenuto viva l’intesa. Simonetti, però, ha proseguito autonomamente nelle sue proposte e nel suo lavoro, prima con i Daemonia, ora con il Simonetti Project – in gran parte dediti a riproporre il repertorio dei Goblin – ma anche continuando a impegnarsi in proprio e singolarmente nella composizione cinematografica.
Oggi 60enne, e rimasto fedele al proprio mentore e amico Dario malgrado l’inesorabile declino qualitativo della sua filmografia, Claudio Simonetti rivela un eclettismo e una multiformità di ispirazione, nonché una propensione all’autoironia, nei quali è facile – per chi appartiene a una certa generazione – riconoscere i tratti distintivi del padre. Enrico Simonetti (1924-1978) fu, infatti, una strepitosa e coltissima figura di musicista, pianista e intrattenitore, troppo presto sottrattoci e troppo presto dimenticato, molto attivo in Brasile dov’era emigrato dalla natia Liguria, poi nella nostra Rai dove divenne leggendario per il suo virtuosismo pianistico, le capacità di affabulatore (celebri le sue sarcastiche “favolette” al piano), la squisita signorilità (oggi merce in estinzione), l’ironia sottilmente “british” e vagamente surreale, le doti di accompagnatore e orchestratore. Fu anche compositore cinematografico prolifico, sia in Brasile che in Italia, ancorché confinato al genere della commedia senza pretese. Ma di quella “lievità”, di quel non prendersi troppo sul serio, coniugati tuttavia con gli studi severi e il dominio ferreo degli strumenti e dei materiali, Claudio reca senz’altro con sé l’eredità. Partendo dalla fine, per dimostrarlo, potremmo indicarvi il booklet di questo lussuoso cofanetto dedicato all’ultima fatica di Dario Argento, con il quale Simonetti riprende la collaborazione dopo la parentesi anomala di Giallo, che era sostenuto dalla poderosa e scultorea partitura orchestrale di Marco Werba: vi appare Simonetti stesso al theremin (sì, proprio il caro vecchio theremin di ròzsiana memoria!) in atteggiamenti “vampireschi”, con tanto di canini posticci, esattamente come nel videoclip e relativo making of della hit “Kiss me Dracula”, coinvolgente e arioso scampolo di rock sinfonico cantato dall’imperiosa Silvia Specchio su un proprio testo, che fanno parte del DVD-bonus allegato al CD insieme con una bella e lunga raccolta di clip simonettiane d’antan: “Simonetti Horror Project”, ristampa di un video originale del 1991 dove vediamo un giovane e chiomato Claudio assediato da tastiere di ogni ordine e grado esibirsi con il suo gruppo e un paio di special guest in clip tratte dai principali titoli della sua filmografia, in una scoppiettante crestomazia virtuosistica e rockettara d’antan.

Registrata nell’ormai celebre (e simbolico di una ricostruzione che vuole orgogliosamente imporsi malgrado le scandalose pubbliche inadempienze) Teatro La Fragolina di Fossa dell’Aquila, con l’autore sul podio dell’Orchestra Città Aperta, la partitura dimostra l’evoluzione e l’ampliamento degli interessi musicali di Simonetti già ravvisabili nello score di La terza madre: ossia un’ambizione alle grandi proporzioni sinfoniche, con una miscela molto sorvegliata di risorse orchestrali ed effetti hi-tech, un sapiente utilizzo degli stereotipi di genere all’interno dei quali proprio il theremin riveste una funzione nettamente nostalgica, rievocativa di decenni di filmografie horror, di B-movies di vampiri e zombi, di fantascienza a basso costo e in bianco e nero. S’incarica manifestamente di riassumerli tutti la “Dracula Suite”, con pesanti accordi di percussioni e ottoni, arpeggi romantici di pianoforte, l’intervento del theremin che enuncia un semplicissimo Leitmotiv di tre note e il controcanto (decisivo), apocalittico e maestoso, dei corni, in uno sviluppo contrappuntistico forgiato chiaramente su modelli grand-opéristici. Analogamente, il richiamo penetrante e tziganeggiante del violino solo di Gabrielle Lester in “Tania”, contrastato dal rombare dei bassi, da uno staccato ostinato dei violini e da maligne dissonanze, evidenzia con chiarezza che lo score si muove sul piano di una visione musicale complessa e articolata, nonché molto stratificata dal punto di vista tecnico-strumentale: “Cemetery” può in tal senso essere quasi considerata una piccola antologia di materiali ad hoc, dai glissandi disturbati degli archi al risuonare spettrale del vibrafono al rimbombo funebre delle percussioni, ma la partitura ne è ricca anche perché i brani sono tutti molto brevi, corrispondendo alla struttura di fulminee “scene” musicali modellate sui singoli momenti e a volte mutevoli anche al proprio interno, come “Lucy’s house”, dove si alternano archi accorati e sinistri echi elettronici.
Reminiscenze addirittura herrmanniane si affacciano nell’incipit di “Mina leaves Dracula”, dove il theremin assume una insospettata valenza melodica, o di “The castle”, con il flautando degli archi acuti mentre il cello di Sebastiano Severi si fa largo fra sussurri, grida ed evocazioni ultraterrene in “The legend of Dracula”; ancora tecniche miste, orchestrali e synt, dilagano in “Awakening” e appare a un certo punto evidente che le esigenze “scenografiche” della soundtrack prevalgono su quelle tematiche, fors’anche a scopo rafforzativo e coadiuvante. E tuttavia, un frammento come “Mina”, col canto struggente dell’oboe sul piano, è sufficiente ad autocostituirsi come nucleo leitmotivico, anche perché il côté romantico della storia esige la sua parte e quindi fra ululati orchestrali e rintocchi da tregenda si affacciano anche accasciate perorazioni armoniche (“Dracula in love”) affidate però non casualmente al suono “innaturale” dei synt, mentre una voce campionata e trasognata, sostenuta dal pedale dei bassi e da un disegno ritmico degli archi alza la sua trenodia per “Van Helsing”. L’organo a canne di “Cruel impalement”, associato a una progressione di archi, rinforza l’apparato caratteristico “di genere” della partitura, la cui struttura parcellizzata appare sempre più funzionale alla sottolineatura delle singole sequenze, quasi come tableaux vivants, piuttosto che a un insieme evidentemente disomogeneo e poco difendibile.
Su questo fronte Simonetti spende e si spende molto, anche nel ricorso a semplici stereotipi, ma ottenendo risultati migliori forse nei momenti di maggiore sobrietà sonora (“Scary story”) che non in quelli di puro sound effect (“Tania’s attack”): lo dimostra anche un’oasi melodica pura come quella per celli e archi di “Dolinger de Graz”, che ribadisce il ruolo “etnico” mitteleuropeo degli interventi solistici. Splendido lo scioglimento, quasi la liquefazione del main theme di Dracula nel finale di “Confessions”, fra nebbie armoniche e trasparenze timbriche, e tutta vigorosamente techno-sinfonica alla maniera quasi hollywoodiana la ritmica convulsiva di “The final fight”, così come risuona quale grandioso epitaffio per ottoni e archi “Evil dies”, scandito con movenze rituali, mentre il vero epicedio – ancora una volta dissimulato fra sonorità miste – è “Eternity”, prima di una nuova possente versione di “Kiss me Dracula” e del main theme a chiudere il CD.

Si farebbe un torto a Simonetti – e al buon senso – paragonando questa sua sontuosa partitura a fatiche musicali analoghe compiute nel passato in onore del vampiro creato da Bram Stoker: pensiamo al meraviglioso, delirante Williams per la versione di John Badham, o all’aspro e stratificatissimo Wojciech Kilar per la versione di Coppola, o alla rielaborazione intellettuale di Philip Glass sulla versione di Browning o infine all’insuperabile sinfonismo europeo di vecchio stampo di James Bernard per la versione di Fisher della Hammer. Il musicista italiano ha una propria via che lo conduce alla rivisitazione musicale di questo mitologema dell’horror letterario e cinematografico di vastissime ascendenze simboliche e metaforiche, ed è una via che continua a coniugare tradizione e ricerca, nostalgia e progettualità, passione da cinefilo e sufficiente ironia per smitizzarla. Nel panorama spesso un po’ pauperistico della musica cinematografica contemporanea italiana, è un esempio – il suo – che non può non suscitare ammirazione e fascinazione.


La copertina del CDTitolo: Dracula 3D

Compositore: Claudio Simonetti

Etichetta: Deep Red, 2012

Numero dei brani: 46

Durata: 70′


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