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Soundtrack: "Everest" di Dario Marianelli

15 febbraio 2016 Recensioni 0 Commenti
Everest

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne Sonore* * * *

E’ forse la prima volta che il pisano Dario Marianelli si trova a comporre la colonna sonora di una mega-produzione hollywoodiana così impegnativa. E lo fa senza scadere nel ricalco altrui o adagiarsi sulla musica abient, bensì realizzando una vera e propria scenografia musicale…


È il paesaggio il protagonista assoluto del film di Baltasar Kormákur che ha aperto l’ultima Mostra del cinema veneziana: non i personaggi, inghiottiti da un destino già scritto, non i loro tentativi di dominare una natura invalicabile. Bensì il paesaggio meraviglioso e insieme orribile di una montagna che affascina, ipnotizza e non perdona i suoi sfidanti. Ed è anche questo il sentimento prevalente nel sontuoso score di Dario Marianelli: un senso di grandiosa, immanente tragicità e di irresistibile richiamo, tradotto in uno sforzo imperioso e ai limiti dell’umano.

Siamo abituati a conoscere il compositore pisano come attento e raffinato illustratore di drammi letterari in costume o di delicati intrecci psicologici. E’ infatti forse la prima volta che egli affronta una mega-coproduzione così impegnativa sul fronte di quella che potremmo chiamare un’autentica scenografia musicale. Varrà a questo punto la pena di evocare un precedente illustre e significativo, per quanto lontano: nel 1991 Hans Zimmer scrisse l’imponente, visionaria partitura per la versione europea di K2 – L’ultima sfida di Franc Roddam, che raccontava il confronto tra due amici scalatori e la vetta asiatica, seconda in classifica per altitudine dopo l’Everest. Anche in quel caso la titanica maestosità della natura fungeva da fonte ispiratrice primaria della musica, in un diluvio sonoro travolgente che mescolava severe aperture sinfoniche a reminiscenze visionarie dal sound dei Pink Floyd. Difficile dire se sia un modello che possa aver direttamente ispirato Marianelli (a differenza per esempio di Cliffhanger di Trevor Jones, decisamente più orientato sul fronte della thriller music, anche se provvisto di un tema indimenticabile): resta il fatto che sin dall’esordio di “The call”, con l’evocativa melopea del violoncello solista di Caroline Dale, gli effetti del vento, la percussione inquieta e il solenne levarsi del tema raddoppiato negli archi, sembra venire evocato il “remote control” del maestro tedesco.
Ciò premesso, tuttavia, non siamo in presenza di un mero ricalco stilistico. Marianelli va oltre il semplice dispiego di musica “ambient” e insegue una drammaturgia sonora sotto forma di ineluttabile richiamo ancestrale. Risuona in questo senso la riproposizione del tema del cello nell’affastellarsi crescente di percussioni in “Setting off from Kathmandu” e più ancora nella proposizione degli ottoni nel frenetico, avventuroso “First trek: base camp”, dove sono anche evidenti influenze etniche, ma senza facili e corrivi esotismi. Anzi, la parte “locale” della partitura sembra unicamente delegata al frammento “Arrival at the temple”, eseguito dai monaci del Tharig Monastery di Kathmandu, uno dei luoghi sacri più celebri del Nepal. Appare evidente l’intento del compositore di far “viaggiare” la partitura con il medesimo passo dei protagonisti, seguendone la fatica, l’ostinazione, le difficoltà sempre più impervie, in una progressione propulsiva energica e volitiva: assolvono questo compito le percussioni incalzanti di “The lowdown” e la fantasiosa tavolozza ritmica di “A close shave”, dove anche le risorse dell’elettronica vengono piegate a un efficace descrittivismo naturalistico. Lo sforzo prosegue, in una tensione continua cui provvedono sempre più il ritmo delle percussioni e le tessiture degli archi, in “Starting the ascent” e “To camp four”, sinché in “Someone loves us” si fa strada con nitida chiarezza quell’elemento di richiamo, come di una sirena, più volte evocato dallo stesso Marianelli: e questo avviene attraverso la presenza siderale, celestiale di una voce femminile (quella di Melanie Pappenheim, spesso utilizzata dal compositore), intrecciata nel fraseggio degli archi. “Summit” torna a lavorare sull’ostinato percussivo e su quello che potremmo chiamare il “tema dell’ascensione”, senza vacui trionfalismi ma con un respiro costantemente sempre più ampio nelle volute melodiche, sino alla luminosa, trascendentale perorazione finale. Lo stesso tema apre negli ottoni, con wagneriana ieraticità, la lunga “Time runs out”, dove però il tema s’intreccia ben presto con allarmanti pulsazioni, dissonanze e distorsioni, a significare il pericolo imminente. E da “Lost”, infatti, la tonalità dello score si fa decisamente più cupa e ostile, con spettrali sonorità in flautando che connotano solitudine e impotenza umana dinanzi agli elementi; un sentimento di sconfitta che in “Last words” assume toni struggenti, richiamando in campo frammenti del tema del violoncello su semplici, meste frasi discendenti dei violini e un oscuro pedale in mi dei bassi, che disegnano una sorta di quieto e inesorabile requiem. Lo stesso tema, ma su un registro più acuto, prelude a un tremolo in crescendo di tutti gli archi su grappoli di accordi degli ottoni in “Beck gets up”, a sottolineare lo scuotersi e la volontà di sopravvivenza del personaggio interpretato da Josh Brolin, per poi spegnersi in una coda dove è nuovamente il violoncello a riappropriarsi sommessamente della melodia.
Se “Chopper rescue” è forse il brano più scopertamente zimmeriano, con una citazione pressoché letterale da Inception, degno di rilievo è l'”Epilogue”, lirico e trasognato, per pianoforte e archi amplificati in incessanti evoluzioni, con l’ulteriore contributo della voce della Pappenheim. Una conclusione quasi minimalista, intima e rasserenante per quello che lo stesso Marianelli ha definito «il tentativo di carpire musicalmente una irresistibile vocazione al naufragio».


La copertina del CD di EverestTitolo: Everest (Id.)

Compositore: Dario Marianelli

Etichetta: Varese Sarabande, 2015

Numero dei brani: 16

Durata: 48′ 52”


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