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Soundtrack: "L'amore bugiardo" di Reznor & Ross

30 marzo 2015 Soundtrack 0 Commenti
L'amore bugiardo - Gone Girl

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne Sonore* * * *

Con L’amore bugiardo – Gone Girl si consolida il rapporto tra David Fincher e il duo di polistrumentisti elettronici Reznor e Ross, che qui mettono ancor più a fuoco che in passato alcune delle loro caratteristiche stilistiche e linguistiche e dimostrano di non aver nulla da invidiare a compositori come Vangelis e John Carpenter…


Si va consolidando il rapporto fra il regista forse più inquietante della postmodernità hollywoodiana, David Fincher, e il duo di musicisti-polistrumentisti elettronici Reznor e Ross. Tanto che, per quantità e qualità, L’amore bugiardo – Gone Girl (dopo The Social Network e Millennium) sembra mettere definitivamente a fuoco alcune caratteristiche stilistiche e linguistiche di questi ultimi. L’americano Reznor, già front leader della band di “industrial” rock Nine Inch Nails, e l’inglese Ross, ingegnere e programmatore di software audio, si muovono infatti lungo una linea arditamente sperimentale, che utilizza il suono acustico spesso distorcendolo o manipolandolo, per mescolarlo con il sound elettronico spinto sino a dichiarate derive rumoristiche, così da ottenere un cocktail perturbante e pervasivo, che finisce con l’avvolgere l’ascoltatore in un’atmosfera morbosa, ipnotizzante, gelidamente funerea.
Ritmi ripetitivi, ostinati, idee tematiche cortissime e ossessive si sviluppano dunque in una direzione di politonalismo spinto, lasciando a rare ma preziose incursioni strumentali (il pianoforte di “Just like you”) il compito di aprire qualche oasi più riconoscibile. Le opzioni armoniche sono spesso accordali (“Appearances”), volutamente semplificate, quasi elementari, così come quelle melodiche, sovente risolte in chiave minimalista, attraverso piccole, brevi frasi ripetute a intervalli corti e regolari; il combinato disposto dei due fattori produce una sensazione di inesprimibile straniamento, di metallica e disturbata irrequietezza. Risultato cui non poco concorre anche l’utilizzo di particolari tecniche manuali, come bloccare le corde di una chitarra (“Something disposable”) o inscatolare letteralmente il suono dentro piccoli contenitori provvisti di microfono interno: espedienti che servono ai due musicisti per “denaturalizzare” la propria scrittura, mescolando le fonti e i timbri, ma non necessariamente per spersonalizzarla a fini espressivi, come dimostrano le volute ampie, quasi “vangelisiane”, di “Like home”.
Tira, con tutta evidenza, una certa aria di New Age fra queste fasciature morbide, i tintinnii siderali, le frasi sinuose e sireniche, in una scrittura che sembra oscillare fra l’ambient music più accattivante e soluzioni da musicoterapia intensiva. È una musica spettrale, desaturata come i colori del film, a tratti concepita secondo una meccanica da orologiai (“The way he looks at me”, uno dei brani preferiti da Reznor), che non punta certamente a suscitare emotività ma piuttosto a invadere il subconscio per lavorare in profondità nell’assorbimento psichico dei suoni.

Programmaticamente distaccato e anzi pensato a contrasto con la molteplicità di altri brani che popolano il soundtrack, come source music e non, (da “New York, New York” a Jelly Roll, dai Krokus a China Crisis, da Willie e Chris Collins al tema di Mike Post per Law & Order), lo score di R&R punta molto sui contrasti dinamici (ricorre l’utilizzo del crescendo, in chiave di purissima suspense, specie se abbinato alla ripetizione coatta di un’idea, come nell’impressionante “Technically, missing”) e su un palpitante, incessante quanto sotterraneo sentimento di minaccia; le pagine più laboratoriali e rumoristiche come “Secrets”, che ingloba segnali radio, Morse e quant’altro, si rivelano in questo contesto forse le più interessanti, rispetto ad altre più convenzionalmente monotone (ma la monotonia è un rischio calcolato in lavori come questo), ma ciò che preme sottolineare è l’attenzione sorvegliata, quasi allarmata, che i due sembrano riservare agli approdi dell’avant-garde elettronica, con l’inesausta ricerca di un suono “mentale”, a tratti mistico, che fonda l’elemento riproduttivo musicale con tutto ciò che può provenire dall’ambiente o dagli oggetti circostanti; attraverso scelte di ritmo primordiali e inamovibili (l’esemplare “Perpetual”) e frequenti ricorsi al linguaggio della musique concrète (“Strange activities”) Reznor e Ross creano così un clima espressivo del tutto particolare e spiazzante che, se da un lato pecca un po’ in semplificazione strutturale – la tentazione minimalistica vi è infatti un po’ troppo onnipresente – dall’altro non ha nulla a che vedere con l’atteggiamento esornativo, decorativo ed esteriormente “atmosferico” con cui molti compositori mettono spesso mano ai synth e ai software elettronici. Esiste infatti qualcosa di materico, di schiettamente primitivistico nelle modalità con cui Reznor e Ross erigono le loro minacciose, angoscianti cattedrali di suoni: una sorta di fantascienza sonora primordiale, preistorica, che sembra provenire da abissi insondabili della psiche e della natura. Semplicemente agghiacciante, in tal senso, la progressione feroce, brutale, inarrestabile di “Consummation”, corrispondente alla sequenza più sanguinaria del film, così come “What will we do?” volteggia ad altezze inesprimibili ma è pedinata dall’eco maligna e distorta delle chitarre. La conclusiva, lunghissima (oltre undici minuti) “At risk” sembra voler ricapitolare un po’, estremizzandoli, gli elementi costitutivi di tutto il lavoro: su un battito cardiaco sommesso e un irregolare continuum basso, si illuminano flebilmente incerti interventi pianistici circondati da lunari note tenute, indefinibili fruscii; un lunghissimo, indecifrabile silenzio, precede una coda nuovamente concepita secondo la linea di una progressione aggressiva e rabbiosa, per spegnersi infine in un brontolio lontano e oscuro.

Il panorama sonoro che emerge dall’ascolto dell’imponente lavoro colloca Reznor-Ross in una posizione assolutamente protagonistica nel panorama della musica per film concepita per così dire “in provetta”, ponendola cioè accanto ai risultati più notevoli di compositori come Vangelis o John Carpenter, e riuscendo a enucleare una forma di tensione evocativa che non si appella tanto a una facile emotività quanto a suscitare un autentico, inconfessabile disagio.


La copertina del CD di L'amore bugiardo - Gone GirlTitolo: L’amore bugiardo – Gone Girl (Gone Girl)

Compositore: Trent Reznor, Atticus Ross

Etichetta: Columbia Records/Sony Music, 2014

Numero dei brani: 24

Durata: 86′ 42”


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