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Soundtrack: "Locke" di Dickon Hinchliffe

11 agosto 2014 Recensioni 0 Commenti
Locke

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne Sonore* * * ½

Quello che l’inglese Dickon Hinchliffe ha composto per Locke non è certo uno score di facile presa, penetra in profondità ma obliquamente, per suggestioni e allusioni. La geometrica costruzione delle sue pagine e l’uniformità del suo sound lo rendono un partner inseparabile e impietoso nella corsa contro il tempo del protagonista…


Un uomo, solo, dentro un’auto. Fuori, nella notte, «fredde luci parlano» (Montale) e scorrono veloci. Con lui, nell’abitacolo, soltanto un telefono e all’altro capo una serie di voci a scandire le tappe della sua vita che se ne va lentamente in frantumi. Locke di Steven Knight, colpevolmente segregato fuori concorso alla 70ª Mostra del cinema veneziana, è un tour de force per il protagonista Tom Hardy ma è anche una sfida tecnica e linguistica, dentro la quale si apre a sua volta, musicalmente, una possibile parafrasi del celebre interrogativo hitchcockiano: «Da dove mai potrebbe provenire la musica dentro un’auto in corsa?» (esclusa ovviamente l’ipotesi di una radio o di un’altra fonte sonora interna). Quesito cui va annessa l’altrettanto celebre risposta di David Raksin: «Mi si spieghi da dove viene la macchina da presa, e io vi spiegherò da dove viene la musica». Vale a dire che in un contesto simile, la musica diventa il secondo personaggio, la presenza in più, l’eco interiore del protagonista. Caricata, quindi, di una responsabilità e di una plusvalenza supplementari.

Dickon Hinchliffe non è compositore nuovo a questo tipo di confronti. Con la sua band indie-pop dei Tindersticks, nella quale suonava le tastiere e il violino, si è cimentato negli score per due impegnativi, provocatori film della francese Claire Denis, Nenette e Boni e Cannibal Love, proseguendo poi in solitaria sempre per la Denis (Vendredi soir) o per bizzarre commedie macabre d’epoca come Arsenico e vecchi confetti di Ira Sachs. Raggiungendo piena notorietà con le partiture per Oggi è già domani di Joel Hopkins con Dustin Hoffman e Emma Thompson, e soprattutto il cupo Un gelido inverno di Debra Granik, star-vehicle dell’emergente Jennifer Lawrence, dove il suo linguaggio musicale mescolato a una serie di brani tipicamente indie forniva un paesaggio sonoro livido e insieme affascinante. Ed è di nuovo il concetto di “paesaggio sonoro” quello che sembra emergere in Locke, perché il compositore inglese avvolge il suo sound intorno ad Ivan Locke pedinandone gli stati d’animo e immergendolo in un involucro sofisticato e vorticoso, concentrico, che pur nella sua discrezione e delicatezza non lascia respiro.

Il sound è tipicamente, programmaticamente indie, con punte di rarefazione estrema che in alcuni casi evocano le soluzioni sperimentali di Cliff Martinez per Drive: chitarra, batteria e tastiere, con effetti di distanziazione e di riverbero che proiettano in una dimensione quasi fantascientifica e restituiscono puntualmente il climax notturno e claustrofobico del film. Pochi accordi del piano su un pedale di mi introducono in “Ivan Locke” un giro di accordi in movimento secondo l’andatura di una ballata: l’elemento ritmico, anche se a volte sottotraccia, è sempre presente, e garantisce la sensazione del moto perpetuo, del viaggio, oltre che dell’instabilità psicologica. “Turning” innesta il pulsare continuo del basso sull’arabesco delle chitarre, mentre in “Confession” è ancora un pedale di mi a sostenere un commosso disegno melodico. Non si può parlare di tematismo vero e proprio, non è nelle corde di questo musicista né di questa circostanza, ma emergono continuamente spunti leitmotivici e aperture liriche, che la coerenza delle opzioni timbriche e tecniche rende ancora più evidenti.
Suoni di altri mondi, o se si preferisce del mondo interiore del protagonista, si levano in “Father”, pagina decisamente underground anche nell’entrata imperiosa della batteria, o nel sostenuto, ipnotico “Sister Margaret”, mentre ancora a una ballata guarda “Speed limit”, e “Happy day in hell” è una sorta di lungo lamento nel quale si rincorrono echi e distorsioni. Un pianoforte intimidito apre “Closing roads”, raggiunto da batteria e chitarre che declinano quell’incessante, inevitabile moto a luogo che è forse la caratteristica precipua del lavoro di Hinchliffe: ancora mesti, solitari accordi pianistici si fanno faticosamente largo in “Not your home”, sullo sfondo di basse, profonde vibrazioni, le stesse che si ascoltano ossessivamente in “Circles”, a sostenere un arabescare vago e sidereo della chitarra. Più rockeggiante, ma sempre entro i dettami stilistici del compositore, appare “Fuck Chicago”, il lungo, conclusivo “Baby” riafferma la centralità della nota “mi” come cellula generatrice di questa partitura, costruendole intorno un’ulteriore, carezzevole ballad che ha in qualche modo il sapore della riconciliazione intima e di una, sia pur effimera e incerta, pacificazione.

Al contrario di quel che potrebbe suggerire la ricercata monotonia dei mezzi espressivi e delle risorse messe in campo, Locke non è uno score di facile presa, penetra in profondità ma obliquamente, per suggestioni e allusioni. Di certo però la geometrica, implacabile costruzione delle sue pagine e l’uniformità stilistica del suo sound lo rendono un partner inseparabile e impietoso nella testarda e disperata corsa contro il tempo del protagonista.


La copertina del CD di LockeTitolo: Locke (Id.)

Compositore: Dickon Hinchliffe

Etichetta:Fiction Records/Universal Music, 2013

Numero dei brani: 16

Durata: 32′ 25”


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