Stai leggendo:

Soundtrack: "Macbeth" di Jed Kurzel

4 luglio 2016 Soundtrack 0 Commenti
Macbeth

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne Sonore* * * *

Partitura di ascolto tanto impegnativo quanto elaborato, la musica critta da Jed Kurzel per il Macbeth diretto dal fratello Justin e interpretato da Michael Fassbender e Marion Cotillard è uno dei lavori cinemusicali migliori tra quelli collegati alle opere di William Shakespeare…


Nessun’altra filmografia come quella scespiriana risente, dal punto di vista musicale, delle varie epoche in cui sono realizzati ma soprattutto ambientati i suoi vari capitoli. Per questo abbiamo Romei e Giuliette di sound medioevaleggiante (Rota per Zeffirelli) o rockettaro (Nellee Hooper per Luhrmann), Amleti sontuosamente british (Walton per Olivier, Doyle per Branagh) o rocciosamente sovietici (Shostakovich per Kozincev), Otelli arcaicizzanti (Lavagnino per Welles) o di spettrale modernità (Charlie Mole per Parker), e così via. Non fa eccezione il Macbeth, tragedia del potere e dell’ambizione, del sangue e dei sensi di colpa, che sul fronte operistico rappresentò non a caso nel 1847 il primo autentico capolavoro di Giuseppe Verdi, e che al cinema ha suggestionato e ispirato i registi delle più diverse latitudini e formazioni culturali, da Orson Welles ad Akira Kurosawa, da Roman Polanski a Bela Tarr. Tutti autori che hanno reinterpretato la fosca figura del barone scozzese e della sua spietata consorte sotto il comune denominatore di una brama insaziabile di dominio, sospinta sino all’autodistruzione, ma con differenti chiavi di rappresentazione, che hanno puntualmente trovato riscontro nelle rispettive partiture musicali. Le più note sono senz’altro quella di Jacques Ibert per Welles, carica di ombre espressioniste ed echi medioevaleggianti; di Masaru Satô per Kurosawa, un polittico sonoro dove le arcaiche sonorità del Giappone cinquecentesco si fondevano con spinte e tensioni dell’avanguardia europea; e della britannica Third Ear Band per Polanski, un capolavoro di contaminazione tra progressive rock, musica antica e sound psichedelico.

D’ora in poi sarà però impossibile prescindere anche dallo score di Jed Kurzel per la versione firmata dal fratello Justin, perché il lavoro del quarantenne compositore australiano, leader in patria del duo rock The Mess Hall, già distintosi per il fenomenale, agghiacciante affresco sonoro di Babadook e per lo score del dark-western Slow West, è riuscito nella difficile impresa di coniugare tutta l’ipnotica fascinazione per una dimensione sonora ancestrale, arcaicizzante e rituale, con i bagliori sinistri di un sound design moderno, altamente tecnologico e profondamente disturbante. Ne è sortito uno score praticamente sospeso nel tempo e nello spazio, che avvolge la vicenda in un involucro funebre e denso, simultaneamente anacronistico e quasi pittorico nel suo magmatico, misterioso cromatismo. Tutta la partitura è fondata infatti sull’elaborazione e la manipolazione di un organico di archi, alle cui voci soliste, spesso trascinate in lunghe lamentazioni e fatte suonare senza vibrato, compete un sentimento di profonda, luttuosa desolazione. Così ad esempio le due parti di “The child” creano un magnetismo mortuario, solenne e nel contempo intriso di sotterranea pietà, mentre “The battle” è l’esatto contrario di quel che ci si potrebbe attendere da una musica di battaglia: suoni prossimi al rumore confinati a uno sfondo indistinto e minaccioso, sul quale si alzano i gemiti strazianti dei solisti in un disegno ricorrente e stentato, mentre i bassi ringhiano e tremano quasi di trattenuto furore.
Sembra qui che Kurzel aggiorni in chiave hi-tech un impressionismo di matrice squisitamente europea (fatte le debite distinzioni, un metodo che ricorda qualcosa del nostro Teho Teardo), lavorando non a ridosso ma “all’interno” delle immagini, enucleandone il più profondo sentimento di angoscia e orrore. Anche “First apparition” non ricorre a prevedibili armamentari sonori terroristici ma punta piuttosto su dissonanze essiccate, inerti, così come “Supernatural solliciting” dove i solisti continuano a reiterare un frammento di melodia lasciato galleggiare sull’ispido, respingente tappeto di archi. “The letter” invece assume la forma di una lenta marcia sulla quale il violino – suonato con macabra fissità – intreccia faticose volute leitmotiviche.
Lentamente ma inesorabilmente si alza da questa musica un’atmosfera ossessionante, nebbiosa, ricercatamente monotona (“The dagger”), che a tratti sembra prendere la strada del minimalismo più compulsivo (“Dunsinane”), tuttavia contraddetto da un’imponente sontuosità sonora, cui contribuiscono anche la ricchezza delle percussioni e la pesante, inesorabile architettura ritmica. Peraltro, Kurzel insegue anche una precisa drammaturgia sonora, come nel variegato “Banquo’s death”, preparato da un minaccioso soliloquio del violoncello e poi risolto in una frastagliata dispersione di suoni materici. Effetti quasi da fantascienza popolano poi “Second apparition”, a sottolineare quella commistione tra vecchio e nuovo che è la caratteristica principale dello score e che qualifica ad esempio “Murder”, forse la pagina più sperimentale e tecnicamente spericolata dell’intero lavoro.
Eppure, malgrado questa fertile e coraggiosa mescolanza di stili e linguaggi, il compositore sembra rimanere ancorato a un tematismo riconoscibile e psicologicamente efficace, come nel ritorno del tema principale, penetrante e sinistro, in “Inverness”, o nella luminosa cantilena solistica di “Spot”, o ancora nelle energiche movenze di danza di “Turn hell around”, che vedono ancora trionfare il ruolo della percussione. Sperduto e solitario, “Macbeth” risuona quasi come una nenia di commiato, un epicedio per l’eroe negativo, un canto agonizzante, quasi immobile nel decorso quanto penetrante nell’intensità.
Rigorosamente percussivo, indecifrabile nella scansione sonora, è il breve “Epilogue”, che precede “Landscapes” per organo, pagina austera e chiesastica, ma soprattutto il conclusivo “Blood”: un nuovo impasto di archi piangenti, il cui suono sembra emergere con fatica, carico di imperfezione e di oscuri presagi. Gli stessi che popolano questa partitura di ascolto tanto impegnativo quanto elaborato, dalla quale traspare un senso di predestinazione al Male e di sensuale ostilità che ben si addice alla potenza devastante della parola shakespeariana.


La copertina del CD di MacbethTitolo: Macbeth (Id.)

Compositore: Jed Kurzel

Etichetta: Universal Music/Barclay, 2014

Numero dei brani: 19

Durata: 62′


Percorsi Tematici

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Scrivi un commento







Evita per quanto possibile di scrivere in linguaggio SMS, grazie.

Per cortesia, inserisci gli spoiler tra i tag [spoiler] e [/spoiler].

Ricevi un avviso se ci sono nuovi commenti. Oppure puoi iscriverti alla pagina senza commentare.

Incassi dal 23 al 25 settembre