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Soundtrack: "War Horse" di John Williams

5 marzo 2012 Soundtrack 0 Commenti
Dimitri Riccio, 5 Dicembre 2011: * * * * *
In collaborazione con Colonne Sonore

La migliore partitura cinematografica del 2011, e anche del 2012. Ben diversa dalle ultime produzioni che il compositore newyorchese aveva realizzato per George Lucas, la colonna sonora di War Horse è un monumento di John Williams alla sua stessa musica…


Una cosa la possiamo dare per certa: a John Williams stanno più a cuore le sorti di un cavallo che quelle di galassie lontane lontane, obiuànchenobi, annachi (?) scaiuòlcher e figli, nipoti e cugini laterali di Indiana Jones vari. War Horse è infatti con ogni probabilità la miglior partitura scritta dal semidio newyorkese dall’inizio del nuovo millennio e sicuramente una delle più grandi pagine della trentaseienne collaborazione tra Spielberg e Williams. E qui non potete sentirlo, ma chi scrive tira un sospiro di sollievo… Perché qui, signori, siamo davanti a un monumento assoluto della scrittura williamsiana alla scrittura williamsiana, non c’è spazio per traccheggiamenti, per postulati musicali di indubbio effetto ma di incerta matrice, per trasversalismi post romantici e neo qualcosa.

Insomma, non c’eravamo ancora del tutto ripresi da quello stupefacente luna park sinfonico che è la partitura di Williams per Tintin che ecco arrivare il colpo di grazia: lo score che aspettavamo da qualche lustro abbondante. Qui, infatti, ritroviamo il compositore straight in the face, che abbiamo amato da subito quando eravamo degli imberbi giovanotti, che ci ha fatto innamorare della sua musica per film in primis e in seguito della storia, delle leggende, del futuro di quest’arte negletta. E ritroviamo tutti i più tipici gesture williamsiani, ripuliti e rimessi in piazza in pompa magna da questo compositore che tra pochi mesi compirà ottant’anni ma che sembra andare per i venti: riecheggiano il flauto solista de Il Fiume dell’Ira, la tromba di Nato il 4 Luglio, certi pedali che sembrano uscire dritti dritti da “Adventures on Earth” di E.T., insomma Williams riprende in mano gli anni più fulgidi della sua strepitosa carriera per provare a vedere se ciò che funzionava allora può funzionare anche oggi… e perdio se funziona!
E davvero, a questo punto, non possiamo non notare il fallimento pressoché totale del cinema lucasiano da La Minaccia Fantasma in poi anche, e soprattutto, attraverso la scrittura williamsiana, vera cartina tornasole del basso profilo delle operazioni di questo tycoon mefitico che non si rende conto che a un vecchio sogno non basta cambiare gli effetti speciali, bisogna essere capaci di sognare un nuovo sogno (!), e in questo inquietantemente non dissimile da certi politici che pensano basti trapiantarsi i capelli e inventarsi nuovi slogan o cambiare nome ai partiti per rivendere sempre la stessa cosa di trent’anni fa, tanto i “giapponesi” che ti difendono a spada tratta contro la più conclamata evidenza, contro la Storia, ci sono sempre!

Ecco è proprio nell’ultimo Indiana Jones (apice dell’inconsapevole operazione di disvelamento del genio che Lucas ha fatto con metodica precisione a scapito di se stesso!) che troviamo un Williams stanco di seguire i rauchi rantoli di questo filmaker, cui pure Spielberg è legato da amicizia imperitura e deve quindi far buon viso a cattiva sorte e portare a casa il prodotto col minore dei mali (e ci riesce, a differenza dei prodotti interamente lucasiani dove l’imbarazzo e la catastrofe sono davvero totali), un Williams che senza ispirazione alcuna scrive quella che è probabilmente una delle partiture più sfiatate e disgraziate della sua carriera (ma quando mai al mondo s’è visto Williams riciclare se stesso (Guerra dei Mondi=Indy 4) come fa un Horner qualunque?) per una pellicola che se non è una delle peggiori di Spielberg è certamente una delle più vuote, finte, dove l’aria di operazione “trapianto di capelli” aleggia dall’inizio alla fine. In questo il bel Tintin sembra un gesto del regista per tirarsi fuori (e lo sono anche certe sue recenti dichiarazioni volte a smarcarsi dal suo compare Lucas), per far vedere al mondo che Il Teschio di Cristallo non è colpa sua, quasi per chiedere scusa: «guardate – sembra ci dica attraverso il suo divertentissimo cartoon – se non sono capace di fare cinema d’avventura come ho sempre fatto!» E Williams, in perenne sintonia col suo regista prediletto, ci consegna la sua più bella partitura d’azione pura e spensierata dai tempi del secondo Indiana Jones.
Ora va forse notato, pur non avendo ancora visto il film di Spielberg in oggetto, che con War Horse il buon Steven torna con ogni probabilità alle radici del suo cinema , chiudendo – almeno temporaneamente – quel periodo post-moderno della poetica spielberghiana che va da A.I. a La guerra dei mondi e tornando a territori più classici alla Impero del Sole, Il Colore Viola, E.T.. Questa speculazione ci porta ad avanzare l’ipotesi che anche Williams, trovandosi davanti un film spielberghiano in senso classico, abbia recuperato quel suo stile totalmente melodico, felicemente leitmotivico che lo ha fatto diventare il più grande compositore di musica per film dei nostri tempi: questa è infatti una partitura che grida Spielberg-Williams in ogni suo benedetto secondo.

La matrice d’impianto dell’opera è sicuramente la musica inglese, particolarmente quella di Ralph Vaughan Williams (il magnifico “A Cotswold Romance” mi è venuto in mente più di una volta, ascoltandola) cui il nostro Williams è legatissimo, come già si poteva intuire ascoltando la meravigliosa partitura scritta dal compositore nel 1971 per il TV-movie Jane Eyre (una delle sue preferite, manco a dirlo!) o nel 1999 per Le Ceneri di Angela, mentre per la parte del film ambientata al fronte il punto di riferimento è decisamente Aaron Copland, altro compositore che Williams ammira moltissimo. Ma è comunque la scrittura williamsiana più personale e intima quella che svetta tra le pagine di questa travolgente composizione, scrittura che davvero nessuno ad oggi può nemmeno lontanamente pensare di eguagliare: quando John Williams non ci sarà più, musica come questa sarà un sogno irrealizzabile.
Sin dalle prime battute di “Dartmoor 1912” sentiamo di essere come tornati a casa: il flauto che disegna per aria uno dei più bei temi che Williams abbia scritto negli ultimi vent’anni, gli archi che si rincorrono per far si che un altro bellissimo tema veda la luce nel migliore dei modi e infine l’esplosione del terzo magnifico tema e la chiusura; il tutto in tre minuti e mezzo: che biglietto da visita!
Il compositore newyorkese questa volta scrive cinque temi uno più bello dell’altro più una miriade di idee tematiche e di episodi autoconclusivi e la partitura viene divisa in tre blocchi: una prima parte pastorale, celtica e più spensierata, una centrale scura, corrusca, relativa alla guerra e una finale nuovamente di stampo pastorale ma più smagata, matura, e predestinata. Vanno sicuramente segnalati i ritmi dispari e zoppi degli archi avvinghiati alle percussioni di “The Charge and Capture” cui gli ottoni fanno da stampella con dei feroci incisi e il micidiale “No Man’s Land” che dopo una partenza di atmosfere nebbiose e liquide sfodera uno dei più possenti momenti d’azione williamsiana degli ultimi tempi dove nuovamente i ritmi inciampati la fanno da padrone e, unitamente a percussioni disperate, lanciano nel finale del brano una frase eroica di prepotente bellezza pronta a sfarinarsi implodendo in se stessa negli ultimi secondi del pezzo.

E mentre la memoria corre a certe reminescenze di War of the Worlds ci ritroviamo davanti la gemma della partitura: la suite finale composta dagli ultimi tre brani, diciassette minuti circa di una bellezza e di un pathos da far tremare le ginocchia. Entriamo a questo punto della partitura in territori musicali di altissimo lignaggio e Williams ritrova quell’eloquio miracoloso che ha fatto di E.T. il suo capolavoro totale, fatto di delicatezza, di frasi bellissime sussurrate, di un lirismo davvero poetico e sentito, mai imitato o applicato, di equilibri precisissimi tra tutti gli elementi, di strumentazione cristallina e generosamente romantica: questo è un Williams che soffre e gioisce per la storia che sta musicando come da anni non si sentiva, un Williams patetico nel senso musicale del termine empfindsamer, quella corrente musicale del settecento tedesco che richiedeva al compositore un trasporto totale, quasi fisico, in ciò che scriveva. Come possiamo altrimenti classificare quel sesto miracoloso tema che sboccia al termine del brano “The Reunion” e che trova sviluppo nel brano successivo ed epicedio nell’incredibile brano finale “ The Homecoming”? Un tema che entra di diritto nel novero dei grandi temi della Spielberg-Williams collaboration e che il compositore prepara, per ogni sua esposizione, con un amore totale, con una preziosa attenzione, come una cosa delicatissima, un cristallo finissimo e raro da trattare coi guanti prima di posarlo su un cuscino di raso per farlo ammirare da tutti, a bocca aperta.

E proprio “The Homecoming”, non ci è dato sapere se sia il finale del film o i titoli di coda, è il più bel pezzo williamsiano degli ultimi vent’anni senza possibilità di smentita: tutto viene ricapitolato e variato in maniera clamorosa, tutto è perfetto e tutto commuove con una sincerità indubbia. E quando infine il sesto tema di cui parlavo appare a chiusura del pezzo come una pioggerella benefica che lava via tutto il brutto del mondo con una benevolenza ultraterrena, be’, lì mi sono ricordato di avere un cuore, perché l’ho sentito vivo dentro il petto e immediatamente dopo ho sentito le lacrime salirmi agli occhi e ho pensato «diomio, ho aspettato così tanto tempo un pezzo di musica che mi commuovesse come un tempo, con gli stessi brividi, che mi ero dimenticato che lo stavo aspettando…» e ci è riuscito nuovamente solo lui: John Williams.

Ah, dimenticavo: War Horse è chiaramente la miglior partitura cinematografica di quest’anno, e perlomeno anche del prossimo…


Titolo: War Horse (Id.)

Compositore: John Williams

Etichetta: Sony Classical, 2011

Numero dei brani: 16

Durata: 65′ 26”


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