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“127 ore” di Danny Boyle

24 febbraio 2011 Recensioni 4 Commenti
Alessandro Barbero, 20 Gennaio 2011: Profondo
20th Century Fox, 25 Febbraio 2011

Aron Ralston, ragazzo sportivo e appassionato di escursionismo d’avventura, è vittima di un incidente nel quale il suo braccio rimane bloccato sotto una pietra in un profondo canyon. Riuscirà a liberarsi dopo 127 ore…


Danny Boyle, dopo il grande successo di The Millionaire, trova ispirazione nel libro di Aron Ralston Between a Rock and a Hard Place (in Italia 127 ore intrappolato dalla montagna, Rizzoli) per raccontare una storia accaduta realmente, una vicenda profondamente drammatica che nel suo svolgimento non lascia indifferenti e che, in alcune sue parti, è per stomaci forti. Lo stile di narrazione è sempre lo stesso, adrenalinico, moderno e veloce, in particolare in tutta la prima parte, quella che precede l’incidente del quale Aron rimane vittima.

Da quel momento in poi si tratta di raccontare una storia che si svolge esclusivamente all’interno del canyon, mostrando l’iniziale ottimismo, il lento passaggio alla preoccupazione, alla disperazione, alla rassegnazione, fino alla presa della decisione più estrema e dolorosa. Accanto al compito di mostrare gli eventi per come si svolgono, Danny Boyle si impegna a entrare nella mente del ragazzo, contaminando le riprese di una lenta e progressiva perdita del senso di realtà. Più il tempo passa, più la debolezza invade il corpo del giovane, più le immagini si fanno sfocate, la vista si annebbia e la mente si allontana dal luogo in cui si trova il corpo. Aron pensa a se stesso, alla propria famiglia, agli amici, ai propri affetti e, in ultima analisi, alla propria vita. Il risultato è straniante e molto efficace nella rappresentazione della progressiva perdita di lucidità.

Da un certo punto di vista, per Danny Boyle la sfida di questa pellicola era quella di riuscire a narrare col suo stile una storia in cui il movimento è impedito, una storia che si svolge pressoché tutta nello stesso luogo. Questa sfida è vinta piuttosto bene proprio grazie alla particolare sensibilità del regista, amante delle piccole storie e dell’analisi dell’interiorità dei personaggi. Pur essendoci alcuni momenti in cui si sente la fatica nel racconto di una storia così “bloccata”, il risultato finale lascia pienamente soddisfatti.


Titolo: 127 ore (127 Hours)
Regia: Danny Boyle
Sceneggiatura: Danny Boyle, Simon Beaufoy
Fotografia: Anthony Dod Mantle, Enrique Chediak
Interpreti: James Franco, Kate Mara, Amber Tamblyn, Sean Bott, Koleman Stinger, Treat Williams, John Lawrence, Kate Burton, Bailee Michelle Johnson, Rebecca C. Olson, Parker Hadley, Clémence Poésy, Fenton Quinn, Lizzy Caplan
Nazionalità: USA – Regno Unito, 2010
Durata: 1h. 30′


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Attualmente ci sono 4 commenti a questo articolo:

  1. Andrea scrive:

    D’accordo con la recensione. Avrei però evitato, nel finale, di indugiare su alcuni macabri particolari che non aggiungono niente alla storia di per sè ben raccontata e ben interpretata.

    .

  2. Riccardo scrive:

    Tutti i film di Boyle sono belli ma questo e Trainspotting sono i suoi capolavori.

  3. Marco scrive:

    Film ben fatto, mi è piaciuto molto l’inizio con bei scorci di riprese del canyon valorizzati anche dalla bella fotografia, la regia solita videoclippara di Boyle è adatta e la musica sottolinea molto bene le scene dove è inserita (adattissima nella scena dell’annegamento e dell’amputazione).
    Capibile il fatto che il regista ha voluto far vedere come il protagonista iniziasse a perdere la ragione facendoci vedere alcuni flash-back della sua vita, credo sia stato l’unico modo per allungare il film, ma io lo trovato abbastanza scontato, o comunque non mi è risultato interessante.
    Finale che, personalmente, non aiuta a risollevare il film.
    Possiamo dire bello fino a poco dopo l’incidente, poi il ritmo cala vertiginosamente.
    Vale comunque la visione, una seconda sarebbe di tropo.
    Buono il trucco.
    Veramente bella la prestazione di Franco.
    Nomination come miglior film campata per aria.
    Gli ho preferito “Buried”.

  4. Plissken scrive:

    Solitamente non mi aggrada il ricorso a scene “forti” se a titolo gratuito, ma in questo film l’amputazione assume valenza ben specifica secondo me, in quanto oltre al fatto che risponde al vero, esplica in maniera palese come l’istinto di sopravvivenza consenta di attuare scelte di per sé inconcepibili e tramuti ciò che può essere irrazionale nel contrario.

    Per i miei gusti personali un film non eccelso ma più che godibile, considerando anche l’impegno del regista nel vincere “la sfida” a cui fa riferimento la recensione.

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