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"El abrazo de la serpiente" di Ciro Guerra

4 agosto 2016 (8 Marzo 2016) Recensioni 0 Commenti
El abrazo de la serpiente

Movies Inspired, 4 Agosto 2016 – Incolore

Nel 1909 Theodor Koch-Grünberg, botanico e scienziato tedesco, vaga per l’Amazzonia colombiana alla ricerca della yakruna, una pianta sacra, in compagnia di Karamakate, l’ultimo sopravvissuto della sua tribù. Quarant’anni dopo, un altro naturalista tedesco cercherà di ripetere i passi del suo predecessore…


Una scena di El abrazo de la serpienteDev’essere particolarmente difficile portare sullo schermo la storia di una risalita lungo un fiume nel bel mezzo di una giungla, mettere sulla barca (o in questo caso, la canoa) un occidentale che si scontra con la cultura di un popolo misterioso, e riuscire a cavarsela evitando il fantasma dei registi che da quelle tematiche (e da quei luoghi) hanno saputo trarre dei capolavori. O per lo meno è difficile per Ciro Guerra, che con il suo El abrazo de la serpiente ha rappresentato la Colombia agli Oscar di quest’anno per cercare di sottrarre il premio di miglior film straniero al favoritissimo Il figlio di Saul. Una vittoria che sarebbe stata immeritata, perché pur trattando un tema complesso e originale (soprattutto nel panorama del cinema colombiano, cinematograficamente ancora ancorato ai Leitmotiv del narcotraffico e della violenza) El abrazo de la serpiente non fa altro che adagiarsi sui luoghi comuni che sarebbe lecito aspettarsi dalla storia di un incontro tra la civiltà occidentale e quella indigena, ripetendo scene già viste in contesti più profondi e convincenti.

Un momento di El abrazo de la serpienteI due esploratori tedeschi di Guerra risalgono un fiume che non finisce mai; si fermano di tanto in tanto per chiedere cibo a frati cappuccini che per “sradicare il demonio” dagli orfani degli schiavi indigeni diventano diavoli a loro volta (come i “pellegrini” di Cuore di Tenebra di Conrad). Si confrontano con un bianco che gli indigeni hanno eletto a loro Messia e che questi uccide a suo piacimento (un sentito grazie a Francis Ford Coppola e al colonnello Kurtz). E per completare il quadro mostrano agli indios i vertici massimi della cultura continentale, arrivando a tirar fuori un grammofono per far risuonare un po’ di opera lirica nel cuore della giungla (ogni riferimento a Fitzcarraldo è puramente casuale).
Nilbio Torres in El abrazo de la serpienteGuerra, purtroppo, non usa questi modelli come punto di partenza verso la costruzione di qualcosa di originale: si limita a fargli il verso, senza riuscire a eguagliarne né lo stile né i contenuti. Herzog, per citare uno dei tanti riferimenti de El abrazo de la serpiente, era riuscito a fare della selva di Aguirre e Fitzcarraldo un personaggio indipendente, e alla giungla (e al fiume) ricorreva per trasmettere quel senso di misticismo e di ignoto che destabilizzava l’occidentale al suo contatto. Cosa che a Guerra, invece, non riesce: la giungla de El abrazo de la serpiente è una scenografia morta, che il regista non riesce a usare per trasmettere l’allucinazione dell’uomo bianco (preferendole effetti speciali degni degli screensaver à la Windows Media Player).

Antonio Bolivar e Brionne Davis in El abrazo de la serpienteDopo 125 minuti, la sensazione è che El abrazo de la serpiente non solo non riesca a comunicare la profondità del dramma che porta sullo schermo, ma che finisca per diventare una storia che brilla di luce altrui, una storia incolore proprio come Guerra decide di mostrarla. Peccato, soprattutto in un momento in cui in Colombia, di film che raccontino storie che vadano al di là del binomio armi-violenza, ce n’era un gran bisogno.


La locandina statunitense di El abrazo de la serpienteTitolo: El abrazo de la serpiente
Regia: Ciro Guerra
Sceneggiatura: Ciro Guerra, Jacques Toulemonde Vidal
Fotografia: David Gallego
Interpreti: Nilbio Torres, Jan Bijvoet, Antonio Bolivar, Brionne Davis, Yauenkü Migue, Nicolás Cancino, Luigi Sciamanna
Nazionalità: Colombia – Venezuela – Argentina, 2015
Durata: 2h. 05′


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