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"Full Metal Jacket" di Stanley Kubrick

1 luglio 2003 Recensioni 44 Commenti
Full Metal Jacket

Warner, 6 Ottobre 1987 – Capolavoro WOW

Parris Island, Carolina del sud. Campo addestramento reclute Corpo dei Marines degli Stati Uniti. Corso di 8 settimane per falsi duri e pazzi furiosi…


R. Lee Ermey in una scena di Full Metal JacketNon tutti sono in grado di trasformarsi da «pezzi informi di materia organica anfibia comunemente detta merda» a dispensatori di morte che pregano per poter entrare in combattimento. Ma dopo otto settimane, arriva il momento di dare il bacio d’addio alla propria fidanzata e dare il buongiorno al Vietnam. E al soldato “Joker” è anche andata di lusso, visto che è riuscito a farsi assegnare un incarico come inviato di guerra per il giornale militare Stars & Stripes. Ma anche lui finisce per essere coinvolto nell’offensiva del Tet del 1968…

Vincent D'Onofrio in Full Metal JacketTratto dal romanzo di Gustav Hasford, Full Metal Jacket è un film nettamente diviso in due parti (ma qualcuno ha fatto giustamente notare che i capitoli sono tre: l’addestramento, la giungla e l’assedio della cittadella, con le prostitute a dividere i capitoli), che prima ancora di farci vedere una singola sequenza di combattimento ci ha già mostrato tutto l’orrore della guerra. La prima parte, quella dedicata all’addestramento a Parris Island, è anzi la migliore. A questo non sono estranei Lee Ermey – che interpreta con convinzione ed efficacia il Sergente Istruttore Hartmann (ottimamente doppiato da Eros Pagni) – e Vincent D’Onofrio nel ruolo del soldato “Palla di Lardo” – prima, vittima abituale del sergente istruttore per via della sua imbranataggine, e poi, inquietante e metodico cecchino.
Arliss Howard, Vincent D'Onofrio, R. Lee Ermey e Matthew Modine in Full Metal JacketMa dare solo a loro due il merito dell’efficacia dei primi 45 minuti di pellicola non sarebbe corretto nei confronti della sceneggiatura di Kubrick, Hasford e Michael Herr, perfettamente in grado di trasmettere la durezza dell’addestramento, la sua forza “spersonalizzante'” («Qui non si fanno distinzioni razziali: qui si rispetta gentaglia come negri, ebrei, italiani o messicani. Qui vige l’eguaglianza: non conta un cazzo nessuno!»). Attraverso i dialoghi da loro scritti diventa perfettamente comprensibile l’ipocrisia insita nell’ideologia militare, quella che ti porta a scrivere «born to kill» sull’elmetto anche se ti sei appuntato un simbolo della pace sulla divisa; grazie al modo in cui hanno orchestrato gli eventi ci si rende perfettamente conto di come il singolo individuo non ci metta molto a perdersi nell’inferno della guerra, finendo per restare «in riga con gli altri, e avanti per la grande vittoria».

Matthew Modine in Full Metal JacketNella seconda parte, quella in Vietnam, non si può negare ci siano un paio di scene eccessivamente retoriche, ma la grande capacità del film è quella di presentare adeguatamente le diverse reazioni che i ragazzi spediti in guerra possono avere in situazioni critiche: da quello che si trasforma in un Rambo psicopatico («Come faccio a sparare su donne e bambini? È facile: vanno più lenti, miri più vicino!») al fotografo cui tremano troppo le mani per scattare; da quello che in fondo la prende alla leggera («Volevo essere il primo ragazzo del mio palazzo a fare centro dentro qualcuno») a chi ancora ci crede («Almeno sono morti per una buona causa: la Libertà»).
Una scena di Full Metal JacketDal canto suo, Kubrick – regista sempre molto attento al tema della de-umanizzazione – è eccezionale nel creare inquietudine nello spettatore ogni volta che c’è in scena il sergente Hartmann, ci presenta con particolare vigore le varie sezioni dell’addestramento e sa rendere sconvolgente ma non melodrammatico il finale della prima parte. Una volta “sul campo” alterna ottimamente le scene di riposo a quelle di battaglia, dando un buon ritmo alla pellicola e inchiodando lo spettatore ogni volta che si apre il fuoco. E poi c’è quel cecchino… quella lunga sequenza d’assedio in cui la tensione è palpabile come in nessun altro film e Kubrick riesce a far girare la macchina da presa attorno allo stesso set senza mai stancare, usando ralenti ed effetti sonori in modo da far rimbombare nelle orecchie e nello stomaco degli spettatori ogni colpo sparato.

Adam Baldwin in Full Metal JacketForse l’utilizzo di finte interviste ai protagonisti è una soluzione semplice per fare critica alla guerra e all’ideologia militare, ma in questo caso la realizzazione è efficace e per nulla banale. Attraverso le parole dei ragazzi, e della voce fuori campo che – ben dosata – sottolinea alcuni momenti del film, traspare chiaramente come non sia la politica che a loro interessa: «sono vivo, e non ho più paura». Capolavoro.


La locandina statunitense di Full Metal JacketTitolo: Full Metal Jacket (Id.)
Regia: Stanley Kubrick
Sceneggiatura: Gustav Hasford, Michael Herr, Stanley Kubrick
Fotografia: Douglas Milsome
Interpreti: Matthew Modine, R. Lee Ermey, Vincent D’Onofrio, Adam Baldwin, Dorian Harewood, Arliss Howard, Kevyn Major Howard, Ed O’Ross, John Terry, Kieron Jecchinis, Bruce Boa, Kirk Taylor, Jon Stafford, Tim Colceri, Ian Tyler
Nazionalità: USA, 1987
Durata: 1h. 56′


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Attualmente ci sono 44 commenti a questo articolo:

  1. stanley kubrick che regista!!!
    e mai ti hanno premiato con un oscar
    questo film è stupefacente
    grandi interpretazioni su tutte quella di d’onofrio palla di lardo

  2. Alberto Cassani scrive:

    Eppure all’epoca la stampa statunitense ne scrisse piuttosto male, chissà perché…?

  3. Riccardo ( ex Mickey Rourke ) scrive:

    Un film molto curato, visivamente prezioso, con una regia senza impennate né cadute, prevedibile ma godibilissima…

  4. Marco scrive:

    Capolavoro di Stanley.
    Stupendo in tutto.
    Una bestemmia non averlo mai visto!

  5. Edoardo scrive:

    E’ secondo me uno dei film di guerra migliori della storia del cinema,bellissima sceneggiatura giustamente nominata all’oscar ed R.Lee Ermey è veramente un ottimo attore,resta poi da dire che quest’ultimo ha stravolto i dialoghi scritti da Kubrick e i dialoghi del sergente Hartman sono tutti suoi!

    Alberto per cambiare discorso Kubrick è stato nominato al Razzie Award per la regia di “Shining”,non ti sembra una grande ingiustizia? Anche se reputo giusta la nomination di Shelley Duvall (insopportabile in quel film) come peggiore attrice,ho trovato la regia di Kubrick nient’affatto male…

  6. Riccardo ( ex Mickey Rourke ) scrive:

    Eresia! Kubrick è stato bravissimo su shining, meritava l’oscar invece.

  7. Alberto Cassani scrive:

    Quella era la prima edizione dei Razzies, e mi pare evidente che abbiano fatto delle nomination altisonanti per ottenere maggio spazio possibile sugli organi di stampa. Tra i peggiori attori nominati c’erano Richard Dreyfuss e Anthony Hopkins; Laurence Olivier vinse come peggior attore non protagonista battendo Marlon Brando; tra i registi nominati c’erano Friedkin per il bel “Cruising”, De Palma per “Vestito per uccidere” e appunto Kubrick… Non c’è bisogno di commentare: mi sembra una cosa fatta apposta.

  8. Marco scrive:

    Alberto manca la recensione di Eyes Wide Shut, ultimo capolavoro di Stanley. Lo hai visto? Io lo reputo un bellissimo ed intrigante film, degna ultima opera di un maestro celeberrimo con interpetazioni magistrali, scena dell’orgia divenuta ormai cult.
    Fra Barry Lyndon, Il Dottor Stranamore, Lolita, Spartacus, Orizzonti Di Gloria e Rapina A Mano Armata quale mi consigli assolutamente di vedere?

  9. Alberto Cassani scrive:

    Di “Eyes Wide Shut” c’era una recensione entusiasta nella versione vecchia del sito, ma visto che a me non è piaciuto quando ho rifatto tutto l’ho tolta. Secondo me non è assolutamente degno della carriera di Kubrick.

    Tra quelli che citi, “Il dottor Stranamore” su tutti, poi “Spartacus e “Orizzonti di Gloria” sullo stesso piano. Quindi nell’ordine “Barry Lindon” e “Lolita”, con “Rapina a mano armata” buon ultimo che secondo me è il suo peggior film (a parte “Paura e delirio” e “Il bacio dell’assassino” che non ho visto).

  10. Riccardo scrive:

    eyes wide shut è un incubo erotico a occhi aperti, è un capolavoro.
    casomai barry lybdon è brutto.

  11. Alberto Cassani scrive:

    “Barry Lindon” non è brutto: ha un ritmo lento perché Kubrick era più interessato all’immagine che non alla narrazione, ma nel complesso è un buon film.

  12. Marco scrive:

    Secondo me, Alberto, Kubrick è sempre stato bravissimo a girare film che andavano oltre l’epoca in cui sono stati girati, per esempio 2001 per l’epoca è stato qualcosa di grandioso, Arancia per l’epoca era una cosa assai disturbante, Shining lo stesso. E secondo me anche Eyes Wide Shut, te dici che non è paragonabile alla filmografia di Kubrick ma solo perchè si è adattato al tempo in cui lo stava girando, da che mi ricordi fino al 1999 non vi era stato nessun thriller di grande impatto e di originali temi che tratta Eyes, forse un pò La Nona Porta di Polanski ma non ricordo quello che è venuto prima.

  13. Riccardo scrive:

    La prima parte dove si vede l’ascesa di barry nel mondo aristocratico è anche kolossale con la K maiuscola ma da metà film in poi poche sono le scene buone.
    Comunque non c’è dubbio che a livello scenografico d’immagine e artistico sia un capolavoro.

  14. Riccardo scrive:

    “Porta quel culo al di là dell’ostacolo, Palla di lardo! Ma che fai, Palla di lardo?!? Tu non fai nessuno sforzo per superare questo maledetto ostacolo del cazzo! Se Dio te lo voleva far superare senza sforzi, ti miracolava e ti faceva spuntare le ali al culo! Fai passare il culo dall’ altra parte, avanti! Se non ce la fai, me lo dici?!? Scommetto che se ci fosse una bella fica lassù, c’arriveresti eccome in cima all’ostacolo, dico bene?!? Hai un culo che è pari a un quintale e mezzo di chewing gum masticato! Te ne rendi conto Palla di lardo!?”

    Oppure:

    “Sergente Hartman: Come ti chiami faccia di merda?
    Soldato Biancaneve: Signore, soldato Brown, Signore!
    Sergente Hartman: Balle! D’ora in poi tu sei il soldato Biancaneve, ti piace questo nome?
    Soldato Biancaneve: Signorsì certo Signore!
    Sergente Hartman: Beh c’è una cosa che non ti piacerà soldato Biancaneve, non si serve il piatto negro nazionale né il pollo fritto e né il cocomero alla mia mensa.
    Soldato Biancaneve: Signorsi certo Signore!”

    Grandissimo film. capolavoro eccezionale. da vedere, rivedere, rivedere e rivedere.
    le battute di hartman da imparare a memoria.

    Ma il divieto è VM14 o VM18 ????

  15. Marco scrive:

    VM 14 e pensare ke Kubrick ha lasciato carta libera a Ermey per le sue battute…

  16. Riccardo scrive:

    si io lo sapevo quindi ermey è il maestro dell’improvvisazione.

  17. Riccardo scrive:

    Come si chiamano i doppiatori di R. Lee Ermey e di Vincent D’Onofrio?

  18. Alberto Cassani scrive:

    Come ho scritto nella recensione, Ermey è doppiato da Eros Pagni. Invece D’Onofrio è doppiato da Loris Loddi.

  19. Riccardo scrive:

    Sempre straordinario, ma resta sempre un gradino più in basso da apocalypse now.

  20. Marco scrive:

    Albe domani sera su Iris fa il Dottor Stranamore! Finalmente vedrò quello che, da come penso di capire, sia uno dei tuoi Kubrick preferiti. Mi devo aspettare un Kubrick violento come Arancia o Shining oppure uno più riflessivo alla 2001?

  21. Alberto Cassani scrive:

    Nessuno dei due, è una commedia satirica sulla guerra.

  22. Fauno scrive:

    Sarà che i film di guerra mi hanno sempre un po’ confuso ma…Io questo film proprio non lo riesco a capire.

    Mi spiego: colgo chiaramente la critica fatta da Kubrick al mondo dei militari ed alla follia della guerra; adoro la prima parte e tutte le battuta di Hartman ma ciò che mi rimane alla fine è solo una sequela di gente ammazzata dalla guerra.

    Forse ne ho viste talmente tante di scene belliche che hanno appiattito la mia sensibilità sull’argomento ma proprio non riesco a cogliere nulla di diverso da altri film.

    Insomma, il messaggio che mi arriva è:

    “Siamo qui, siamo soldati; lo abbiamo voluto ma non sappiamo neanche perché, forse ci sembrava figo, forse ci sembrava sensato. Loro sono i cattivi noi i buoni; vinceremo!” e “Siamo qui, siamo soldati; lo abbiamo voluto ma non sappiamo neanche perché, tutto sommato non importa. Molti di noi sono morti, io no. E’ tutto ciò che mi interessa.”

    Questo tipo di pensiero ormai a distanza di cinquant’anni non fa più alcun effetto, la guerra del Vietnam, lo si è capito, è stato un buco nell’acqua sotto tutti gli aspetti; l’ipocrisia americana poi…Per quella non mi spreco neanche!

    Che la chiave di lettura sia semplicemente immaginare di essere un americano, venticinque anni fa, che guarda il film e forse mette in dubbio la fondatezza dei principi di libertà su cui si basa la mia società? Non credo di riuscirci…

    Alberto, mi farebbe piacere una tua risposta…

    PS: Che non si pensi però che non apprezzi Kubrick come regista…La questione si riferisce solo a questa pellicola.

  23. Alberto Cassani scrive:

    Io non credo che l’intenzione di Kubrick fosse di parlare della guerra del Vietnam, quanto della guerra in generale. E’ abbastanza facile pensare a FMJ come una variazione sul tema di certe cose che Kubrick aveva già detto in “Orizzonti di Gloria” e in “Dottor Stranamore” (e accennato anche in “Spartacus”, per quanto fosse un film su commissione). Il punto di partenza, infatti, non è “siamo soldati, l’abbiamo voluto”, ma “siamo soldati perché siamo obbligati”: i protagonisti non sono volontari ma ragazzi chiamati alla leva, e non c’è mai il punto di vista degli ufficiali (Hartmann è un sergente, quindi un sottufficiale) tranne nel breve scambio di battute riguardo il simbolo della pace che Joker ha messo sulla divisa (“in riga con gli altri, e avanti per la grande vittoria”).
    Nello sviluppo della storia, i soldati reagiscono in maniera diversa a ciò che succede attorno a loro e a ciò che loro finiscono per fare, e via via che il tempo passa diventa sempre più difficile mantenere puri i propri sentimenti. E così, anche chi ha un animo pacifista finisce per diventare solamente cinico. Non è neanche un percorso di crescita, quanto un percorso di distruzione morale e psicologica: non c’è niente da imparare, se non che dalla guerra si esce sempre sconfitti su tutti i fronti. Perché per quanto si combatta psicologicamente contro la guerra, alla fine arriva sempre il momento in cui sei costretto a imbracciare il fucile e sparare al nemico. A prescindere se il nemico sia di un’altra nazione o della tua stessa Patria. E quando lo fai, poi non te ne frega più niente di nulla e di nessuno. Spesso neanche di te stesso.

    Ricordati sempre che al centro di tutta la filmografia di Kubrick non ci sono i concetti, gli eventi o la Storia: c’è sempre l’uomo, le sue azioni e la sua psicologia. Spesso è l’uomo contro qualcosa d’altro, ma tutto gira intorno a lui, intorno ai personaggi. Quindi, in questo caso, se proprio vogliamo cercare una morale, non è “la guerra…”, ma “il soldato…”. I soldati semplici in guerra hanno visto e fatto cose che noi non possiamo capire, ma se alla fine ragionano in un certo modo è proprio per via delle cose che hanno visto e fatto. E la colpa non è loro, ma degli inetti chi li hanno mandati in guerra.

  24. Fauno scrive:

    Innanzi tutto grazie per la celere risposta…

    Effettivamente il fatto che i ragazzi siano militari di leva non l’avevo capito (probabilmente non mi sono posto minimamente il problema eheheh).

    E’ vero, la persona in primo piano…Già ma allora lo scenario della guerra forse è solo un pretesto per narrare ciò che siamo, ciò che potremmo essere; ciò che non conosciamo di noi stessi e ciò che possiamo diventare se messi alle strette…La viltà della condizione umana…

    Uff, altro che specie evoluta; “qui vige la legge dell’uguaglianza: non conta un cazzo nessuno!”…

  25. Sebastiano scrive:

    Mi permetto di sottolineare il concetto del percorso di distruzione morale e psicologica, ricordando la marcetta che i soldati cantano alla fine del film. Come dire: non siamo diventati uomini ma bambini.

  26. Alberto Cassani scrive:

    Sì e no, che la guerra è solo un pretesto. Kubrick ha quasi sempre parlato di spersonalizzazione, utilizzando soprattutto (ma non solo) la guerra. Ma mi sembra chiaro che le sue intenzioni non siano mai state, né qui né in precedenza, di realizzare un film che fosse puramente “di guerra”. E potremmo dire che quella umana è una specie che potrebbe evolversi ma che fa di tutto per non farlo. Come dice Sebastiano, per molti è meglio un nugolo di bambini che cantano piuttosto che un gruppo di teste che pensano.

  27. Marci scrive:

    Propongo una mia risposta a una persona che chiedeva una interpretazione sul film affermando che Kubrick fa della “celata ironia”

    secondo me non c’entra tanto il discorso della celata ironia, o meglio, la celata ironia non è tanto celata, nei discorsi dei soldati si sente che alcune cose non hanno molto senso, come il fatto che loro perdano la loro libertà per portarla ad un popolo che non vuole essere libero, ma preferisce stare vivo.

    Kubrick ha detto “gli americani in vietnam non hanno perso, si sono persi”
    Kubrick mette sempre in scena la crisi della ragione, causata dall’avidità (the Killing) dalla follia (shining), dalla violenza (arancia meccanica).
    i grandi archetipi scacchiera e labirinto, li ritroviamo trasfigurati e divisi in 2. cioè nelle 2 metà del film
    .
    prima metà la ragione, l’addestramento, dove subiscono il lavaggio del cervello, tramite l’uso della ragione, e diventano “dispensatori di morte”, killer, uomini indistruttibili.

    la seconda metà invece rappresenta il crollo

    la scena di Palla di lardo fa da cerniera tra i due film, cosi come la cura ludovico fa da cerniera tra le due metà speculari di Arancia Meccanica.

    secondo me è un film molto bello, poi difficilmente si trova un film di guerra che ne parli bene, se escludiamo quelli diretti nei vari periodi di dittatura…
    Kubrick ne ha girati 4 di film di guerra moderna (+ Barry Lindon e Spartacus) e credo fosse affascinato dalla capacità dell’uomo di distruggersi

    In tutti i suoi film uomini vengono sopraffatti da altri uomini, e la ragione crolla inevitabilmente di fronte alla violenza, la follia, la passione, l’avidità o più semplicemente il caso.

    Full Metal Jacket parla a mio avviso, di falso progresso, falsa crescita, e quindi di regresso, come in 2001 odiessea nello spazio termina con il protagonista che torna un feto, Joker attende per tutto il film di diventare un uomo, un “duro”, e quando finalmente uccide la vietnamita morente, regredisce allo stadio infantile, come sottolinea la marcia di topolino.

    Aggiungo che non so quanto Ermey sia bravo ad improvvisare, di sicuro non è un attore di teatro, semplicemente è un ex militare ed ex istruttore reclute.. che nel sergente Hartman ci sia qualcosa di autobiografico? ;-)
    pensate che fu scelto inizialmente come consulente per l’addestramento, e poi fu scelto per le riprese

    Fatemi sapere le vostre opinioni, se non ho capito niente preferisco che me lo diciate voi ora, piuttosto che il prof all’esame :D

  28. Alberto Cassani scrive:

    Mi sembra un’analisi sensata, anche se nel caso di FMJ c’è sempre da tenere in considerazione l’origine letteraria e a sua volta reale del film. La marcetta di Topolino c’è già nel libro, anche se non ricordo se fosse alla fine, bisognerebbe vedere quanto altri eventi siano stati modificati per farli rientrare nella visione di Kubrick sulla guerra.

  29. max scrive:

    Trovo l’analisi di Marcy un po’ scomposta ,sicuramente strutturata su argomenti validi ma devo dire che l’affermazione della rinascita come regresso non e’ corretta tantomeno se fa trasparire una lato pessimistico di Kubrick .
    Mi spiego meglio: Kubrick e’ sempre stato ottimista nei confronti della natura umana ,infatti , attraverso i suoi film rompe lo schema nietzschiano “dell’eterno ritorno dell’uguale” grazie anche all’analisi come tu hai citato dei lati oscuri dell’umanita’ (—-In tutti i suoi film uomini vengono sopraffatti da altri uomini, e la ragione crolla inevitabilmente di fronte alla violenza, la follia, la passione, l’avidità o più semplicemente il caso—–).
    cio’ premesso ,il feto di Odissea dello spazio e’ un omaggio all’umanita’ ,in quanto attraverso la rinascita si da’ continuita’ al mistero della specie umana .
    C’e’ molto altro da dire ma ritengo che questo ti puo’ bastare per avere le idee un po’ piu’ chiare sulla visione apollinea di kubrick nei confronti dell’umanita .

  30. Marci scrive:

    Grazie per le risposte,
    per rispondere a max vorrei aggiungere due cose
    la prima è che tutti i film di kubrick hanno una struttra circolare o spiroidale (cioè falso circolare). per dirne 2 alex alla fine guarisce e torna al punto di partenza (sebbene il libro dica diversamente) e la foto di Jack torrance rimanda indietro al 1926, come a dire che quello che abbiamo visto è in qualche modo già successo, (come anticipato dal direttore dell’hotel nella prima scena)

    aggiungo che questo lato pessimistico di Kubrick non ci è stato spiegato a lezione, ma io l’ho notato in 3 personaggi
    Spartacus “l’uomo libero perde il piacere della vita, lo schiavo ne perde la pena”
    Barbone in Arancia meccanica “vivo in uno schifo di mondo dove i giovani non hanno rispetto per i vecchi”
    FMJ “certo vivo in un mondo di merda ma sono vivo”

    A mio parere kubrick mostra che se l’uomo si lascia dominare da violenza, follia, avidità eccetera è costretto in quella dimensione nietzcheiana dell’eterno ritorno all’uguale, e cioè al fallimentare

  31. max scrive:

    Nei film da te citati io ho conosciuto un Kubrick positivo e aperto al superamento della realta’ kafkiana grazie anche alla copacita’ innata dell’essere umano nel distruggere per creare .Non di meno va ricordato l’ultimo manifesto positivista che e’ stato “Eyes wide shut” .

    -PENSO CHE PRIMA DOBBIAMO RINGRAZIARE IL DESTINO ,RINGRAZIARLO PER AVERCI FATTO USCIRE SENZA ALCUN DANNO DALLE NOSTRE AVVENTURE SIA DA QUELLE VERE CHE DA QUELLE SOGNATE-
    ………………………………………………………………………………………………………………………………..
    E C’E UNA COSA MOLTO IMPORTANTE CHE DOBBIAMO FARE PRIMA POSSIBILE …………. SCOPARE.—–

  32. Alberto Cassani scrive:

    Io ci penserie sempre tre volte prima di inserire “Spartacus” in riflessioni sulle tematiche di Kubrick: è un film su commissione, che lui ha potuto dirigere solo grazie alle insistenze di Kirk Douglas con i produttori. Non ho idea di quanto lui abbia potuto mettere mano alla sceneggiatura e ai dialoghi. L’ha girato meravigliosamente, ma non so quanto il racconto si possa dire suo.

    E sono d’accordo con max nel dire che non si può sottovalutare il fatto che, soprattutto in questi tre film, alla fine i suoi personaggi non solo sopravvivono (per Spartacus, solo metaforicamente) ma anzi ne escono ben lucidi e decisi su che strada percorrere e come affrontare il cammino. Che poi questo cammino sia desolato e magari desolante, probabilmente è meno importante del fatto che lo si possa (e voglia) intraprendere.

  33. Marci scrive:

    riguardo la regressione infantile dell’uomo

    -Hal muore recitando una filastrocca, viene disattivato e ripercorre all’indietro fino alla filastrocca infantile
    -I drughi bevono latte, il latte è chiaramente elemento infantile
    -Palla di lardo viene punito in una circostanza e cammina coi pantaloni calati e il pollice in bocca
    -gli strateghi del pentagono si omportano come bambini

    mi sembra abbastanza esemplificativo

    riguardo quello che ho detto sul pessimismo, vada per spartacus che non è 100% kubrickiano (anche se la tematica dell’eroe fallimentare gli era molto cara) io non parlavo di Alex, il cui cammino è “diciamo” consapevole, ma del barbone. è lui che esprime il suo odio per il mondo

  34. Alberto Cassani scrive:

    Sì, però non si può dare troppa importanza a un singolo elemento, se si vuole analizzare il cinema kubrickiano. E’ vero che nei suoi film ci sono spesso elementi che rimandano all’infanzia (ma considerare come tale il latte drogato spillato dalle tette di un manichino mi sembra forzato) ma farne una delle chiavi dell’analisi del suo cinema mi pare esagerato. Nei suoi film sono tanti gli elementi che tornano con continuità, sia nelle tematiche che dal lato visivo (pensa al famoso primo piano dal basso in alto), se vogliamo fotografare compiutamente il suo cinema non possiamo slegarli gli uni dagli altri, non possiamo prenderne uno e dirlo più importante degli altri. Altrimenti limitiamoci ad analizzare una singola tematica, come ha fatto per noi Tania Varroni con la tematica dello sguardo, che con un regista complesso come Kubrick è già più che sufficiente.

    Nello specifico degli elementi infantili che citi, secondo me non rappresentano un regresso, nel senso che non mostrano un arretramento dei personaggi rispetto ai momenti precedenti. I drughi bevono latte più nella prima scena del film e Palla di lardo non cammina col pollice in bocca perché lo vuole lui nè lo fa ancora in seguito, ad esempio. Anzi: se anche considerassimo la scena del pollice come un regresso, non si può sottovalutare che in seguito diventa uomo, che dopo (non ricordo quanto dopo, però: quanto passa prima che lo pestino con le saponette?) diventa finalmente una perfetta macchina per uccidere come si pretendeva da lui. Quindi non sarebbe un regresso, ma al massimo un passo indietro per tornare al bivio e imboccare la strada giusta.
    E tra l’altro, quest’idea contrasta con quella che hai espresso precedentemente riguardo alla circolarità dei suoi film: se la parabola è circolare non può essere regressiva, perché alla fine siamo nelle stesso punto in cui eravamo all’inizio. La nascita di un uomo alla fine di 2001 non è un regresso rispetto all’alba dell’uomo della prima scena.

    Io personalmente ti appoggio l’idea della circolarità (per quanto non sia sicuro che sia davvero applicabile a tutti i suoi film e quindi la si possa dire basilare), molto meno quella della regressione costante, che mi pare forzata.

  35. Marci scrive:

    La circolarità è data dal fatto che il regresso avviene diciamo a metà, ossia:
    Iniziano che sono ragazzi (esemplificativo il taglio dei capelli, che simboleggia la fine delle libertà ribelli tipiche di quegli anni)
    vengono addestrati per diventare uomo, ma nella maniera errata, e quando finalmente completano tutto il processo, si ritrovano ad essere più indietro di prima, infatti tornano allo stadio infantile, che poi.

    Comunque alcune delle teorie da me espresse sono tratte dal libro “invito al cinema di Kubrick” di Eugeni. Non le prendo e non le impongo come oro colato o verità assoluta. Quello che amo di questa “materia ” è la vasta gamma di interpretazioni possibili, che lasciano spazio a riflessioni personali.

  36. Alberto Cassani scrive:

    Cito quello che ha detto pochi giorni fa un amico, anche se lui l’ha detto per paracularsi da una sonora baggaianata scritta in una recensione: “il compito della critica è proprio spiegare ai registi quello che nemmeno loro stessi sanno dei propri film”.

  37. max scrive:

    Concordo pienamente con Alberto.
    Insieme alle ottime parole di Alberto credo che sia opportuno distinguere la critica pura che si fa’ di una filmografia molto vasta e strutturata come quellla Kubricjiana dalla visione evocata direttamente o indirettamente da Kubrick.Questo e’ il punto che non riesce a distinguere Mercy ,e cioe’, i vari film citati sono stati pensati- progettati e gitati in periodi completamente differenti ,questo fa’ si’ che l’unico filo conduttore credibile di tutti i suoi films sia una visione basata su di una tecnica pura con l’aggiunta di geniali colpi da maestro ,non di meno gli appassionati potranno vedere l’ironia e la comicita’ occultata ad arte che traspare in tutti questi films ,l’estrema voglia di mandare messaggi positivi all’umanita’ ,insomma Kubrick e’ una biblioteca di impressioni e visioni ma credo che il regresso dell’umanita’ e’ una distorsione palese fatta da qualche critico con la fissa della pace e della non violenza .ù
    Il concetto di circolarieta’ e’ un’ottima osservazione se si tralascia l’idea insensata del regresso ,mi spiego ,qualsiasi regista che si trova a percorrere la strada ardua di un nuovo film ha bisogno di due certezze come far iniziare il film e come farlo finire ,la capacita’ di kubrick e’ di far finire i films con i personaggi che hanno raggiunto i loro scopi anche se infimi ,ma comunque hanno maturato la consapevolezza delle loro azioni ,se poi come Berry gli fa fare un percorso fantastico nella richezza per poi farlo finire in disgrazia ,questo non credo sia pessimismo ma realismo.

  38. Marci scrive:

    Apparte tutto il soprannome è Marci, non Marcy e non Mercy :D

  39. max scrive:

    Scusami Marci.Effettivamente preferisco Mercy fa piu’ francese.

  40. Alberto Cassani scrive:

    Ma mercy vuol dire pietà in inglese. In francese si scrive merci.

  41. Marci scrive:

    ma che significato ha la scena in cui il vietcong ruba la macchina fotografica e joker gli fa il verso delle arti marziali?

  42. Alberto Cassani scrive:

    Ha due motivi di esistere. Nell’interpretazione del critico di cui non ricordo il nome che ho citato nella recensione, quella prostituta serve per chiudere il capitolo dell’addestramento e aprire quello della giungla. Nello specifico, poi, il dialogo con Rafterman serve per far capire come stanno le cose essendo passato un po’ di tempo dalla fine dell’addestramento e la prostituta e il ladro servono per spiegare il rapporto che i soldati statunitensi avevano con i locali e la sostanziale leggerezza con cui Joker affronta il fatto di essere in Vietnam.

  43. […] E non cambiano mai neppure i Marines, che anche in Iraq sono sempre macchine assetate di sangue che pregano per poter combattere e adorano l’odore del napalm la mattina. Ciò che cambia è il modo in cui il cinema e la […]

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