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"Il dubbio" di John Patrick Shanley

26 gennaio 2009 Recensioni 2 Commenti
Il dubbio

Walt Disney, 30 Gennaio 2009 – Manierista

Nel 1964, sorella Aloysius mette in piedi una personale crociata contro un prete sospettato di aver abusato di uno studente nero. Cercando di difendersi dall’accusa, Padre Brendan Flynn affronta temi religiosi, di autorità e morale…


Philip Seymour Hoffman e Amy AdamsIl dubbio non si apre con la classica dicitura “ispirato ad una storia vera”. La storia narrata è infatti frutto di invenzione, un’invenzione che però è valsa al suo autore uno dei premi più prestigiosi del mondo. Così la locandina riporta fieramente “tratto dal testo teatrale vincitore del premio Pulitzer”. Ma quando ci si accorge che lo stesso autore del testo teatrale non solo ha operato l’adattamento della sceneggiatura per il grande schermo, ma ha anche diretto da dietro la macchina da presa il film, qualcosa inizia a non tornare. E ci sarà un bel tentare di convincerci da parte della produzione che era la scelta più naturale, il modo migliore per rispettare l’opera. Ma si sa che un Pulitzer non fa primavera o, detto in altre parole, che un ottimo sceneggiatore che conosce i tempi del teatro, i modi di messa in scena e di recitazione del palcoscenico, non diventa per grazia ricevuta altrettanto immediato, sofisticato o brillante dietro la macchina da presa.

Viola DavisIl successo di Broadway e l’assemblaggio di un cast di primo piano sotto l’egida disneyana della Miramax ha portato comunque all’impensabile: cinque nomination agli Oscar, in (quasi) tutte le categorie recitative, ed un clamore mediatico notevolissimo. Ma se quest’ultimo non poteva mancare, visto il connubio di due attori di livello assoluto come Philip Seymour Hoffman e Meryl Streep, una sceneggiatura degna di un Pulitzer e una produzione/distribuzione solida ed agguerrita, la certificazione del livello eccelso del film – non altro possono significare ben cinque candidature – da parte dell’Academy appare quantomeno generosa. Nello specifico, tralasciati i due interpreti principali, autori di una performance “normale” per il loro trend abituale (con probabilmente un Hoffman un pizzico più in forma della Streep), Viola Davis ha ottenuto la candidatura per una sola sequenza, l’unica nella quale la si vede presente in scena. Cosa che purtroppo non accade per la prima volta, agli Oscar.

Il regista John Patrick Shanley con Meryl StreepParlando più in generale, non si può non osservare come la mano di Shanley sia incerta. La direzione degli attori è più che buona, come ci si aspetterebbe da chi mastica teatro ad un certo livello, pur tendendo a tratti ad una enfasi recitativa tipica del palcoscenico teatrale. Ma è nella gestione della regia a tutto tondo che Shanley si dimostra inadeguato al compito che è chiamato ad assolvere. Il didascalismo di ripresa è a tratti fastidioso: il tormento della giovane suora sottolineato dal vento che irrompe spalancando la finestra nel cuore della notte, l’inquadratura obliqua per rimarcare una camminata inquieta, la deformazione del gioco di campi e controcampi con l’animarsi della discussione… Invece di svolgere il proprio compito di accompagnare una storia che avrebbe dovuto lavorare per ellissi, la mano del regista indugia pesantemente là dove avrebbe dovuto volare lieve, rendendo il girato pedante e manierista. Valga su tutte la sequenza finale, che pure si rivela interessante nella sua essenza, ma che viene anch’essa “sporcata” in tal maniera.

Una scenaLa tanto conclamata visione anti-religiosa non sembra emergere come elemento cardine della pellicola. Il tema della sceneggiatura è insolito, tacciabile sicuramente di grossolanità (alcune scelte di montaggio in parallelo ne sono un esempio), ma non per questo privo di un proprio interesse. Concerne infatti il dibattito, in alcuni casi sofferto e lacerante, che ebbe vita nel cuore della Chiesa Cattolica all’indomani del Concilio Vaticano II. Non ci si interessa di buoni e cattivi, di scovare colpevoli o condannare atteggiamenti reazionari piuttosto che lascivi. Nessuna colpevolezza viene dimostrata, nessuna innocenza comprovata chiaramente. L’autore si concentra unicamente sul tentativo di supportare la propria tesi di fondo, attraverso gli snodi narrativi irrisolti e il senso complessivo dell’opera, e cioè di come «il dubbio sia un legame tanto forte e rassicurante quanto la certezza», come fa dire ad uno dei propri protagonisti. A nostro avviso il bersaglio è stato mancato, ma lasciamo, come al solito, al pubblico l’ultima parola.


La locandina statunitenseTitolo: Il dubbio (Doubt)
Regia: John Patrick Shanley
Sceneggiatura: John Patrick Shanley
Fotografia: Roger Deakins
Interpreti: Meryl Streep, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Viola Davis, Alice Drummond, Audrie J. Neenan, Susan Blommaert, Carrie Preston, John Costelloe, Lloyd Clay Brown, Joseph Foster, Bridget Megan Clark, Mike Roukis
Nazionalità: USA, 2008
Durata: 1h. 44′


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Attualmente ci sono 2 commenti a questo articolo:

  1. Fabrizio scrive:

    Mi sento di “contestare” umilmente il giudizio complessivo dato sul film nella recensione.

    E’ vero che la messinscena, come ben sottolineato nella recensione, è alquanto manierista e spesso didascalica, ma trovo però che il film riesca invece nell’intento di far emergere il tema trattato in modo efficace – attraverso i dialoghi, diverse ottime scene, e il lavoro degli attori – e a darsi consistenza evitando, poi, ogni retorica. Spesso ci imbattiamo in film eleganti, leccati, pomposi, ma alla fine realmente vacui. Non credo questo sia il caso di “Doubt”. Non un capolavoro, ma certamente un film con una sceneggiatura degna di questo nome.

    Non sono poi d’accordo con il giudizio sugli attori. Trovo che la Streep sia splendida e che abbia meritato la sua nomination. Esagerata la candidatura per Hoffman, forse, ma bravo come sempre anche lui (anche se stavolta penso che il doppiaggio l’abbia un pò penalizzato, in quel ruolo). Certo, forse Viola Davis è rimasta in scena troppo poco per meritare anche lei una nomination all’Oscar, ma ad onor del vero va detto che contribuisce con grande bravura a disegnare quella che è forse la migliore e più significativa sequenza del film.

    Un film – secondo me – ricco di pregi che sicuramente non riesce a volare alto come potrebbe, ma in ogni caso una pellicola con uno spessore complessivo tangibile in mezzo a qualche buon difetto.

  2. Marco scrive:

    Assolutamente in disaccordo con la recensione e con la sua severissima critica nei confronti della regia.
    Sono più in corde al commento di Fabrizio.
    Lo trovato un buonissimo dramma molto ben fatto dove le pecche che si riscontrano non intaccano minimamente la riuscita finale.
    Bravissimi tutto gli attori. Ottima sia regia che sceneggiatura.
    Da notare l’originale fotografia di Deakins che si rifà in modo molto “old style” come la vicenda richiede.
    Io lo consiglio.

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