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"Pietà" di Kim Ki-duk

3 settembre 2012 Recensioni 0 Commenti
Leone d'Oro

Good Films, 14 Settembre 2012 – Sadico

Kang-do fa l’esattore per uno strozzino, divertendosi a storpiare chi non può pagare gli astronomici interessi del proprio prestito. Un giorno, alla sua porta si presenta una donna che gli racconta di essere la madre che lo ha abbandonato. È l’inizio di una redenzione?


Lee Jung-jin in una scena di PietàPoco oltre il giro di boa di un Festival dove finora sono mancati titoli in grado di mettere d’accordo tutti (vedi alla voce Malick) e alcune aspettative sono state disattese (vedi alla voce Anderson), vengono proposti nella stessa giornata due titoli che sembrano provenire da un altro pianeta, per grazia, forza espressiva e più in generale ispirazione. Dopo la fragorosa esplosione dell’opera di Assayas, in serata arriva quello che è il vero grande ritorno di Kim Ki-duk, ed è un silenzio carico di ammirazione quello che lo accoglie, un attimo prima degli applausi. La profonda crisi personale dell’autore sudcoreano, testimoniata da film quali l’introspettivo Arirang e il malriuscito Amen, sembra essere superata, ed è lo stesso Kim Ki-duk a manifestarlo, riportando in Pietà buona parte dei temi e degli elementi ricorrenti che il pubblico e la critica hanno amato nei suoi precedenti lavori.

Cho Min-soo in PietàIl titolo e la locandina si rifanno al capolavoro di Michelangelo, ma qui siamo dalle parti dell’estremo opposto di ciò che Gesù Cristo e la Madonna rappresentano per la mitologia cristiana. Un sadico torturatore capace solo di dispensare dolore intorno a sé e una madre che ha abbandonato il proprio figlio quando era piccolissimo: sono questi i protagonisti al centro di un racconto quanto mai pregno d’oscurità, in cui si alternano esplosioni di violenza a brevi attimi di una normalità solo illusoria e inaffidabile. Nel poverissimo quartiere di Seul che ospita la vicenda, tutto diventa fisico, duro e spesso inevitabile; non c’è più spazio per i sogni e le speranze devono essere dichiarate apertamente, per essere vissute e infrante. La pietà è un lusso, e la sceneggiatura non ha bisogno di ripeterlo troppe volte nel corso della narrazione: è il contesto stesso a rendere istintivamente assurdo questo sentimento nella mente dello spettatore.

Cho Min-soo e Lee Jung-jin in PIetàKim Ki-duk ci accompagna in un mondo crudele con la cura e l’equilibrio delle sue opere migliori, riuscendo a suscitare emozioni anche più leggere e colpendo duro quando serve. Il regista trova perfino il modo di fare dell’autoironia, mostrando l’infausta sorte di tutti gli animali uccisi per essere cucinati dal protagonista. Difficile non pensare alle critiche che furono rivolte ai film precedenti, in particolare L’isola, riguardo ai maltrattamenti di animali, ritenuti all’epoca gratuiti. Questo è solo uno dei tanti aspetti che rendono Pietà un film meraviglioso e maturo, diluito solo in un finale che non riesce nell’impossibile compito di superare in emotività quanto è venuto in precedenza.

Lee Jung-jin in PietàCome detto in apertura, due film magnifici nella stessa giornata, entrambi perfetti candidati per un Leone d’oro di difficile assegnazione. In apparenza diversissime, entrambe le opere parlano invece di disillusione e speranza, ma se in Assayas le due cose vengono presentate in successione, qui arriva tutto insieme a visione terminata. Disillusione per i protagonisti e gli spettatori di Pietà, speranza per la ripresa della carriera di Kim Ki-duk.


La locandina di PietàTitolo: Pietà (Pieta)
Regia: Kim Ki-duk
Sceneggiatura: Kim Ki-duk
Fotografia: Jo Yeong-jik
Interpreti: Lee Jung-jin, Cho Min-soo, Ki-Hong Woo, Eunjin Kang, Jae-ryong Cho, Myeong-ja Lee, Jun-seok Heo, Se-in Kwon, Mun-su Song, Beom-jun Kim, Jong-hak Son, Jin Yong-Ok, Jae-rok Kim, Won-jang Lee
Nazionalità: Corea del sud, 2012
Durata: 1h. 44′


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