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Soundtrack: "Monuments Men" di Alexandre Desplat

21 luglio 2014 Soundtrack 0 Commenti
Monuments Men

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne Sonore* * * *

Il compositore parigino Alexandre Desplart abbandona in parte il proprio stile minimalista e cristallino per dedicarsi a una partitura più composita e variegata, le cui diverse angolazioni restituiscono le diverse tonalità narrative e psicologiche del film diretto da George Clooney…


L’infaticabile e iperattivo Alexandre Desplat non accenna a diminuire i propri ritmi produttivi, che ricordano quelli di Max Steiner nella Hollywood anni 30 e 40 o di Ennio Morricone negli anni 60. Insieme alla sua seconda collaborazione con Clooney, dopo il rarefatto e inquietante Le idi di marzo, esce infatti anche Grand Budapest Hotel di Wes Anderson, mentre sono in arrivo le sue partiture per il biopic di Stephen Frears sul ciclista Lance Armstrong, il nuovo remake di Godzilla, il dramma bellico Suite française, il secondo film da regista di Angelina Jolie Unbroken e la versione d’animazione de Il piccolo principe

In ogni caso, Desplat sembra qui farsi direttamente carico di una delle principali caratteristiche (secondo alcuni anche uno dei suoi limiti) del film di George Clooney: il suo essere sospeso – indeciso? – tra commedia e war movie. Un bivio impegnativo e insidioso, per affrontare il quale il compositore parigino decide di abbandonare in parte il proprio stile, minimalista e cristallino, e dedicarsi a una partitura più composita e variegata, le cui diverse angolazioni restituiscano le diverse tonalità narrative e psicologiche del film, correndo addirittura il rischio di stargli un po’ troppo addosso. Non dunque le consuete melodie “corte”, iterate e ossessive, ma nemmeno tentazioni colossalistiche o pompieristiche che altre volte si sono rivelate per Desplat trappole irte di luoghi comuni e banalità parahollywoodiane, bensì uno score lieve e pungente, molto movimentato, nel quale i tratti militareschi vengono smussati da un’ironia pungente e molto “francese”.
Ne sono un esempio lampante gli “Opening titles” con un tema danzante e spensierato, le cui fanfare introduttive sembrano irridere qualunque veste marziale e guardare quasi al Williams di 1941 – allarme a Hollywood: pure, l’introduttivo “The Roosevelt Mission” sembrava rievocare nel ritmo dei tamburi e nel richiamo dei corni tonalità più compunte e solennemente drammatiche. Il che ci porta appunto lungo quel doppio binario espressivo che è il nucleo centrale dello score, e al quale sarà bene abituarsi: gli ostinati degli archi, lo squillo degli ottoni e le lunghe frasi dei legni di “Ghent alterpiece”, il dialogo celesta-arpa e la subitanea accelerazione di “Champagne”, il ritmo da charleston anni 20 con cui viene ripreso il tema dei titoli in “Basic training” o la severità con cui i celli espongono in “Normandy” un secondo tema – udito in veste molto più frizzante all’inizio del brano precedente – sul risuonare lontano della tromba, sono tutti elementi che interagiscono e confluiscono in una mobilità espressiva continua, non necessariamente frammentaria ma anzi intimamente coerente ed efficace. Anche perché l’alternarsi dei due temi sopra individuati contribuisce a un’unitarietà di fondo, quanto più gli stessi vengono segmentati, scomposti e variati: possono esserne un eloquente esempio il pizzicato conclusivo del mosso, arpeggiante “Deauville” o l’esposizione pianistica rallentata e scandita dai fiati su un pedale degli archi in “Stokes”, entrambi riferiti al tema dei titoli, che si pone a tutti gli effetti come Leitmotiv della partitura.

Partitura che conosce anche momenti molto più corruschi come il drammatico enunciato degli ottoni sull’ostinato dei violini di “I see you, Stahl” cui segue però una proposta prima sommessa nel flauto poi luminosamente orchestrale del secondo tema. Tremolii e vibrazioni in agguato degli archi creano in “John Wayne” un’atmosfera da suspense che si scioglie però nel beffardo enunciato del tema dei titoli da parte del flauto, tra pause e staccati inframmezzati dal triangolo. Appare come se ogni risvolto potenzialmente o fattualmente drammatico dello score si prestasse a essere continuamente e subitaneamente rovesciato nel proprio contrario: così un incipit d’azione agitato e dissonante in “Sniper” lascia emergere un timido pianoforte che accenna al tema principale, nuovamente affacciato sul sommerso percussivo di “Into Bruges”, mentre solenne e meditativo appare “The letter” nel lavorio sotterraneo degli archi, sul rullo del tamburo e con il suono adamantino del pianoforte a precedere una luminosa apertura lirica di violini e ottoni: una struttura progressiva che ricorda da vicino alcuni passaggi della grande partitura desplatiana per Zero Dark Thirty.

Stilemi più direttamente riconducibili alla vena iterativa, asciutta e ritmicamente ben definita del compositore (quello che per comodità viene a volte definito il “minimalismo” di Desplat) si ritrovano in “The Nero decree”, brano quasi stravinskyano nella sua spigolosità, così come vellutato e citazionistico appare il breve e ironico valzer, irregolare e ammiccante, di “Stahl’s chalet”. Sommesso, quasi inudibile inizia “Jean-Claude dies”, per svilupparsi in una fase più burrascosa e defluire poi in una lettura pacata e mesta, prima nel piano poi negli archi, del tema conduttore. Ancora tonalità drammatiche, gravide di tensione in “Siegen mine” che lascia alla tromba la chiosa finale nel segno sempre del medesimo, rasserenante tema. Va detto che da tempo non accadeva a Desplat di confrontarsi con un così stringente e rigoroso schema leitmotivico, mentre morbida e carezzevole negli archi suona “Claire & Granger”, con un intermezzo brillante affidato al secondo tema variato poi in coda da due clarinetti in forma quasi di epicedio. Il suono delle trombe ci riconduce in “Gold!” al tema dei titoli, sezionato liricamente tra legni e archi e concluso in lontananza come un richiamo notturno; rullo di tamburi e ostinato dei bassi fanno in “Hellbronn mine” da sottofondo a cupi accordi degli ottoni sinché su un pedale di re degli archi il pianoforte lascia cadere un gruppo di tristi accordi discendenti e poi distilla liricamente il tema principale, intrecciandolo con il secondo tema nei legni e sanzionando così l’interrelazione fra i due elementi tematici. Celesta e archi sognanti divagano in “Castle Art hoard”, sino a un’apertura di travolgente emotività armonica. Lo scoppiettante “Altaussee” per ottoni costituisce una variazione sul secondo tema e prelude al lunghissimo, oltre nove minuti, “Finale”: conflittuale e sfaccettata pagina di action music, nonché sopraffina lezione di contrappunto fra i due temi principali, rimpallati fra archi e legni in una propulsiva intelaiatura ritmica che si fa da parte per introdurre una melopea della tromba, strumento che in questo score aggiunge al proprio timbro militaresco una componente costantemente elegiaca, sinché torna, sempre nella tromba, il tema dei titoli, per introdurre notturni arabeschi degli archi a tessere una conclusione malinconicamente raccolta verso una coda nuovamente squillante e ottimistica. Non sorprende ovviamente ritrovare il tema dei titoli in versione fischiettata collettivamente a ritmo di marcia tambureggiante, in stile Il ponte sul fiume Kwai, negli “End credits”, quasi che la struttura del brano si fosse finalmente riappropriata della sua genesi di base.

La conclusiva “Have yourself a merry Little Christmas”, scritta da Ralph Blane e Hugh Martin e proposta in un “solo” vocale dalla sedicenne Nora Sagal, è uno dei brani ospiti del soundtrack, che comprende anche una cover di “Night and day” di Porter del jazzista francese Patrick Péronne. Ma per quel che riguarda la partitura di Desplat essa ci rivela decisamente uno dei lati più eclettici, e quindi più interessanti, di questo compositore, le cui risorse sembrano davvero non conoscere limiti.


La copertina del CD di Monuments MenTitolo: Monuments Men (Id.)

Compositore: Alexandre Desplat

Etichetta: Sony Classical, 2014

Numero dei brani: 24 (23 di commento + 1 canzone)

Durata: 60′ 32”


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