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Soundtrack: "Pixels" di Henry Jackman

4 gennaio 2016 Soundtrack 0 Commenti
Pixels

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne Sonore* * *

Per musicare il nostalgico Pixels di Chris Columbus con Adam Sandler, il compositore Henry Jackman evita di riprendere semplicemente i temi dei videogiochi presentati nella pellicola, scegliendo invece di seguire la strada utilizzata negli anni 80 dai film di fantascienza di Serie B…


Quale accompagnamento musicale sceglierebbero gli alieni se decidessero di invadere il nostro pianeta utilizzando varianti gigantesche dei nostri videogiochi più vintage, come Pac-Man, Tetris, Donkey Kong, Super Mario e Arkanoid? Quelli, per capirci, che hanno colorato l’infanzia e l’adolescenza degli attuali trentenni?

Va dato atto al 41enne compositore britannico di Kick-Ass e Ralph Spaccatutto di non aver scelto la strada più comoda: ossia quella di replicare semplicemente, amplificati e arricchiti, i marchi e i jingle musicali di quei videogiochi. Lo score di Pixels, anzi, è vigorosamente e orgogliosamente personale, rigorosamente sinfonico, ma anche provocatoriamente rétro: nulla a che vedere insomma con il frastuono hi-tech che addobba, ad esempio, molta produzione Marvel, bensì una partitura in stile anni 80 che sembra assumere come modello preferenziale le colonne sonore di fantascienza Serie B, le quali a loro volta mutuavano i propri stereotipi dall’inarrivabile archetipo williamsiano e/o goldsmithiano (per interdersi, Star Wars e/o Star Trek). L’apertura di “Invasion”, ad esempio, sfodera un Leitmotiv eroico e stagliato decisamente d’altri tempi, orchestrato con perizia straussiana e difficilmente scordabile, adornato da amplissime cascate di archi e sottofondi corali che ricordano non poco gli stilemi di Danny Elfman; idem dicasi per “The Arcaders”, nel cui frenetico moto degli archi contrappuntati da squillanti ottoni fa però capolino quello che si rivelerà – forse non a caso – l’elemento melodico principale della partitura, ossia un tema pressoché dichiaratamente ricavato dal tema della Forza di Williams.
Un riferimento forte e preciso, culturale prima e più ancora che strutturale, che Jackman non si preoccupa nemmeno di variare od occultare troppo ma al massimo di inserire in una strumentazione mossa e palpitante (“To the White House”, dalle figurazioni staccate e leggere dei legni); molto “starwarsiano” è anche “Level 2″ con i suoi accenti imperiosi e ribattuti, per non parlare di “Hand eye coordination”, dove il similtema della Forza risalta ancora più spudoratamente. Tonalità più misticheggianti e aliene, ma anche queste afferenti a un linguaggio tipicamente Eighties (o addirittura Seventies) affiorano in “Conspiracy theory” e nel complesso “Centipede”, dove violenti ritmi di marcia militare si alternano a spettrali momenti di quiete negli archi, ricordando abbastanza da vicino alcune soluzioni tipiche di James Horner; Jackman assapora in lungo e in largo il suo ridotto ma efficace parco di temi, preoccupandosi prevalentemente di mantenere alto il livello dinamico e ritmico in un continuo, cangiante caleidoscopio di colori strumentali. Così l’inciso ritmico di “Call in the cavalry”, affidato ai celli, diviene un elementare e penetrante fattore di minaccia, non meno che in “Pest control”, breve e fulminante; peraltro al capo opposto si segnalano, l’etereo, toccante lirismo di “Unconditional love” o “Sweet spot”, con il fraseggio morbido e lieve degli archi a dialogare con la celesta nel primo e con il clarinetto nel secondo, evocando un’altra delle numerose presenze illustri accolte dalla partitura, in questo caso quella di Alan Silvestri. Quest’ultimo scomodato anche nel furioso “Roll out the barrels”, con alcune citazioni da Predator, ma a sua volta incrociato con reminiscenze kameniane negli scultorei disegni dei fiati: una parentela, quella con il compositore di Robin Hood, ancora più evidente in “High score”.
C’è un solo momento in cui le tipologie musicali e tecnologiche dei videogiochi di riferimento fanno chiaramente la loro figura, ed è nel bonus track di “Arcaders ’82”, che inizia morbidamente flessuoso ma poi schiaccia il pedale techno con divertita tracotanza, incorporando il tema conduttore.

Intendiamoci: non si tratta di un semplice collage di citazioni “alte” a denotare mancanza di inventiva originale. Jackman concepisce piuttosto il suo score come un omaggio personale verso modelli probabilmente e serenamente accettati come inimitabili. Quel che risulta è un lavoro che senza dubbio non va oltre un’onesta e scorrevole routine, ma la cui piacevole innocenza non passa sicuramente inosservata.


La copertina del CDTitolo: Pixels (Id.)

Compositore: Henry Jackman

Etichetta: Varese Sarabande, 2015

Numero dei brani: 21

Durata: 38′ 10”


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