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Soundtrack: Solo: A Star Wars Story di John Powell & John Williams

13 maggio 2019 Soundtrack 0 Commenti
Solo: A Star Wars Story

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne Sonore* * * * *

Si può dire che John Williams sia stato vero e proprio coautore della saga orginale di “Guerre Stellari”. Per “Solo”, John Powell applica la sua detonante idea musicale ai materiali williamsiani, creando una miscela musicale di effetto inimmaginabile pur basata fondamentalmente sulla variazione…


È inevitabile che mentre John Wlliams è già al lavoro sul L’ascesa di Skywalker, i vari spin-off scaturiti dalla saga di Star Wars ruotino musicalmente intorno all’opera del maestro newyorkese, che di quel ciclo è a tutti gli effetti il co-autore. Non si tratta solo di assorbirne e riutilizzarne, nelle varie score, alcuni temi, ma di cercare di rimanere fedeli – pur nella libertà espressiva e concettuale dei vari stili personali – a quell’orizzonte e quell’universo di suoni, che nel corso di oltre quarant’anni hanno decretato la nascita e il consolidamento di uno dei “corpi” mitologici più forti dell’immaginario collettivo fra i due millenni. Accadde al Michael Giacchino di Rogue One: A Star Wars Story, e succede ora anche a John Powell.

Poiché parliamo di due talenti sommi e indiscussi (ancorché diversissimi) della musica per film hollywoodiana contemporanea, è del tutto evidente che non siamo dinanzi a pedisseque imitazioni o scopiazzature. Giacchino, ad esempio, ha tentato la cosa che gli riesce meglio in queste circostanze, ossia un approccio anche (auto)ironico, pur nella sincera ammirazione per il modello originale, all’insegna di quella mutevolezza tematica e instabilità strutturale che sono le sue caratteristiche linguistiche prevalenti.
A differenza di Giacchino, John Powell è un compositore da mischia, che all’ironia preferisce le iperboli, e che al bisogno si rivela capace di far detonare apparati sonori con una potenza oggi sconosciuta a chiunque altro. Un concetto che, applicato ai materiali williamsiani, crea una miscela musicale di effetto inimmaginabile. Che si tratti di una score sostanzialmente basata sulla forma della variazione, infatti, non è in discussione. I temi originali di Williams vi si rincorrono e succedono in un caleidoscopio di accelerazioni, rallentamenti, modulazioni, sezionamenti che ne lasciano intatto il potenziale evocativo pur configurandosi a tutti gli effetti come “musica nuova”. Alle proprie elaborazioni su questo modello Powell, infatti, aggiunge il fantastico tocco di orchestratore e l’incessante, quasi soffocante, vorticoso dinamismo di una successione di pagine che non concedono un attimo di tregua; e tra le quali spiccano, abbaglianti e inattese, alcune idee leitmotiviche superlative.

Dunque tutt’altro che un atteggiamento da gregario, tantopiù che oltre a confrontarsi dialetticamente con temi già noti, Powell è qui alle prese con un tema nuovo di zecca – sviluppato in due sezioni – composto appositamente da Williams nell’introduttivo “The adventures of Han” e che va a buon diritto a incastonarsi fra le pietre preziose contenute nel forziere musicale della saga. Introdotto dalle familiari fanfare secche e ribattute su una sussultante base ritmica, gli ottoni espongono una frase nobilmente epica e “imperiale”, seguita da uno sviluppo più agitato e inquieto: da questo dittico di idee, che già da solo varrebbe il massimo, si dipana una serie di variazioni travolgenti, dal virtuosismo strumentale eccelso (si ascolti il passaggio delle trombe), sotto il segno di quella incredibile complessità e maestria di scrittura sinfonica che ancora a 86 anni suonati Williams possiede in grado sconosciuto a qualunque suo collega.
Ma ecco già la prima, lenta e solenne, nel suono di celli e bassi, variazione powelliana in “Meet Han”, seguito da un ampio arpeggio di violini e da raffiche percussive sulle quali il tema viene fatto risuonare prima da ottoni poi dai violini, con perentoria, lapidaria icasticità. Come detto, è solo l’inizio di un possente affresco sonoro in cui i materiali si mescolano, fondono e confondono rimanendo però sempre perfettamente riconoscibili, come in “Corellia chase”, scampolo di action music in totale apnea, implacabilmente scolpita.
Powell tuttavia ci mette del suo, eccome: al minutaggio 2’45” di “Spaceport”, dopo un’ulteriore serie di severi e allusivi sviluppi intorno al tema iniziale williamsiano, esplode negli archi una di quelle idee tematiche che non si dimenticano più, di una disperata, supplicante drammaticità, subito innestata in nuove esposizioni del tema-padre. A questo punto scompaiono eventuali gerarchie di qualità nella stesura della score, nel senso che Powell appare perfettamente in grado di riassorbire gli elementi williamsiani e di arricchirli in proprio, concedendosi di tanto in tanto all’esercizio esplicito della parafrasi o della citazione.

Brevi oasi come “Train heist” non fanno che precedere nuovi terremoti sonori, tra l’altro di spiccata caratterizzazione politonale, come in “Marauders arrive”, in cui fa la comparsa (così come nel finale del tranquillo, idilliaco “L3 & Millennium Falcon”) un sinistro, davvero “alieno” coro di voci bianche: ed è da qui che la partitura, pur rimanendo ancorata al proprio parco-temi, prende anche movenze più bizzarre, come nella canzone francese dai toni surreali e lunari “Chicken in the pot”, o nelle movenze danzanti dei flauti di “Is this seat taken?”. Ma si faccia però sempre attenzione alla presenza sottotraccia del tema originale di Williams.
Powell non si nega nemmeno a un love theme, quello tra Han e Q’ra, anche qui nella scia della tradizione dei temi romantici creati da Williams per la saga originaria: e così scopriamo in “Lando’s closet” che questo tema non scaturisce altro che proprio da quella frase rovente anticipata in “Spaceport”, qui peraltro sviluppata con un pathos di intensità quasi pucciniana. Tra il rigoroso contrappunto di fattura baroccheggiante in “Minen mission” e il lirismo stupefatto, trasparente degli archi in “The good guy” si giunge così al sorprendente “Reminiscence therapy” che si apre sì con l’ennesima versione del tema d’apertura ma si trasforma ben presto in una dichiarata riscrittura contemporanea dell'”Asteroid field” di L’impero colpisce ancora, ancorché riproposto in una segmentazione continua e spiazzante. Si tratta forse del punto apicale in cui Powell si confronta con il proprio modello nel tentativo non già di superarlo ma addirittura di enfatizzarlo. E così, la leggendaria “Star Wars Fanfare” seguita dal tema di Luke può riaffermarsi senza remore in “Into the maw”.

Ancora cori, stavolta anche di bassi profondi (torna alla mente Il risveglio della forza) nel siderale “Savareen stand-off” prima di “Testing allegiance”, che è un vero caleidoscopio di emozioni musicali, trascorrenti da momenti di distesa serenità a violente perorazioni, passando per una citazione nei celli, rapida quanto toccante, del love theme: e la chiusura, fra sonorità di nuovo inusuali e burattinesche, è appannaggio in “Dice & Roll” della fanfara williamsiana originaria, in un congedo veloce e senza trionfalismi. Sforzo eccezionale, quello di Powell, all’interno del quale il contributo personale di Williams poteva rivelarsi un handicap anziché un supporto: ma nello spirito di avventura e di giovanile esuberanza che pervade questa superba score non c’è spazio, fortunatamente, per la nostalgia bensì unicamente per il rispetto e la devozione.


La copertina del CDTitolo: Solo: A Star Wars Story (Id-)

Compositore: John Powell, John Williams

Etichetta: Walt Disney Records, 2018

Numero dei brani: 20 (19 di commento + 1 canzone)

Durata: 77′ 16”


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