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Soundtrack: "Thor - The Dark World" di Brian Tyler

23 giugno 2014 Soundtrack 0 Commenti
Thor - The Dark World

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne Sonore* * *

Quella del secondo film dedicato al Dio del Tono è una partitura che lascia scarso spazio alle zone d’ombra e alle mezzetinte, tipica del “Marvel touch” ma anche di una tendenza al gigantismo che contagia ormai molti compositori mainstream, come se il martello di Thor passasse innanzitutto per le loro mani…


Bisogna dare atto a Kenneth Branagh e a Patrick Doyle di aver cercato in Thor, rispettivamente sul piano cinematografico e musicale, soluzioni che pur rispettando la fisionomia del genere blockbuster-con-supereroi si orientassero in direzioni innovative, sul piano ad esempio dell’autoironia, della riflessione identitaria, del connubio tra grandiosità spettacolare (anche sonora) e orizzonti più distesi, romantici e meditativi. Rientrato nell’alveo tipico dei sequel che non si pongono troppi problemi rispetto all’originale né accampano pretese autoriali, e dopo un contatto abortito sul nascere con Carter Burwell (onestamente musicista poco in sintonia con il genere), The Dark World è la nuova palestra di ginnastica pesante per Brian Tyler, “golden boy” della Marvel (suo il logo musicale dello Studio, un’adrenalinica fanfara qui proposta in chiusura e in realtà basata proprio sul tema di Thor) e compositore come si sa abituato a usare le maniere forti, per il quale l’enfasi sonora è un dovere morale e il titanismo delle proporzioni, pur assecondando apparentemente input zimmeriani, sfugge in realtà ad ogni modello per approdare sulle rive di una colossalità schiacciante, furibonda, tellurica.
Nulla da eccepire in sé, almeno sul piano tecnico: il 42enne californiano – che su questo fronte ha superato se stesso in Iron Man 3 – è in possesso di doti naturali travolgenti e di una capacità straordinaria di suscitare terremoti, eruzioni, alluvioni, cataclismi vari e scontri finali al calor bianco. Al vaglio della qualità delle idee musicali e della loro indispensabile varietà, il discorso cambia e i distinguo sono obbligatori.

A dispetto di quello che sembra essere il suo motto irrinunciabile, e che potremmo sintetizzare in “le dimensioni contano”, Tyler è un compositore a suo modo tardoclassico, vincolato a una concezione leitmotivica e sin troppo sontuosamente sinfonica della partitura. I suoi temi hanno lo spessore massiccio, il peso e l’imponenza fisica di appelli ultimativi, di inni apocalittici e sfolgoranti, il cui trionfalismo sonoro si sublima in una veemenza talmente iperbolica da rasentare l’astrazione. La scultorea, ribollente maestosità del tema principale, esposto a tutta forza in “Thor: the dark world” è un tipico marchio di fabbrica tyleriano, e lo diventa ancor di più nella versione di “Lokasenna” per voce bianca, in un contesto timbrico solenne e ieratico che non può non ricordare il profilo sacrale e arcaicizzante di molte pagine zimmeriane. La tipologia di sound è infatti quella del compositore del Gladiatore, ma con assai minor quantità di sfumature e ripiegamenti. Tyler impugna gli ottoni come armi nucleari, e sceglie un input ritmico costruito per raffiche pesantissime (“Asgard”), sovrapponendo il coro all’orchestra e semplificando al massimo il tessuto armonico; “Battle of Vanaheim” è una pagina da guerra che potrebbe benissimo far parte della Trilogia dell’Anello, ma senza le cupezze e le oscurità abissali di Shore.

In Tyler tutto abbaglia, squilla, riluce; anche le parentesi più liriche e distese vibrano di un incontrollabile dinamismo, di un’irrefrenabile tensione; in “The trial of Loki” dopo l’apertura dell’arpa sul tremolo degli archi minacciosi bassi rombano sullo sfondo disegnando trame oscure, mentre di nuovo la voce sopranile alza come in una melopea il tema principale in “Into eternity”, evocando uno spiritualismo intenso e patetico, accentuato dall’avvolgente movimento a salire degli archi. Suddiviso dapprima in due sottosezioni, poi scaraventato in un incandescente magma di accelerazioni ritmiche e accordi violentemente ribattuti, riemerge il Leitmotiv in “Escaping the Realm”, pagina di action music allo stato puro che si contrappone idealmente, nello score, a momenti come “A universe from Nothing”, sommessa e impenetrabile meditazione per celli e bassi.
I motori sono di nuovo spinti al massimo dei giri in “Untouchable”, ma l’interesse si appunta piuttosto su episodi variativi come “Thor, son of Odin” che si riappropria del tema conduttore ma inizialmente in pianissimo, con gli ottoni che sembrano emergere da lontananze incommensurabili, o “Sword and council”, che a una prima parte fortemente assertiva oppone una seconda metà pacatamente distesa, o ancora “Shadows of Loki”, pagina dalle sonorità misteriose e trasparenti, evocative di un lato oscuro che tuttavia contiene al proprio interno anche tracce di redenzione nella dolorosa e ardente coda degli archi. “Invasion of Asgard” insiste sull’inciso ritmico ribattuto e implacabile che è una delle cellule motrici della partitura mentre “Journey to Asgard” alterna la mobilitazione esaltata delle masse orchestrali a un’offerta più pensosa e introversa del tema portante. Tema che, sull’ostinato dei bassi e in un susseguirsi di progressioni dinamiche implacabili, “Uprising” quasi spezza in una successione di frammenti di lava sonora scagliati sull’ascoltatore, e che “Vortex” dilata negli archi enfatizzandone la cantabilità.

L’orizzonte sonoro della partitura è di un’omogeneità talmente schiacciante e uniforme che il rapido apparire di un flauto, in “An unlikely alliance”, desta quasi sorpresa e suscita l’interrogativo di quali potrebbero essere gli esiti del talento di Tyler se solo il musicista si concedesse qualche volta a delle deviazioni nel suo cammino a testa bassa lungo i sentieri spalancati di una musica a tutte maiuscole, iperspettacolare e monocromatica. Ma tant’è. “Convergence” scatena di nuovo il coro, le percussioni e gli ottoni wagneriani frammentando il Leitmotiv e sconvolgendo ogni possibile “struttura” con accanimento balistico e dinamitardo; dissonanze furibonde si alzano in ogni direzione in “Beginning of the end”, inchiodato a una serie di ostinati degli archi sopra i quali tuonano svettanti e rabbiosi corni e tromboni, mentre la percussione scardina tutto ciò che ostacola il suo percorso.
Estremamente rallentato e dilatato, il tema di Thor assurge a solenne marcatura, tra celli e ottoni, in “Deliverance”, con l’apparizione fantasmatica della voce solista; ma la gioiosa macchina da guerra di Tyler si rimette in moto in “Battle between worlds”, fra perorazioni bibliche degli ottoni e opprimenti urgenze della percussione. In una partitura così tetragona, i glissandi degli archi e lo spalancarsi di pause improvvise di silenzio sortiscono, in “As the hammer falls” un effetto spiazzante; ma è il conclusivo “Legacy” il sigillo scenografico, il bassorilievo smagliante e perentorio che prende il via in un’atmosfera dolente e raccolta per poi deflagrare a tutta forza e chiudersi bruscamente su un accordo di sospensione.

Una partitura, insomma, che lascia scarso spazio alle zone d’ombra e alle mezzetinte; tipica del “Marvel touch” ma anche di una tendenza al gigantismo che contagia ormai molti compositori mainstream, come se il martello di Thor passasse innanzitutto per le loro mani.


La copertina del CD di Thor - The Dark WorldTitolo: Thor – The Dark World (Id.)

Compositore: Brian Tyler

Etichetta: Hollywood/Intrada, 2013

Numero dei brani: 26

Durata: 79′ 49”


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