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Soundtrack: "Thor" di Patrick Doyle

11 luglio 2011 Soundtrack 0 Commenti
Roberto Pugliese, 2 Maggio 2011: * * ½
In collaborazione con Colonne Sonore

Quando accettò di dirigere un film così diverso dai suoi precedenti e realizzare un blockbuster fracassone e autoironico, Kenneth Branagh scelse di portarsi dietro il suo musicista abituale, lo scozzese Patrick Doyle. Che, quindi, affronta anch’egli un terreno per lui nuovo…


Quando, all’interno di un sodalizio così stretto fra regista e compositore come quello che lega da oltre un ventennio l’irlandese Kenneth Branagh e lo scozzese Patrick Doyle, il primo elemento marca una svolta, un mutamento così netto di scelte, di genere e di stile, è ben difficile che il suo musicista di fiducia non lo segua cercando di adeguarvi il proprio stile, anche se esso è in partenza diverso da quel registro. Traducendo: se Kenneth Branagh, nel prendere in mano con evidente gusto e divertimento un fumetto Marvel per confezionare un blockbuster fracassone e autoironico, in un certo senso si “michaelbayizza” o “bruckheimerizza”, rendendosi di fatto irriconoscibile ai fan delle sue tante e raffinate, colte e moderne letture scespiriane, nulla da meravigliarsi se – al rimorchio – anche il colto e accademico Patrick Doyle, musicista per sua natura ben poco altisonante e aggressivo, in un certo senso si “zimmerizza” mimetizzandosi dentro un sound tonitruante e pompieristico.
Al netto di questi discutibili neologismi, il fatto che Doyle (ripresosi pochi anni fa, ricordiamolo, dal tunnel di una lunga malattia) vada coltivando negli ultimi anni una vena più spettacolarmente sinfonica e titanica è fuori discussione ed è attestato da partiture come Eragon o Harry Potter e il Calice di Fuoco: questa deriva techno-apocalittica, tipica degli epigoni di Zimmer (non dell’originale, almeno nei suoi esercizi migliori), sta contagiando del resto più di un compositore europeo (compreso il talentuoso, delicato e minimalista Alexandre Desplat) e altro non è se non un residuo stilistico di input produttivi multinazionali e globalizzati che, nel caso in ispecie, mettono a braccetto la Walt Disney e la Marvel per cantare le gesta mitologiche di un dio “degradato” per punizione della sua disubbidienza ad essere umano ma, per ciò stesso, destinato ad incontrare l’amore e a riscattarsi.

Sin da “Chasing the storm”, che inizia su toni sommessi e corali distanti, appare chiaro che Doyle punta sull’incedere ritmico (affidato agli archi), sobbalzante e ossessivo, per connotare l’intero score: al quale si sovrappone presto il primo Leitmotiv di rilievo strettamente connesso al protagonista, sempre negli archi, semplice e nobile; a questo se ne affianca un secondo, di sapore molto nordico e trionfalistico (“Sons of Odin”), subito però fagocitato nel tritacarne in moto perpetuo delle percussioni e dei violini in “ostinato”. Si evince che molto è stato puntato sull’orchestrazione, curata dallo stesso Doyle insieme al direttore d’orchestra James Shearman, che tiene saldamente in pugno la magnifica London Symphony rinforzata dal mix con alcuni elementi elettronici: ed è, paradossalmente, nei momenti di maggior ripiegamento intimo ( “A new king”, la prima parte di “Ride to Observatory”) che l’impasto dei colori risalta di più. Altrove (“To Jotunheim”) la sensazione è quella di uno sfarzo sonoro di circostanza, rinforzato da martellamenti onomatopeici, crescendi di corni, glissandi (“Frost giant battle”), progressioni indefinite, che però finiscono spesso con l’esaurirsi senza risolversi oltre la propria coazione a ripetere. Il vero, grande e meditativo Doyle lo ritroviamo non a caso negli interludi più riflessivi e drammaturgicamente complessi del film: come nel composto e rigoroso adagio per archi di “Banishment”, o in un lirismo ora funebreggiante (“Crisis on Asgard”) ora più distesamente addolorato (“Odin confesses”), sempre affidati agli strumenti ad arco. Lo score però difetta di un’autentica dialettica tra questi due aspetti, e le due pagine più lunghe, articolate e movimentate (“The Compound” e “Brothers fight”) vengono fideisticamente e totalmente consegnate a una movimentazione ritmica incessantemente iterata sulla quale faticano a emergere autentiche idee o sviluppi del materiale tematico (non floridissimo, come abbiamo visto) esistente. E’ un’esibizione muscolare cui può aggiungersi anche il coro (“The destroyer”) sullo sfondo di squillanti perorazioni degli ottoni (“Thor kills the Destroyer”, e qui si percepiscono echi della solarità – più “terrestre”- di partiture doyliane come Molto rumore per nulla) ma che appare del tutto fine a se stessa, mentre un ultimo sprazzo di elegante lievità si ha nel toccante “Can you see Jane?” per archi e arpa con una splendida enunciazione per cello solo del Leitmotiv principale, prima che tutto venga riesposto bellicosamente e fragorosamente nel rullo compressore di “Earth to Asgard”.

Una partitura che, firmata da chiunque altro, avremmo accettato come prodotto seriale di tendenza ma che, autenticata da Patrick Doyle, preferiamo classificare come divertissement-sfida personale su un terreno a lui del tutto estraneo.


Titolo: Thor (Id.)

Compositore: Patrick Doyle

Etichetta: Walt Disney Records, 2011

Numero dei brani: 24

Durata: 71′ 55”


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