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Alberto Cassani, 1 Luglio 2003: Capolavoro |
Warner,
6 Ottobre 1987
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Full
Metal Jacket
di Stanley Kubrick 
Parris
Island, Carolina del sud. Campo addestramento reclute Corpo dei Marines
degli Stati Uniti. Corso di 8 settimane per falsi duri e pazzi furiosi.
Non tutti sono in grado di trasformarsi da "pezzi informi di materia
organica anfibia comunemente detta merda" a dispensatori di morte
che pregano per poter entrare in combattimento. Ma dopo otto settimane,
arriva il momento di dare il bacio d'addio alla propria fidanzata e
dare il buongiorno al Vietnam.
Al soldato 'Joker' è anche andata di lusso, visto che è
riuscito a farsi assegnare un incarico come inviato di guerra per il
giornale militare "Stars & Stripes". Ma anche lui finisce
per essere coinvolto nell'offensiva del Tet del 1968...
Tratto
dal romanzo di Gustav Hasford, "Full Metal Jacket" è
un film nettamente diviso in due parti (ma qualcuno ha fatto giustamente
notare che i capitoli sono tre: l'addestramento, la giungla e l'assedio
della cittadella, con le prostitute a dividere i capitoli), che prima
ancora di farci vedere una singola sequenza di combattimento ci ha già
mostrato tutto l'orrore della guerra. La prima parte, quella dedicata
all'addestramento a Parris Island, è anzi la migliore. A questo
non sono estranei Lee Ermey - che interpreta con convinzione ed efficacia
il Sergente Maggiore Hartmann (ottimamente doppiato da Eros Pagni) -
e Vincent D'Onofrio nel ruolo del soldato "Palla di Lardo"
- prima, vittima abituale del sergente istruttore per via della sua
imbranataggine, e poi, inquietante e metodico cecchino.
Ma
dare solo a loro due il merito dell'efficacia dei primi 45 minuti di
pellicola non sarebbe corretto nei confronti della sceneggiatura di
Kubrick, Hasford e Michael Herr, perfettamente
in grado di trasmettere la durezza dell'addestramento, la sua forza
'spersonalizzante' ("Qui non si fanno distinzioni razziali: qui
si rispetta gentaglia come negri, ebrei, italiani o messicani. Qui vige
l'eguaglianza: non conta un cazzo nessuno!"). Attraverso i dialoghi
da loro scritti diventa perfettamente comprensibile l'ipocrisia insita
nell'ideologia militare, quella che ti porta a scrivere "born to
kill" sull'elmetto anche se ti sei appuntato un simbolo della pace
sulla divisa; grazie al modo in cui hanno orchestrato gli eventi ci
si rende perfettamente conto di come il singolo individuo non ci metta
molto a perdersi nell'inferno della guerra, finendo per restare "in
riga con gli altri, e avanti per la grande vittoria".
Nella
seconda parte, quella in Vietnam, non si può negare ci siano
un paio di scene eccessivamente retoriche, ma la grande capacità
del film è quella di presentare adeguatamente le diverse reazioni
che i ragazzi spediti in guerra possono avere in situazioni critiche:
da quello che si trasforma in un Rambo psicopatico ("Come faccio
a sparare su donne e bambini? È facile: vanno più lenti,
miri più vicino!") al fotografo cui tremano troppo le mani
per scattare; da quello che in fondo la prende alla leggera ("Volevo
essere il primo ragazzo del mio palazzo a fare centro dentro qualcuno")
a chi ancora ci crede ("Almeno sono morti per una buona causa:
la libertà").
Dal
canto suo, Kubrick - regista sempre molto
attento al tema della de-umanizzazione - è eccezionale nel creare
inquietudine nello spettatore ogni volta che c'è in scena il
sergente Hartmann, ci presenta con particolare vigore le varie sezioni
dell'addestramento e sa rendere sconvolgente ma non melodrammatico il
finale della prima parte. Una volta "sul campo" alterna ottimamente
le scene di riposo a quelle di battaglia, dando un buon ritmo alla pellicola
e inchiodando lo spettatore ogni volta che si apre il fuoco. E poi c'è
quel cecchino... quella lunga sequenza d'assedio in cui la tensione
è palpabile come in nessun altro film e Kubrick
riesce a far girare la macchina da presa attorno allo stesso set senza
mai stancare, usando ralenti ed effetti sonori in modo da far
rimbombare nelle orecchie e nello stomaco degli spettatori ogni colpo
sparato.
Forse
l'utilizzo di finte interviste ai protagonisti è una soluzione
semplice per fare critica alla guerra e all'ideologia militare, ma in
questo caso la realizzazione è efficace e per nulla banale. Attraverso
le parole dei ragazzi, e della voce fuori campo che - ben dosata - sottolinea
alcuni momenti del film, traspare chiaramente come non sia la politica
che a loro interessa: "sono vivo, e non ho più paura".
Capolavoro.
Percorsi
tematici
La
tematica dello sguardo nel cinema di Stanley Kubrick - a cura
di Tania Varroni.
Il
Dottor Stranamore
- di
Stanley Kubrick; con Peter Sellers, George C. Scott, Sterling Hayden,
Slim Pickens.
Eyes
Wide Shut -
di Stanley Kubrick; con Tom Cruise, Nicole Kidman.
Lolita - di Stanley Kubrick; con James Mason,
Shelley Winters, Sue Lyon.
Apocalypse
Now - Redux
- di Francis Ford Coppola; con Martin Sheen, Marlon Brando.
Titolo:
Full Metal Jacket (Id.)
Regia:
Stanley Kubrick
Sceneggiatura:
Gustav Hasford, Michael Herr, Stanley Kubrick
Fotografia:
Douglas Milsome
Interpreti:
Matthew Modine, R. Lee Ermey, Vincent D'Onofrio, Adam Baldwin, Dorian
Harewood, Arliss Howard, Kevyn Major Howard, Ed O'Ross, John Terry,
Kieron Jecchinis, Bruce Boa, Kirk Taylor, Jon Stafford, Tim Colceri,
Ian Tyler, Gary Landon Mills, Sal Lopez, Papillon Soo, Ngoc Le, Peter
Edmund, Tang Hung Francione, Leanne Hong, Marcus D'Amico
Nazionalità:
USA, 1987
Durata:
1h. 56'
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