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"Il nastro bianco" di Michael Haneke

20 ottobre 2009 Recensioni 37 Commenti
CineFile

Lucky Red, 30 Ottobre 2009 – Sconfortante

Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale un villaggio protestante nella Germania del Nord viene scosso da strani avvenimenti che prendono poco alla volta l’aspetto di un rituale punitivo. Il maestro della scuola del paese si trova a fare da testimone involontario delle conseguenze…


Una scenaContinua nella sua indagine sulla malignità dell’animo umano, Michael Haneke. E nel mentre porta a casa una Palma d’Oro al Festival di Cannes forse un po’ sorprendente ma di sicuro non immeritata. Grazie anche all’aiuto in fase di sceneggiatura di Jean-Claude Carriére, Haneke realizza finalmente un progetto cui pensava da oltre dieci anni, un affresco anche storico molto più impegnativo rispetto ai microcosmi che ci ha raccontato finora, e lo fa come sempre senza compromessi. Il nastro bianco – il simbolo di innocenza che il pastore del villaggio fa indossare ai propri figli – è un film che incede lentamente ma inesorabilmente, che spiazza lo spettatore fin dall’inizio e non gli offre mai un appiglio verso la salvezza, verso la tranquillità.

Una scenaFotografato da Christian Berger in un bianco e nero assolutamente magnifico e presentato attraverso una costruzione visiva di grande impatto, il film riflette (e, ovviamente, vuol far riflettere) su quanto sia facile generare inumanità e terrorismo cercando di promulgare valori assoluti. Valori non solo religiosi ma anche politici, che comunque non lasciano spazio a interpretazioni e che per questo generano ribellione e violenza.

Una scenaCome sempre Haneke non concede risposte definitive, e non pone domande di comprensione davvero immediata. Questo che ad una lettura superficiale può infatti sembrare un “semplice” film sul nazismo, è in realtà un apologo ben più complesso su ideologia e terrorismo, su buone intenzioni e cattivi risultati, su istituzione e cameratismo. Ma forse proprio per via della costruzione più complessa rispetto agli standard di Haneke sembra lasciare meno il segno, sembra essere meno spietato. Ancora una volta non è così, perché la natura del Male presentato in questa pellicola è quanto di peggio si possa immaginare. E se anche la Comunità del film sopravvive e continua sulla sua strada cercando di dimenticare, per noi spettatori lasciarci alle spalle ciò che abbiamo visto è più difficile…


La locandinaTitolo: Il nastro bianco (Das weisse band)
Regia: Michael Haneke
Sceneggiatura: Michael Haneke (collaborazione di Jean-Claude Carriére)
Fotografia: Christian Berger
Interpreti: Christian Friedel, Leonie Benesch, Ulrich Tukur, Ursina Lardi, Fion Mutert, Michael Kranz, Burghart Klaussner, Josef Bieberbichler, Rainer Bock, Susanne Lothar
Nazionalità: Austria – Germania – Francia – Italia , 2009
Durata: 2h. 25′


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Attualmente ci sono 37 commenti a questo articolo:

  1. max scrive:

    Sono d’accordo solo in parte con la recensione del ben attento Cassani, bensi’ non posso esimermi nell’indicare come scena maestra e fulcro della filologia del fillm ,la segretezza e l’immensa genialita’ con cui i figli vengono puniti senza l’intrusione spiata della telecamera , la violenza resa mai elemento celebrativo bensì concetto indissolubile per l’equilibrio gerarchico e sociale.

  2. Alberto Cassani scrive:

    Sono d’accordo sull’appunto riguardo la violenza non mostrata, che è la scelta opposta a quella fatta da Haneke in Niente da nascondere e che si sposa perfettamente con l’idea visiva dietro il film, però credo che nel film si parli più di repressione che non di violenza vera e propria. E’ con la repressione (anche sessuale), che si mantiene l’equilibro sociale e gerarchico, e questa repressione genera una risposta violenta. Violenza non necessariamente fisica, vedi il campo di cavoli, ma comunque generata da repressione.

  3. Anonimo scrive:

    la violenza fisica non è mostrata, ma sono evidenti i segni, non sui volti, ma sui corpi rigidi, tesi, diritti…più del bianco e nero mi ha colpito il gioco di linee.

  4. Alberto Cassani scrive:

    Dal punto di vista della costruzione delle inquadrature questo è un film straordinadio: Haneke ha prestato un’attenzione incredibile a luci e forme, ha costruito le singole inquadrature come un disegnatore di fumetti costruisce una vignetta e il risultato colpisce anche chi poi non si rende conto che visivamente c’è qualcosa di particolare. In questo si inserisce anche la rigidità dei corpi e l’inespressività dei volti dovute alla violenza subita, che credo essere una scelta più legata alla “armoniosità” dell’inquadratura che non al voler rendere visibili i segni della violenza. Cioé: avendo bisogno di una certa rigidità per non rompere la costruizione d’insieme Haneke ha deciso di usarla per evidenziare i segni della violenza, invece di scegliere inizialmente di sottintendere la violenza in quel modo inserendola poi “casualmente” nella costruzione d’insieme.

  5. Anonimo scrive:

    sull’inespressività dei volti non sono d’accordo…e poi in base a cosa stabilisci se è nato prima l’uovo o la gallina?

  6. Alberto Cassani scrive:

    Non l’ho stabilito, ho avuto quest’impressione per via del modo in cui i corpi umani si inseriscono e si muovono all’interno delle fotografie che compongono le singole inquadrature. Ma non ho letto nessuna dichiarazione di Haneke sull’argomento per cui potrei sbagliarmi.
    I volti, invece, non sono inespressivi nel senso che sono delle sfingi prive di espressione per incapacità degli attori non professionisti, ma che sono volutamente rigidi, come quelli delle persone che cercano di nascondere i propri sentimenti. Che è esattamente quello che i personaggi sono costretti a fare.

  7. Capirebattiato scrive:

    E’ un film che impone il rigore allo spettatore, lo irregimenta.
    Il rigore, il militarismo del villaggio si ripropone nel rigore compositivo e filmico del regista (quasi un ammissione catartica -giro come lo girerebbe uno degli abitanti delvillaggio, perchè vivo 100 anni dopo e nonostante tutti gli errori e gli orrori anch’io vengo da lì e i miei valori “potrebbero” essere quelli-
    E’ un film sulla violenza e l’ottusità di un popolo che diventata l’impianto mitico di un impero (o aspirante tale).
    Emblematica la figura del curato che evidentemente sa ma tace, che capisce ma non si oppone: lui è la stessa Chiesa che non si opporrà ad hitler. E si sente tutta la puara di Haneke che i popoli germanici possona tornare ad essere quelli, anzi il sottile terrore che non abbiano mai smesso di esserlo.
    Più che un bianco e nero è un film sul nero che, a tutti questi anni di distanza, Haneke pare tema di sentire ancora che possa bussare alle porte dell’anima.

  8. max scrive:

    Non sono d’accordo ,secondo me il regista non cerca di codificare una realta’ contemporanea ,bensi’ fotografare con estrema lucidita’ le differenze contestuali che si evidenziano tra due epoche ,non vedo paura bensi’ angoscia ,non vedo sopraffazione bensi ruoli che stanno perdendo la loro autorita’ e vengono messi in discussione dall’avvento del nichilismo contemporaneo , in fondo pensando alla ns sociieta’ credo che quei ruoli siano completamente dissolti nella memoria dell’umanita’.

  9. Alberto Cassani scrive:

    Uhm… sono più d’accordo con Max che con CapireBattiato, però non penso che i ruoli presentati dal film siano ormai nel nostro passato: i Padroni sono i Padroni ancora oggi, e la Chiesa comanda ancora la nostra vita come faceva un tempo, anche se in maniera molto meno evidente.

  10. max scrive:

    No ,dai ,i ruoli ingessati di quell’epoca sopratutto mittleuropea non hanno nessun riconoscimento evidente nella societa’ odierna .Il curato,il medico,il barone ,il sovrintendente sono costumi carnevaleschi, per fortuna la democratizzazione della conoscenza nel ns secolo sta’ dissolvendo lentamente ma inesorabilmente quell’impalcatura fragile e miope.

  11. Anonimo scrive:

    max tutto quello che vuoi, ma ‘sta’ con l’accento proprio non si può guardare

  12. Alberto Cassani scrive:

    No, certo: le figure del film oggi non sono più così ingessate, però ciò che rappresentano è ancora vivo e si fa ancora sentire. Si stanno dissolvendo, sì, ma non si sono ancora dissolte. Stanno venendo messe in discussione, sì, ma c’è ancora molta gente che non lo fa.

  13. Sebastiano scrive:

    Uno dei film del secolo, bisogna ammetterlo.
    Purtroppo non viene spinto come “L’attimo fuggente” nelle scuole. Ma deve essere solo un caso.
    Ho visto questo capolavoro perche’ interessato a questioni che riguardano l’infanzia e i rapporti tra genitori e figli, e non mi ha certo deluso. Ovviamente non trascuro tutto il resto, quello che avete gia’ scritto, ma una bella riflessione sui figli ci sta, soprattutto se non dimentichiamo il legame con “Niente da nascondere”, dove il regista ha portato la questione ai nostri giorni.
    Spero che voli spedito senza ostacoli all’Oscar, non tanto perche’ se lo merita, ma perche’ venga visto da piu’ gente possibile.

  14. Alberto Cassani scrive:

    E’ vero: anche qui Haneke parla del rapporto padri-figli, però è un tipo di rapporto completamente diverso da quello di Niente da nascondere. Là c’era un sostanziale disinteresse nei confronti del figlio unico, qui invece c’è una completa asfissia dei figli. Però è un argomento che evidentemente interessa il regista, anche se in questo caso specifico è difficile farci sopra un’argomentazione completa.

    Penso che la nomination all’Oscar riuscirà a portarla a casa, poi vincere non sarà comunque facile.

  15. Sebastiano scrive:

    Perfetto, ho visto la stessa cosa: e’ come se il rapporto tra genitori e figli fosse in (relativamente) pochi anni ribaltato completamente, senza riuscire a trovare il giusto equilibrio.
    Non che si voglia fare di tutte le erbe un fascio, ma l’andazzo e’ questo.

  16. Alberto Cassani scrive:

    Io, però, nella realtà ho l’impressione che i figli siano molto lo specchio dei genitori: assumono un certo comportamento e atteggiamento se in famiglia lo vedono come accettabile/accettato, non (solo) perché sono trascurati dai genitori.

  17. CASSANI IO IN DVD STO PER VEDERE SEMPRE RIMANENDO IN FILM CHE TRATTANO IL TEMA DELLA GUERRA KATYN FILM POLACCO DI WAJDA.
    L’HAI VISTO?
    COSA NE PENSI?

  18. cassani ho appena finito di vedere katyn e lo ritengo un buon film,ben fatto.
    certo poi non si capisce perchè debbano censurare anche i film senza farli uscire nelle sale,invece di farci sapere la verità c’è la oscurano.
    ho letto su internet alcune notizie in merito alla vera storia,c’è chi scrive che è stato hitler e chi dice che non è stato l’esercito tedesco ma quello sovietico e polacco.
    comunque difficilmente si saprà qualcosa in modo esatto di realmente vero.

    il film però non è male,ribadisco che per me e fatto molto bene.

  19. Alberto Cassani scrive:

    Katyn è uscito, nei cinema italiani. Abbiamo anche la recensione su CineFile: http://www.cinefile.biz/?p=3550. E’ vero che è uscito in pochissime sale, incassando appena 168.000 euro, ma anche con una distribuzione più potente della Movimento Film non avrebbe comunque potuto portare a casa di più: ha incassato comunque più di Eagle Eye che è stato distribuito dalla Universal e di Terra madre di Ermanno Olmi.

  20. comunque penso che è una cazzata che ogni volta si devono censurare i film o di vietarli nelle sale appena un film parla di verità oppure accenna a qualcosa di reale.Se non sbaglio questo è quello che è accaduto a katyn.Perchè?
    la verità è forte,è forse fa troppo male o puo provocare gravi conseguenze.
    cassani comunque l’hai visto katyn,ti è piaciuto?

  21. Alberto Cassani scrive:

    Katyn non l’ho visto. Comunque il discorso censura è spinoso: un sistema di catalogazione è necessario per far sapere al pubblico che tipo di contenuti un film presenta, il problema è che non c’è modo di gestire questa catalogazione in maniera oggettiva, dipenderà sempre dalla sensibilità personale di chi fa parte della commissione giudicante. Personalmente sono per una catalogazione simile a quella in vigore negli Stati Uniti, che non vieta l’accesso in sala ai minori di tot anni ma ne condiziona l’accesso all’accompagnamento da parte di un adulto, però poi il punto resta sempre l’etichetta data dalla commissione. In Italia mi pare ci siano 5 commissioni diverse composte ognuna da 5 persone selezionate da 5 categorie ben precise: di certo le diverse commissioni non possono avere la stessa sensibilità, e questo finisce per creare grande disparità di giudizio tra una e le altre. Ma non c’è modo di gestire in maniera “giusta” una questione del genere, anche se magari ci sono modi migliori di quello che usiamo attualmente in Italia.

  22. […] Il nastro bianco di Michael Haneke […]

  23. Sebastiano scrive:

    Katyn e’ molto valido anche dal punto di vista puramente cinematografico, non solo per i contenuti, che al solito piacciono o non piacciono.
    Da quello che ho capito, il problema di questo tipo di film non e’ tanto una censura basata sullla volonta’ di nascondere, quanto piuttosto una mera questione di distribuzione.
    Certi film/registi non vanno a presenziare nei salotti della tv, e quindi escono dal giro perche’ non incassano.
    Se per ipotesi l’uomo che ha sconfitto i nei fosse andato al cinema a vedersi il film e gli fosse piaciuto ne avrebbe discusso in casa sua aprendo le porte a ministri e minestre, e la gente sarebbe corsa al cinema.

    Il paradosso e’ che in tv ci vanno tipi che neppure avrebbero bisogno, ma il non servizio televisivo e’ questo.

  24. carmine79 scrive:

    Non mi ha lasciato assolutamente niente di tutto ciò che è stato menzionato nella spiegazione della trama.
    L’ho trovato lento ed a tratti vuoto.

  25. Alberto Cassani scrive:

    Haneke non è un regista per tutti. Ha dei ritmi spesso difficilmente sopportabili e la sua volontà di non spiegare le cose con precisione (pure se questo è molto più chiaro dei suoi precedenti), può dare l’impressione di incompiutezza perché lascia molti vuoti che devono essere riempiti dallo spettatore. Diciamo che non è il tipo di film che consiglierei alla vicina di casa, ma per chi è ben disposto verso questo tipo di racconto cinematografico è il non plus ultra.

  26. anna bondani scrive:

    sono uscita dopo 2 ore veramente “pesanti” della proiezione del”nastro bianco”, un’altra ora e mi sarei messa a piangere ! Che film LUGUBRE !

  27. Alberto Cassani scrive:

    Anna, per raccontare questo tipo di storia bisognava necessariamente fare un film così opprimente e sconsolante. Haneke è sempre stato un regista ermetico, e lo lo sconforto dello spettatore nei confronti della vita è quello che di solito si propone di ottenere con i suoi film.

  28. Guido scrive:

    Ciao Alberto. Tempo fa mi hai detto che Haneke è il tuo regista preferito vivente.
    Vorrei comprare questo film, è un buon acquisto??
    Mi sorprende vedere che non hai messo la stellina di capolavoro.

  29. Alberto Cassani scrive:

    Preferisco non dare le stelline ai film di Haneke perché sono sempre film talmente particolari che non voglio far pensare debbano essere visti sempre e comunque. Se metto le stelline do l’impressione siano pellicole imprescindibili, e anche se effettivamente lo sono come contenuti hanno sempre una forma narrativa così particolare da non renderle adatti a tutti. Senza le stelline (spero) la gente legge la recensione e ci ragiona sopra, con le stelline parte dall’idea che siano capolavori. Invece coi film di Haneke, pur straordinari, non si deve ragionare in questo modo.

    Non so quali siano gli extra nel dvd, ma comunque se lo trovi a buon prezzo vale sicuramente la pena di prenderlo.

  30. Guido scrive:

    Ciao Alberto.
    Ho visto il film, e devo dire che è veramente eccezionale.
    Volevo chiederti come mai secondo te Haneke decide di non dare una risposta definitiva. In fondo noi non sappiamo chi sia il colpevole alla fine. .

  31. Alberto Cassani scrive:

    E’ una cosa che fa sempre, anche se tutto sommato qui la soluzione sembra più ovvia che nei suoi film precedenti. Nel press-book c’era un’intervista in cui lui diceva che non gli piacciono i finali chiari perché nella vita il dubbio rimane sempre, e con le storie che racconta l’ermeticità e il dubbio ci stanno benissimo.

  32. Guido scrive:

    Ma allora chi sarebbe il colpevole?

  33. Alberto Cassani scrive:

    La soluzione più ovvia è che siano stati i bambini, ma appunto, non ne siamo certi.

  34. Guido scrive:

    Ma quando il maestro comincia ad indagare verso la fine, e poi si dirige verso la casa del pastore, dal dialogo tra i due, sembra quasi che il maestro voglia incolpare il pastore, perché parla di “punizioni”, proprio come quelle che lui infliggeva ai suoi figli…perché avrebbero dovuto essere i bambini? Ho pensato anche che, essendo stati visti per ultimi con le vittime, potevano essere stati con loro per “consolarli” avendo ricevuto simile trattamento. .

  35. Alberto Cassani scrive:

    Non ricordo esattamente quel dialogo, ma l’impressione data anche da quella scena è che tutto sia stata una reazione dei bambini proprio alla repressione subita da parte dei loro genitori. Lo diceva anche Haneke in quell’intervista, che questa è la soluzione più ovvia, ma diceva più o meno che “è troppo facile pensarla così”.

  36. Guido scrive:

    Parlando della nomination, ho preferito “Il segreto dei suoi occhi”.
    Mi rimane da vedere “Il profeta”, dato che la vittoria del film argentino è stata una sorpresa.
    Che ne pensi di questi tre film?

  37. Alberto Cassani scrive:

    Quello di Campanella è un bel film, ma gli altri due sono due grandi film.

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