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"Funny Games" di Michael Haneke

30 giugno 2008 Recensioni 3 Commenti
Funny Games

Lucky Red, 11 Luglio 2008 – Tautologico

Ann, George e il piccolo Georgie sono in cammino verso la loro casa sul lago. Mentre suo marito e suo figlio sistemano la barca a vela, Ann inizia a preparare la cena. All’improvviso si ritrova faccia a faccia con Peter, un ragazzo estremamente gentile che le chiede delle uova…


Funny Games U.S., due lettere in più a distinguere una altrimenti identica copia, inquadratura per inquadratura, del Funny Games austriaco del 1997. A che gioco (è il caso di dirlo) sta giocando Michael Haneke?

Michael PittLa storia elementare, compressa nel tempo e nello spazio, di una famiglia in vacanza che si ritrova in casa due misteriosi giovani con intenzioni piuttosto violente il regista austriaco ce l’aveva già raccontata, e bene. Forse con il suo film migliore, oltre che il più conosciuto. Evidentemente non abbastanza, perché un testo del genere è tanto più rilevante quanto più ampia è la sua platea. L’asciuttezza formale e la dimensione di apologo spostano l’ago della bilancia sul livello spettatoriale, i cui membri si trovano investiti di un ruolo attivo: ci sono delle icone cattive, ci sono delle vittime innocenti, e c’è violenza gratuita allo stato più puro, senza giustificazione. Non c’è dunque tessuto narrativo in eccesso a rivestire lo scheletro degli eventi, e lo spettatore non trova intermediari tra sé e la moralità di quel che vede. Il colpo di grazia di un cineasta che non lascia discorsi a metà è quello di metterci in comunicazione diretta con il responsabile della violenza, privandoci anche della confortevole distanza tra finzione e realtà.

Naomi WattsAlterando solo il contesto geografico-culturale (lingua inglese e villa statunitense, volti da immaginario globalizzato di Naomi Watts, Tim Roth e Michael Pitt), la geminazione di Haneke ci riporta dritti al comma 22 in cui siamo inciampati – e lì rimasti – dal 1997. Al riparo dalla ferocia insensata nella nostra casa vera, ma ugualmente in un ruolo non invidiabile.
Prendere parte alla violenza, cedere al giochino metalinguistico o rifiutargli la complicità dello sguardo sono tutte scelte perdenti, perché lo stallo cui Haneke ci costringe da dieci anni continua a porre domande intrise di eticità sperimentale. Sotto questa luce non è quindi incomprensibile che ora il film ricompaia tale e quale, senza motivo e in modo casuale, proprio come Paul e Peter (Tom e Jerry, Beavis e Butthead), che bussano di porta in porta per chiedere delle uova. La loro caratteristica principale, in fondo, è la passività nel non avere un motivo, l’essere sempre azione mascherata da reazione, di modo che chi cerca significato nella loro presenza si scontri con un muro di gomma da cui rimbalza solo altra violenza.

Michael Pitt e Tim RothUn nuovo Funny Games non possiede specificità alcuna. Deve solo dimostrare, per avere senso, di essere ancora se stesso, di poter replicare la sceneggiata con convinzione immutata, per un pubblico che nel frattempo è cambiato. Evidentemente Haneke ritiene che la veste statunitense – allo stesso tempo simbolica e pragmatica – della sua recita riesca a pareggiare un decennio cinematografico di profonda riscoperta del gesto violento, con nuove tendenze al sadismo perverso nel genere horror. I primi giochi di Haneke fornivano un interessante occhio critico su ciò che sarebbe seguito, mentre i giochi del 2008 ne risultano in qualche modo annacquati, dovendo resistere per rimanere a galla e conservare la propria forza.

Se possibile, la storia è ancor più stilizzata; i due giovani visitatori in questa versione sono tratteggiati in modo ancor più calcato e allo stesso tempo si avvicinano l’uno all’altro perdendo alcune differenze dell’originale. Specialmente Michael Pitt, ma è il ruolo a consentirlo, convince nel misto di innocenza sorniona e crudeltà disarmante del suo personaggio.

Michael Pitt e Naomi WattsCome detto, Haneke concede poco al giochino delle differenze nella messa in scena, ricreando al centimetro lo scenario del salotto e addirittura gli abiti. Curiosamente, la variazione più marcata è forse nel modo in cui l’occhio del regista tratta Naomi Watts nel suo momento di maggior vulnerabilità. Ogni altra cosa è conservata in modo molto significativo visto il valore metonimico degli oggetti nella storia: uova, mazze da golf, palline, coltello, telefono, fucile, televisore. Svuotati di senso come in un Cluedo ristretto e letale, gli oggetti diventano la storia, ne incarnano lo spirito perverso (l’ironica inquadratura concessa al coltello sulla barca) ed è giusto che passino nella memoria immutati da un film all’altro. Morbosità minimalista insieme ovvia e imperscrutabile, come tutti i giochi di Haneke.


La locandinaTitolo: Funny Games (Funny Games U.S.)
Regia: Michael Haneke
Sceneggiatura: Michael Haneke
Fotografia: Darius Khondji
Interpreti: Naomi Watts, Tim Roth, Michael Pitt, Brady Corbet, Davon Gearhart, Boyd Gaines, Siobhan Fallon Hogan, Robert Lupone, Susanne Haneke, Linda Moran
Nazionalità: USA – Francia – Regno Unito – Austria – Germania – Italia, 2007
Durata: 1h. 51′


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Attualmente ci sono 3 commenti a questo articolo:

  1. Nicola DArdano scrive:

    Non sono d’accordo: il film è precisamente lo stesso ma non lo ho travato inutile: anzi, i tempi di dialogo sono notevolmente migliorati.
    Bello come il primo, anzi uno zinnino di più.
    E il meta-cinema funziona

  2. Guido scrive:

    Questo Film è da prendere o lasciare. Io prendo, con qualche riserva.

  3. Alberto Cassani scrive:

    Come tutti i film di Michael Haneke.

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