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Incontro con Park Chan-wook

26 marzo 2017 Interviste 0 Commenti
Park Chan-wook

Firenze, 25 Marzo 2017

Ospite d’onore della 15ª edizione del Florence Korea Film Fest è Park Chan-wook, al quale è dedicata un’ampia retrospettiva. Il regista coreano ha anche partecipato a un’affollata e vivace masterclass, durante la quale ha discusso della sua produzione cinematografica e del suo stile registico.


Il regista Park Chan-wook durante l'incontro a FirenzeCome e quando è iniziato il suo interesse per il cinema?
Il primo ricordo risale a quando avevo 10 anni, e insieme ai miei genitori guardavo vecchi film hollywoodiani ed europei, italiani e francesi in particolare. Un secondo ricordo è legato all’abitudine che avevo di leggere a mia madre, tutti i venerdì, i titoli dei film in programmazione in sala e di commentare insieme a lei trama, registi e attori. Ho deciso di fare il regista, ma i miei primi due film non sono andati bene, così mi sono dedicato alla critica cinematografica. Non guadagnavo molto, quindi cercavo di scrivere più articoli possibili per mantenere la mia famiglia.

Come nasce l’idea di un film?
Dipende dall’opera. Le fonti di ispirazione per i miei film sono molteplici: può essere un fumetto, un romanzo, un’esperienza personale, emozioni… dipende. Poi sviluppo l’idea, cambiandola anche, per portarla sullo schermo. Per esempio Old Boy è nato da un fumetto giapponese, per Lady Vendetta sono stato ispirato dal caso di cronaca di una donna che aveva ucciso un bambino: il fatto che lei fosse incinta, all’epoca mi ha molto turbato. All’origine di Thirst ci sono invece due fattori: il primo è che da piccolo andavo in chiesa, e vedere il prete che durante la messa beveva il sangue di Gesù mi faceva pensare ai vampiri; il secondo è che ho sempre desiderato fare un film basato sul romanzo Teresa Raquin di Émile Zola.

Una scena di HandmaidenMa quando decide di fare la trasposizione cinematografica di un romanzo, come procede?
Cerco di capire se ci sono parti del romanzo che mi piacciono o anche no, che non sono adatte a essere realizzate in un film. Senza dubbio, una delle cose più difficili da trasporre sullo schermo sono le emozioni provate dai protagonisti. Non mi piace usare la voce fuori campo, ma in alcuni caso è necessario, come in Handmaiden, per esempio.

In molti suoi film, in particolare nella trilogia della vendetta, il tema del mistero è predominante. E’ inevitabile o è ricercato in maniera precisa?
Sono sempre stato affascinato dal tema del mistero, per questo è un elemento importante, nei miei film. Tutte le persone nascono, vivono e si interrogano su chi sono e dove stanno andando. Il mistero è un modo per sciogliere questo enigma. Old Boy è un buon esempio per spiegare questa idea: il protagonista è rinchiuso in un luogo ignoto e non sa se e quando sarà liberato, non sa quello che succede. E’ un mistero, come quello della vita. La sua condizione rispecchia in generale quella dell’essere umano.

Una scena di Old BoyCome è nata la sequenza del corridoio in Old Boy?
E’ la scena che ho modificato di più. All’inizio pensavo di girarla facendo varie inquadrature, poi l’ho resa unica. Volevo concentrarmi sul protagonista: i criminali con cui lotta non sono importanti, sono come una massa informe, per questo ho girato un piano sequenza sul personaggio. A livello fisico dubitavo che l’attore riuscisse a girarla, ma ce l’ha fatta: l’orgoglio maschile ha prevalso.

Potrebbe parlare della mitologia dell’elastico nei suoi film? In particolare in I’m a Cyborg, but that’s ok e Cut.
La tensione dell’elastico che ti permette di andare avanti e tornare indietro, mi ricorda l’amarezza della vita. Quando ho girato i primi due film, che sono andati male, mi sembrava di avere questo elastico, come qualcosa che mi portava a un certo punto e poi indietro.

Thirst vuole essere una riflessione sul cinema? Secondo alcuni critici ci sono delle analogie tra il vampirismo e film, per esempio sia il vampiro sia il film vivono nell’oscurità, creano fascinazione…
No. Il vampiro per me è un essere che evoca il mondo religioso, nel senso che tutti gli esseri umani hanno paura della morte, e il vampiro l’ha sconfitta. I vampiri sono eleganti, immortali come gli dei, però devono bere sangue per esistere e sono dei mostri. Questa era l’idea che avevo in mente quando ho realizzato il film.

Una scena di StokerQuali difficoltà ha incontrato a girare Stoker?
Il problema maggiore sono stati gli Studio e il fatto che il regista a Hollywood è meno libero, in Europa ha più potere decisionale. Comunque ci sono stati diversi scambi di opinione con i produttori statunitensi, ma sempre costruttivi: volevamo tutti realizzare un buon film, quindi abbiamo collaborato in modo che accadesse. E’ stata un’esperienza positiva. Non penso che avrei girato un film migliore se mi fossi trovato in circostanze diverse, senza l’ingerenza degli Studio.

Come sceglie gli attori con cui lavorare?
Ci sono registi che scrivono un film avendo già in mente un attore, io no. Mi baso sull’impressione che mi fornisce l’aspetto fisico dell’interprete, non nel senso estetico, ma che sia adatto a quel ruolo. La fisicità è importante, non si può esprimere tutto con le parole. E scelgo attori che siano ricettivi nel cogliere le indicazioni del regista su come girare una scena. Non lavoro con attori che “vivono” il personaggio anche fuori dal set. Mi interessa un interprete che mi dice «ah, che mangiamo stasera?» e subito dopo sa piangere o esprimere altri sentimenti davanti alla macchina da presa. Anche i vestiti sono un corpo esteso del personaggio: per esempio, in Lady Vendetta la protagonista femminile, quando incontra le famiglie delle vittime, indossa un cappotto che la copre tutta, anche il volto, come se lei fosse un’osservatrice. Anche in Handmaiden il costume è importante, perché aiuta il personaggio a esprimere quello che prova.

Una scena di Lady VendettaChe ruolo attribuisce alla luce e al colore, nei suoi film?
Non è facile rispondere a questa domanda in linea generale, sarebbe meglio concentrarsi su una scena in particolare. Non considero lo stile una decorazione, bello da vedere, ma è il modo in cui si esprime il contenuto del film, da cui non può essere diviso. Il modo in cui ho gestito le luci in una scena, esprime quello che per me era necessario in quel caso.

Lei dà istruzioni di montaggio specifiche, o si fida di quello che avviene in sala montaggio?
So come sarà il montaggio fin dall’inizio, prima di girare ho già le idee chiare. Naturalmente può succedere che ci siano cambiamenti nel corso della realizzazione, ma sono minimi, mai strutturali.

Non lascia quindi spazio all’improvvisazione?
Lo lascio per il 10%. A volte se cambio qualcosa è a causa degli attori: non posso prevedere la loro recitazione, se improvvisano ho bisogno di un’inquadratura diversa.

Quali sono i suoi registi preferiti tra quelli contemporanei e giovani?
Mi piacciono Yorgos Lanthimos e Jeff Nichols.

Perché La donna che visse due volte è così importante, per lei?
Per me è il film del destino, probabilmente tutti ne abbiamo uno. Quando l’ho visto la prima volta, a un terzo della proiezione mi sono trovato dentro il film, come un’allucinazione. Di solito dopo un po’ mi dimentico i film che ho visto, con La donna che visse due volte non è successo. Il film coreano The Woman of Fire ’82 e La donna che visse due volte sono quelli che mi hanno spinto a diventare regista.


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