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Soundtrack: First Man - Il primo uomo di Justin Hurwitz

31 dicembre 2018 Soundtrack 0 Commenti
First Man - Il primo uomo

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne Sonore* * *

Ormai collaboratore abituale di Damien Chazelle, il 33enne californiano Justin Hurwitz crea per “First Man – Il primo uomo” una musica “spaziale”, in grado di restituire lo stupore e la fascinazione dell’uomo davanti all’infinito, pur facendosi influenzare da pulsioni minimaliste…


First Man è una partitura in palese odore di schizofrenia. Da un lato, il 33enne compositore californiano Justin Hurwitz – ormai divenuto tutt’uno con il variegato cinema di Damien Chazelle ma qui distantissimo dai territori musicali di Whiplash e La La Land – ambisce a un profilo sinfonico autorevole e imperioso, innervato da presenze “nostalgiche” come il buon vecchio theremin: insomma una musica “spaziale” che restituisca lo stupore e la fascinazione dell’uomo dinanzi all’infinito. Dall’altro, però, sembra influenzato anche da pulsioni minimaliste che lo conducono a brevi ripetizioni iterate e a una semplificazione tematica di facile accessibilità. Ovviamente Hurwitz non possiede il respiro epico dello Zimmer di Interstellar e nemmeno la capacità di astrazione dello Steven Price di Gravity. Ne consegue che questi due diversi aspetti del suo lavoro faticano un po’ a collegarsi e a convivere, risolvendosi spesso nella prevalenza reciproca dell’uno sull’altro. Eppure, nell’ampia e ambiziosa partitura, si incastonano non pochi momenti affascinanti, che sembrano più che altro il frutto di una felice e ispirata commistione tra elementi di per sé lontani.

Vi è, innanzitutto, una parte diciamo così “scenografica”, esplicitamente ambient e abbastanza generica (“X-15”, “Spin”, “Squawk box”), che paga dazio a una idealizzazione molto rétro della fantascienza in musica (laddove questo non è un film di fantascienza, bensì un film biografico di argomento scientifico) e che risale forse sino agli anni 50 e ai primi esperimenti elettronici di Louis & Bebe Barron per Il pianeta proibito. Accanto a questa, spicca la presenza egemonica di due temi conduttori (rispettivamente in “Karen” e “Armstrong cabin”) di fattura estremamente semplice e iterativa, minimalistica (specialmente il secondo) la cui funzione è eminentemente lirica, e nel caso di “Karen” o di “The Armstrongs”, per arpa e chitarra, scopertamente sentimentale e delicatamente familistica. Questo versante della partitura è forse quello in cui Hurwitz riesce meglio, anche per tocchi rapidissimi e fuggevoli come nell’arpa che distilla sottovoce la prima idea su un leggerissimo tremolo dei violini in “Baby Mark”, o nel magico intarsio di sonorità vitree e luminescenti.
La vena più romantica e contemplativa della score tocca un punto apicale nel “Docking waltz”: non sappiamo se e quanto Chazelle e Hurwitz abbiano avuto presente il 2001 kubrickiano e il relativo affresco musicale, certo è che qui siamo in presenza di una raffinatissima parafrasi valzeristica basata sul tema di Karen, che da un lato dichiara esplicitamente il proprio debito verso il “Bel Danubio blu” di Strauss Jr (soprattutto nell’introduzione e nei tocchi in levare dei legni) ma dall’altro sembra anche ispirarsi alla celeberrima Barcarola di Offenbach dai “Racconti di Hoffman”. Anche l’impiego del theremin, oltre a retrodatare efficacemente il clima del racconto e dell’ambientazione sonora, sembra a tratti essere devoluto a questo sentimento di consapevole perdita dell’innocenza (“I oughta be getting home”) che bene o male ogni conquista scientifica reca con sé.

Più in difficoltà Hurwitz appare quando si tratta di rimboccarsi le maniche e pompare un po’ di adrenalina nell’insieme (del resto, anche il film non è esattamente un film d’azione…), come in “Houston”, dove lo staccato degli archi e le nacchere tentano una variazione dinamica del secondo tema, o “First to dock” e “Multi-axis trainer”, che esibiscono una robusta ed elementare idea “industrial”. Qui e altrove, oltre allo scontato utilizzo di risorse elettroniche e al ricorso a cellule tematiche brevi e “minimalistiche”, si notano frequenti e pesanti interventi degli ottoni (soprattutto tromboni e corni), a evocare un po’ semplicisticamente fasi più drammatiche o addirittura minacciosamente affermative (“Contingency statement”).
L’insieme conduce ai due momenti nonché pezzi-clou della partitura: “Apollo 11 launch” e “The landing”. Nel primo, dopo una elaborata preparazione, i tremoli larghissimi degli archi sostengono il primo tema eroico, appellandosi a un titanismo sonoro che richiama in causa quasi brutalmente gli sforzandi degli ottoni e lo schieramento in forze delle percussioni. Il medesimo Leitmotiv è alla base di “The landing” che però sceglie un’altra strada: l’ossessiva ripetitività con cui gli archi arpeggiano l’idea centrale, attorniati da uno sfondo di suoni cataclismatici, prelude a un’esplosione gigantesca del tema di Karen, che si salda al primo tema in un pregevole gioco contrappuntistico sino agli interventi, secchi e brucianti degli ottoni: una pagina di fiammeggiante spettacolarità.
Curioso che dopo una perorazione di simile respiro, gli “End credits” consistano in una versione un po’ più elaborata e drammatica del tema industriale di “First to dock”, sottolineata tuttavia ancora una volta da scultorei e marcati interventi degli ottoni che si allargano nel finale a dimensioni wagneriane, spegnendosi però in un misterioso pianissimo.

Vanno però segnalati, oltre alla bonus track davvero… lunare nella spettrale solitudine del flauto, di “Sep Ballet”, due brani d’epoca di significato ben preciso: una è la celebre “Whitey on the moon”, successo del ’69 del gruppo di poeti e musicisti di colore The Last Poets, attivi sul fronte dei diritti civili, e polemicamente ispirata all’allunaggio e alle diseguaglianze razziali negli States, qui riproposta in versione live dal soulman afroamericano Leon Bridges. Ma la vera chicca è la “Lunar rhapsody” eseguita nel 1947 da un medico podologo newyorkese, il dottor Samuel J. Hoffman, la cui vera passione consisteva nella musica e specificamente nell’utilizzo del theremin, di cui fu un pioniere e che gli valse il coinvolgimento come esecutore in alcune delle più celebri partiture filmiche che richiedevano questo strumento, come Io ti salverò di Rózsa o Ultimatum alla Terra di Herrmann. Il brano, di struttura concertistica con un pianoforte a dialogare col theremin in un’atmosfera da tipica fantascienza romantica anni 40-50, faceva parte di un long-playing pubblicato dalla Capitol e intitolato “Music out of the Moon: Music Unusual featuring the Theremin”, basato su temi scritti dal compositore Harry Revel, molto attivo a Broadawy e nel musical hollywoodiano, orchestrati e diretti da un esperto di partiture sci-fiction d’epoca quale Les Baxter: il contenuto del disco fu riversato su audiocassetta e consegnato a Neil Armstrong perché lo portasse con sé nella sua storica missione. Di qui il significato della sua presenza nella OST, strettamente connessa dalla compresenza dello strumento nella score originale, e biglietto da visita di un periodo storico in cui tutti coltivavamo senza dubbio più speranze che delusioni, e nel quale il senso del mistero e dell’infinito trovava la propria ragion d’essere, sia pur tra mille contraddizioni, in un moderno umanesimo.


La copertina del CDTitolo: First Man – Il primo uomo (First Man)

Compositore: Justin Hurwitz

Etichetta: Backlot Music, 2018

Numero dei brani: 37 (35 di commento + 2 canzoni)

Durata: 67′ 57”


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