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Soundtrack: "The Walk" di Alan Silvestri

28 dicembre 2015 Soundtrack 0 Commenti
The Walk

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne Sonore* * * * *

Quella tra Robert Zemeckis e Alan Silvestri è una delle più longeve collaborazioni tra regista e compositore. Nel caso di The Walk, la musica scritta dal maestro newyorchese riesce a evocare in pieno quel sentimento del “magico”, dell’intangibile tipico del cinema di Zemeckis come anche della musica di Silvestri…


Dunque non sarebbe stato Lo squalo 19 in 3D il film che Marty McFly avrebbe trovato in sala in quel 21 ottobre 2015 dove veniva catapultato in Ritorno al futuro II, bensì un “film-confratello”, figlio del suo stesso padre: ossia The Walk, capitolo 15 della ultratrentennale collaborazione fra Bob Zemeckis e Alan Silvestri. Una cabala di coincidenze che manderà in estasi i fan ha infatti decretato che il nuovo film del regista, imperniato sulla figura di Philippe Petit, il funambolo che il 7 agosto 1974 attraversò le Twin Towers camminando su una fune a mezzo chilometro di altezza, uscisse in perfetta concomitanza proprio con la suddetta data immaginata, oltre che con il trentennale del primo capitolo della trilogia.
Ma, cronologie a parte (che peraltro in Ritorno al futuro sono decisive…), varrà la pena sottolineare che, fra i tre grandi matrimoni regista-compositore degli ultimi 40 anni (Williams-Spielberg, Shore-Cronenberg, Silvestri-Zemeckis), quest’ultimo – ancorché quello più “giovane” e parco di titoli – continua a rivelarsi il più imprevedibile e stilisticamente sorprendente. Ciò si deve senz’altro all’incredibile, camaleontica mutevolezza del cinema di Zemeckis, soprattutto sotto il profilo tecnico-linguistico, cui si contrappone tuttavia una straordinaria coerenza poetica e diremmo financo filosofica, attraverso una gallery di antieroi/eroine alle prese con gli eventi più ardui e le conquiste più difficili in una visione del mondo e del destino che spesso si rivela amaramente disillusoria.
Silvestri ha seguito, pedinato questa traiettoria in ogni suo snodo e sviluppo, plasmandosi sul caleidoscopico universo lirico del regista anche nella sua fase più anomala (la trilogia in performance capture), enucleandone e sottolineandone tutte le tappe e le svolte, con una partecipazione umana e una duttilità espressiva senza eguali, trovando a ogni capitolo la tavolozza giusta, le invenzioni più memorabili, lo “sguardo” (non sembri strano, parlando di musica) più pertinente. Non fa eccezione – e come potrebbe? – The Walk, che giunge a tre anni da Flight e, nella sua struttura formale di “biopic”, è un’altra parabola zemeckisiana sulla condizione di un individuo alle prese con una sfida trascendentale di sopravvivenza

L’approccio di Silvestri è, sin dalle prime battute, totalmente interiorizzato, rimandando in questo al finale di Contact o ai sublimi interventi di Cast Away: il pianoforte sussurrante e i larghi accordi degli archi di “Pourquoi?” esprimono il senso di una pacata attesa, di un soliloquio tutto intimo e severamente composto, che si allarga progressivamente in uno slancio melodico irresistibile: ma, a sorpresa, ecco legarsi al tutto un pirotecnico stacco jazzistico be-bop che alleggerisce subito il clima in una direzione spigliatamente metropolitana. E non meno suggestiva risulta poi tutta la parte “francese” dello score (“Young Philippe”), sotto la forma di uno scorrevole valzer da “circus music”. Dunque il maestro newyorkese contestualizza con molta precisione personaggio e ambiente, forte di quella padronanza polisemica che lo colloca fra i maggiori del nostro tempo. Sublime anche la ballata in ¾ di “Two loves”, che fonde insieme malinconia e speranza, in una scrittura (si noti la linea trasparente e luminosa dei violini) di inimitabile bellezza. L’esercizio francese di Silvestri si perfeziona in “The towers of Notre Dame”, nuovamente abbinato a un frizzante stacco jazzistico presto confluente in una cordiale svolta melodica.
Ma, come ben sappiamo, Silvestri è anche compositore adrenalinico e iperdinamico, e in una vicenda dove il movimento è qualcosa che va calibrato al millesimo di secondo e di spazio, c’è ampio posto per una musica di nervosa, ora trattenuta ora liberatoria, tensione: come dimostra “It’s something beautiful”, dalle linee asciutte e allarmate negli archi. Ancora un jazz vagamente caraibico scoppietta in “Spy work”, prima che lugubri rintocchi di campana e di timpano annuncino in “Full of doubt” l’acuirsi dell’ansia per l’impresa da compiere: qui Silvestri isola alcuni strumenti (il fagotto, l’oboe, i violini primi) per sfruttarne appieno le possibilità cameristiche, mentre d’altro canto crea suspense e inquietudine con estrema parsimonia di mezzi. I suoi ben noti, brucianti crescendo si fanno però strada in “Time passes”, con rapide staffilate leitmotiviche negli archi sul controcanto imperioso dei corni e un ritmo incalzante di marcia sostenuto dal moto perpetuo dei violini e dal tamburo.

Un disegno fremente e ossessivo su una nota sola degli archi prelude in “The arrow” a un ticchettare di orologio che non può non farci tornare con la memoria ai problemi di Marty McFly con la dimensione del tempo; sul quale ticchettio accordi riflessivi e pacati degli archi creano una parentesi interlocutoria prima dell’esplodere di destabilizzanti dissonanze degli ottoni in fortissimo. Celesta, archi, ostinato di bassi e poi drammatici incisi degli ottoni si tendono spasmodicamente in un cangiante caleidoscopio di momenti musicali tutti interconnessi: prevale la soluzione dell’ostinato ribattuto su una nota sola, che suscita contemporaneamente senso di immobile costrizione e di irrefrenabile motricità. “The walk” riprende gli elementi dell’iniziale “Pourquoi?”, lavorando però sul registro acuto degli archi, attraverso ampi arpeggi, continue modulazioni, in un’estasi sonora che raggiunge vertici quasi misticheggianti. Sono i momenti in cui l’umanesimo musicale di Silvestri, il suo sopraffino tocco interiore, raggiungono – è il caso di dirlo… – vette altissime.

L’amplissima, stupefacente parafrasi prima fedelmente pianistica poi liberamente strumentale del beethoveniano “Per Elisa” che introduce “I feel thankful”, la traccia più lunga, è in realtà il preludio a una pagina complessa e ancora una volta frastagliata, cosparsa di tremoli nervosi e aperture struggenti, dove una palpabile tensione è creata soprattutto dall’alternanza espressiva tra questi due aspetti. “They want to kill you” ha tonalità epiche, ariosamente possenti, e quello che abbiamo imparato a riconoscere come il tema principale risuona imperativo negli ottoni e disperatamente appellante negli archi, coinvolgendo anche la presenza di un coro come elemento di enfatizzazione iperuranica. Il fraseggio nitido, mestamente rasserenato dei violini (si sottolineerà mai abbastanza la grandezza di Silvestri anche come direttore?) è il protagonista di “There is no why”, in un morbido contrappunto con i celli attraverso il susseguirsi di enunciazioni fluttuanti e dall’andamento ondivago. Il conclusivo “Perhaps you brought them to life – Give them a soul” sigilla la partitura in un dischiudersi luminoso di archi e celesta, fra gli arpeggi vibratili dei celli, che evoca quel sentimento del “magico”, dell’inattingibile, tipico del cinema di Zemeckis e dell’universo poetico di Silvestri. Un universo che si è andato perfezionando e arricchendo nei decenni, regalandoci emozioni e vibrazioni dell’anima non meno che profonde occasioni di riflessione sul nostro ruolo di piccole creature in un’inimmaginabile vastità cosmica.


La copertina del CDTitolo: The Walk (Id.)

Compositore: Alan Silvestri

Etichetta: Sony Classics, 2015

Numero dei brani: 15

Durata: 56′ 16”


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