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Tommaso
Tocci, 4 Ottobre 2004: Soverchiante |
Eagle
Pictures, 8 Ottobre 2004
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Hero
di Zhang Yimou
Tempo
fa cercai di far vedere ad alcuni amici il DVD di "Hero".
Dopo le iniziali reticenze riuscii a convincere qualcuno e, dopo la
visione, mi sentii ripetere spesso una domanda: "Perché
da noi questo film non è uscito?" Già: perché?
In realtà la domanda è oziosa, benché ovvia. I
problemi della nostra distribuzione sono noti e ci sono meravigliosi
esempi delle più svariate cinematografie che sui nostri schermi
non vedremo mai. Non c'è però da preoccuparsi quando il
film in questione è una mega-produzione come "Hero".
Chiediamoci piuttosto come fare a vedere tanti altri piccoli film di
tutto il mondo che non possono contare sul suo budget, il suo cast,
o i suoi contatti al di fuori della Cina (la Miramax).
Tutto
sommato si è sempre saputo che "Hero" l'avremmo visto,
anche se ormai sono passati due anni dalla sua realizzazione. Il film
fece scalpore alla sua uscita; il regista Zhang Yimou è un nome
importantissimo e ben conosciuto al di fuori della Cina, da cui all'inizio
degli anni '90 emerse anche al pubblico occidentale insieme a Chen Kaige.
Sue sono infatti opere molto note al pubblico occidentale, festivaliero
e non: "Lanterne rosse" soprattutto, ma anche "Non
uno di meno" e il recente "La strada verso casa".
Con "Hero"
assistiamo ad una svolta. Il regista decide di confrontarsi apertamente
con il wuxiapian, e per farlo riunisce un cast composto dalle
più grandi (ed esportabili) stelle disponibili: Maggie Cheung,
Tony Leung, la rampante Zhang Ziyi e Jet Li. Si tratta della più
dispendiosa produzione cinese di sempre e l'atmosfera da grandeur
è ostentata ai massimi livelli.
Zhang
Yimou rielabora la più classica ambientazione dell'epos
cinese, portandoci al III secolo a.C.
La Cina è divisa in sette regni in lotta fra loro per il predominio,
gli "Stati combattenti".
Il Re di Qin sta per prendere il sopravvento e riuscire nel suo intento
di dominazione assoluta, ma deve fronteggiare il continuo pericolo di
attentati da parte dei suoi nemici. È per questo che riceve a
palazzo un misterioso guerriero che si fa vanto di aver sconfitto i
più agguerriti attentatori alla vita del Re.
Il principale piano temporale del film è quello che vede il confronto
tra il Re e lo Straniero. Nel rievocare lo scontro con gli altri combattenti,
i due si sfidano nello scoprire diversi livelli di verità, disposti
su vari flashback, che vanno a comporre la successione narrativa
del film. È evidente il richiamo al "Rashomon" di Kurosawa
(di cui Yimou ammette senza problemi la fascinazione, e anzi la rivendica).
La
stessa storia viene dunque ruotata come un prisma, viene raccontata
e ri-raccontata fino a generare un accumulo di segni e significati,
che vengono sottolineati da quella che è la più precisa
scelta stilistica del film: l'uso di colori diversi che vanno a marchiare
ogni rievocazione in modo massiccio, ed istituiscono quindi legami di
senso ben precisi. Non come negli esempi più noti al grande pubblico
(il pluricitato "Traffic") dove
la marchiatura sta nel filtro dell'occhio della cinepresa; qui la caratterizzazione
cromatica è dentro, fino a ricoprire essa stessa un ruolo
attanziale, cercando l'oggetto e non la sua rappresentazione.
Rosso, blu, bianco, verde: sono gli indicatori che segmentano il film
e chiudono ogni sequenza in suo universo. Tale scelta è il fulcro
del film, sia in positivo che in negativo, tanto è soverchiante,
annichilente nel senso più assoluto. La storia vi è sottomessa,
e tale strapotere visivo lascia stupefatti o disgustati.
La fotografia è opera di Christopher Doyle, grandissimo collaboratore
di Wong Kar Wai, che qui assume il controllo assoluto. Ogni elemento
della scena viene trasfigurato e rielaborato nell'ossessione pittorica,
che rende i duelli, le cavalcate e i paesaggi parti di un tutto stordente.
Ed
è questo il probabile limite di "Hero". Le stesse limpide
barriere che il film continuamente si pone al suo interno rischiano
di riflettersi anche all'esterno, sull'occhio dello spettatore. C'è
un solco tra l'occhio che guarda e la materia guardata, che viene scavato
dalla stessa magnificenza delle immagini e che rischia di ottundere
la percezione, di non accendere il pathos.
L'altra impressione
è che il voler estremizzare ogni elemento filmico e narrativo
abbia anche lo scopo di renderlo al tempo stesso caratteristico e globalizzato.
Esasperare le differenze per rendere nette le peculiarità, essere
riconoscibile. Del resto, le accuse di aver confezionato un film da
esportazione esclusivamente commerciale sono vecchie quanto il film
e non sono certo contraddette dall'ampio dispendio di denaro e talento,
profusi a larghe mani.
Volendo
ignorare (o superare) tutto questo, però, si può godere
di un'opera che cattura senza compromessi. La poetica del film è
del tutto esplicita ed è nella forma e nel significato un inno
all'Arte.
È l'Arte che si pone in continuo raffronto con il "mestiere
delle armi", che ne costituisce bilanciamento e controparte, fino
a generare una fusione mitica. Arte in diverse forme: "Great
calligraphy" dice il "senzanome" ammirato dall'opera
pittorica del suo avversario. "Great swordplay" gli
risponde l'altro, e la distanza tra i loro sguardi è riempita
dalla visione del prodigio artistico, in diverse sue manifestazioni.
Altrove è la musica: come l'arte della spada, essa diventa pura
espressione di sé, di un moto interiore che priva il combattimento
della sua componente realistica e violenta, fino a giungere al momento
più alto in cui si combatte nella mente, senza muoversi.
Staremo
a vedere come tutto questo verrà accolto sul mercato nostrano,
a cui il film arriva con il famoso ritardo, ma anche sull'onda del paragone
con "La tigre e il dragone" (raffronto
banalotto e superficiale, ma comprensibile). Per non parlare di quella
scritta sopra al titolo, "Quentin Tarantino presenta", che
ha già precipitato molti spettatori nella confusione. Ma se questo
serviva al sempre invasivo Harvey Weinstein come garanzia per poter
guadagnare abbastanza sul film sfruttando il nome di Tarantino, allora
ben venga la realpolitik di Quentin.
Peccato però che grandi maestri come Zhang Yimou debbano subire
questa sorte. Il regista si consolerà con il recente "House
of Flying Daggers", suo nuovo film, che sta girando per festival
e che speriamo di non dover attendere per anni affidandoci ai DVD d'importazione
come abbiamo fatto per "Hero".
Percorsi tematici
La
città proibita - di Zhang Yimou; con Chow Yun-Fat, Gong
Li.
Fearless - di Ronny Yu; con Jet Li.
La Foresta dei Pugnali Volanti - di Zhang
Yimou; con Zhang Ziyi, Takeshi Kaneshiro, Andy Lau.
Seven Swords - di Tsui Hark; con Liwu Dai,
Kim So-yeon.
La Tigre e il Dragone - di Ang Lee; con Chow
Yun-Fat, Michelle Yeoh, Zhang Ziyi.
Ye yang - The Banquet - di Feng Xiaogang;
con Zhang Ziyi.
La
locanda della felicità - di Zhang Yimou; con Zhao Benshan,
Dong Jie.
Mille miglia... lontano - di Zhang Yimou;
con Ken Takakura.
Non uno di meno - di Zhang Yimou; con Wei
Minzhi.
Titolo:
Hero (Yin Xiong)
Regia:
Zhang Yimou
Sceneggiatura:
Li Feng, Wang Bing, Zhang Yimou
Fotografia:
Christopher Doyle
Interpreti:
Jet Li, Tony Leung, Maggie Cheung, Zhang Ziyi, Daoming Chen, Donnie
Yen, Liu Zhong Yuan, Zheng Tia Yong, Yan Qin, Chang Xiao Yang, Zhan
Ya Kun, Ma Wen Hua, Jin Ming, Xu Kuang Hua, Wang Shou Xin, Hei Zi, Cao
Hua, Li Lei, Xia Bin, Peng Qiang, Liu Jie, Zhang Yi
Nazionalità:
Cina, 2002
Durata:
1h. 36'
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