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"L'importanza di chiamarsi Ernest" di Oliver Parker

5 febbraio 2003 Recensioni 4 Commenti
L’importanza di chiamarsi Ernest

Medusa, 7 Febbraio 2003 – Frizzante

Algy Moncrieef utilizza la cagionevole salute di un suo immaginario amico ri campagna per sfuggire agli impegni mondani cui sarebbe altrimenti costretto. Jack Worthington, invece, si è inventato un fratello che fa la bella vita a Londra per poter frequentare l’amata Gwendolen, cugina di Algy…


Frances OConnor e Reese Witherspoon in L'importanza di chiamarsi Ernest«C’è solo un comportamento da tenere, con una donna: farle la corte, se è carina – o farla a un’altra, se non lo è». Questa è forse la battuta più bella di una delle più belle commedie teatrali mai scritte, un’opera che lo stesso Oscar Wilde definì «una commedia futile per gente seria», e che oggi Oliver Parker porta sul grande schermo prendendosi più di una licenza ma non snaturandola e, soprattutto, confezionando un ottimo film.

Colin Firth e Rupert Everett in L'importanza di chiamarsi ErnestAl suo terzo lungometraggio, Parker non si discosta dal filone che aveva già affrontato con buon successo nei due film precedenti, ossia proprio le riduzioni cinematografiche di opere teatrali. Dopo l’Othello con Laurence Fishburne, Iréne Jacob e Kenneth Branagh, Parker aveva infatti messo in scena Un marito ideale, commedia certamente più cattiva rispetto a Earnest ma decisamente meno spumeggiante. E va dato atto a Parker di essere riuscito a non perdere questa dimensione, con questo adattamento: il suo film è frizzante, ritmato, divertente, pungente e attuale come solo le opere di Wilde sanno essere.

Reese Witherspoon e Rupert Everett in L'importanza di chiamarsi ErnestCome accennato, il regista-sceneggiatore si è preso molte libertà rispetto al testo d’origine. Ben conscio della differenza tra spettacolo teatrale e cinematografico, Parker ha spostato gran parte dell’azione in luoghi diversi da quelli originali, in modo da dare tridimensionalità alla messinscena; ha utilizzato con (troppa) abbondanza il flashback; ha inventato esilaranti sequenze oniriche; ha aggiunto deliziosi nuovi dialoghi («Io sono un Gentiluomo, e i Gentiluomini non hanno mai un soldo…») e cambiato quelli originali (compreso quello citato in apertura). E ha persino modificato il finale, dando così un diverso spessore al personaggio di Lady Bracknell (Judi Dench). Tutto questo rende il film decisamente più vivo, meno “ingessato” rispetto ai tanti tentativi fatti da altri in passato. In aiuto di Parker, va detto, non sono certo venuti i tecnici, capaci di seminare il film di sbalzi d’illuminazione, scenografie palesemente finte ed errori di continuity visiva che sembrano ormai d’obbligo nei film statunitensi. In suo soccorso corrono invece gli ottimi interpreti, a proprio agio e pienamente convincenti.

Colin Firth e Frances O'Connor in L'importanza di chiamarsi ErnestNon c’è dubbio che il ruolo di mattatore spetti qui a Rupert Everett. Ripresosi dalle baggianate vanziniane del Natale 2001, Everett recita ampiamente sopra le righe, donando al suo personaggio una vitalità che va perfettamente a braccetto con le brillanti battute che si trova a pronunciare. Al suo fianco Colin Firth (Bridget Jones) sembra un po’ fuori parte, almeno inizialmente; ma man mano che il film procede si riesce ad apprezzare l’ironico distacco che mette nella sua interpretazione, anch’essa perfetta per la disillusione che chi ha una borsa come genitore di certo prova nei confronti del mondo. Everett e Firth si trovano alla perfezione in ogni loro dialogo in coppia, dando il meglio nella divertente scena della serenata alle loro amate.

Rupert Everett, Judi Dench e Reese Witherspoonin L'importanza di chiamarsi ErnestTutte le interpretazioni sono però seriamente minate dal doppiaggio e dall’adattamento, comunque non facile da realizzare con un testo così pieno di giochi di parole e doppi sensi (lo stesso “Earnest” vuole dire “Ernesto” ma anche “ricco” e “onesto”, e l’onestà è proprio ciò che pare mancare ai due protagonisti). La versione italiana sembra valere la metà di quella originale, ma comunque l’integrità del testo di Wilde arriva ugualmente al cuore degli spettatori. Anche grazie al lavoro di costruzione cinematografica fatto dal regista, guardando il film si scopre insieme ai personaggi la vitale importanza di chiamarsi Ernest… Più o meno.


La locandina di L'importanza di chiamarsi ErnestTitolo: L’importanza di chiamarsi Ernest (The Importance of Being Earnest)
Regia: Oliver Parker
Sceneggiatura: Oliver Parker
Fotografia: Tony Pierce-Roberts
Interpreti: Rupert Everett, Colin Firth, Frances O’Connor, Reese Witherspoon, Judi Dench, Anna Massey, Tom Wilkinson, Edward Fox, Patrick Godfrey, Charles Kay, Cyril Shaps
Nazionalità: Regno Unito – USA, 2002
Durata: 1h. 37′


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Attualmente ci sono 4 commenti a questo articolo:

  1. Antonella scrive:

    Ho visto questo film oggi in tv su iris. Un film bello, da vedere per chi ama il genere “british”.
    Arriva davvero al cuore e ti prende sia per la trama sia per i personaggi, mondi interiori che si rivelano esteriormente nelle relazioni di amicizia e di amore, e dicono cose importanti nel modo più scanzonato possibile, oserei dire nel modo più “esteta” possibile.
    Mi hanno affascinato i dialoghi, molto aderenti a quelli originali di Oscar Wilde, del quale ne rivelano l’arguzia e la genialità. La leggerezza che aleggia nel film, lo rende piacevole dall’inizio alla fine, così come l’ottima interpretazione di Everett e Firth, davvero magnetici e fantastici.

  2. Alberto Cassani scrive:

    A dir la verità, a me era sembrato che Parker si fosse preso molte libertà rispetto al testo di Wilde. Però in effetti più nelle singole scene e nello sviluppo della storia che nei dialoghi: quando la scena è uguale all’originale, anche i dialoghi lo sono.

  3. Antonella scrive:

    Sì, è vero, e il film nonostante non segua fedelmente lo sviluppo della storia origimale, direi che comunque trasmette lo “spirito” di Wilde.

  4. Alberto Cassani scrive:

    Sì, assolutamente.

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