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Soundtrack: "Zero Dark Thirty" di Alexandre Desplat

1 aprile 2013 Soundtrack 0 Commenti
CineFile

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne SonoreAggettivo

Guidato dalla regista a una partitura trattenuta e innaturale, che sfocia in un’angoscia primordiale, il francese Alexandre Desplat realizza per il film di Kathryn Bigelow una delle sue opere più importanti e impressionanti…


Ne accennavamo fra le righe delle riflessioni su Le 5 leggende: quella scritta per il durissimo, discussissimo e ultimativo film di Kathryn Bigelow sull’uccisione di Osama Bin Laden avvenuta in Pakistan la notte del 2 maggio 2011 ad opera dei reparti speciali statunitensi è senz’altro la più importante, impressionante e “necessaria” tra le moltissime partiture cui Alexandre Desplat è chiamato in questo periodo. E questo per due sostanziali ragioni. La prima è che, sicuramente su input ferreo della regista, lo score pulsa, romba, s’insinua costantemente sottotraccia, in sottofondo, sfiorando a tratti l’effetto-rumore ma alzandosi, in ben precisi frangenti, con una drammaticità tanto sommessa quanto sconvolgente. Non è la prima volta che la Bigelow coopta un musicista “di grido”, e abituato a ben altri panorami sonori, imponendogli uno stile e un linguaggio violentemente trattenuto, freddo, innaturale, antiretorico, e per ciò stesso tanto più efficace, in un ruolo da “sound designer”: ricordiamo la formidabile partitura elettronica di Marco Beltrami (con Buck Sanders) per The Hurt Locker.
La seconda ragione di questo esito così elevato è che Desplat, compositore iper-razionale, con una concezione ingegneristica e quasi raveliana della “forma” che sfocia spesso nei suoi celebri ostinati e nelle piccole cellule ritmiche maniacalmente iterate, riesce qui a trasformare queste tecniche in uno score angosciante, notturno, un magma lavico dal quale affiorano lamentose idee melodiche “locali”, pulsazioni primordiali, spettri di melodia circondati da guardiani sonori elettronici che ne accentuano il carattere irreale, ostile, incombente.
Utilizzando le risorse della London Symphony come un immenso laboratorio miscelato di suoni acustico-elettronici, il maestro parigino ottiene una combinazione di elementi (etnici, sinfonici, elettronici, astratti, ritmici e melodici) la cui intensità è inversamente proporzionale al volume di suono e al dispiego di mezzi. E questo fattore, non a caso presente anche – in misura minore – nella partitura di Argo candidata all’Oscar, si trasmette immediatamente alla sfera emozionale esibendo una varietà ben superiore a quella altrove da Desplat ricercata con sfolgorii orchestrali o fanfare parawilliamsiane.

L’incontrastato protagonista dello score è un Leitmotiv ricorrente, cupissimo, grandiosamente intimidatorio, dalla struttura tanto semplice quanto inesorabile, il cui decorso possiede un’andatura indefinibilmente orientaleggiante ma sostanzialmente funebre e fatalistica. È un tema cromatico ascendente, strutturato in due sezioni (fa-la-si-do e a seguire fa-la-si-la) e su accordi alternati di fa minore e la minore, concepito come una sorta di inno di morte claustrofobico e inappellabile, specie se a eseguirlo (“SEALS take off”) sono una massa di corni su tube e tromboni e rintocchi di timpani più ostinati di archi e accordi secchi, sforzandi degli ottoni, in un’atmosfera luttuosamente wagneriana. Ma è anche una sorta di richiamo evocativo dai risvolti lirici (è il piano solo a suggerircelo la prima volta in “Drive to embassy”), con possibilità di trasformarsi in un disegno di pizzicati, come ansiogeno cronometro del destino (“21 days”, brano che scandisce l’ostinata determinazione con cui la protagonista, l’agente Maya, annota con un pennarello un giorno dopo l’altro sulla porta del proprio capo i giorni trascorsi nell’inazione dopo la scoperta del rifugio del n.1 di Al Qaeda). Insomma, è una di quelle invenzioni – rare, nella musica cinematografica corrente – la cui essenzialità concorre indispensabilmente all’effetto, e la cui potenza comunicativa si basa non sull’adrenalina sonora ma al contrario su una profondità densa, avvolgente, oscura, priva di brillantezza, su una gravosa pacatezza e un melodismo onirico, fluttuante.

La partitura non è esposta, nell’album, in ordine cronologico rispetto agli eventi, ma segue un ordine più subliminale e psicologico. “Flight to compound”, che accompagna nella notte i due elicotteri destinati alla cruciale missione, è una pagina da brividi, inchiodata su un ritmo di marcia lenta delle percussioni, con “strappi” dei bassi, ottoni con sordina ribattuti e una serie di accordi informi, sommessi quanto brutali, dei tromboni, a tratti sovrastati da una desolata melopea discendente di sapore etnico, il tutto a trasmettere un senso di ineluttabilità soffocante. Schema simile per “Bombings”, dove la proverbiale predilezione desplatiana per i ritmi fissi si trasforma in astrazione pura, in suono immobilizzato e proveniente da altri mondi; così come le dissonanze, i flautandi dei violini, i pedali inesorabili dei bassi e gli accenni orientaleggianti dei synt in “Ammar” accompagnano dolorosamente le sequenze iniziali della tortura del prigioniero. Il rapporto dello score con la musica del luogo, pakistana in primis, è risolto non con eccessi etnofilologici ma piuttosto attraverso precise intuizioni melodiche e timbriche, attraverso una contemplatività ambigua eppure anche culturalmente fedele al contesto, come nello splendido, estatico “Norther territories”. La linea ritmica di bassi che introduce l’opprimente intervento degli ottoni in “Preparation for attack” precede un altro brano esoticheggiante, “Balawi”, dove su un implacabile pedale di bassi in do, si alza la straziante nenia di un effetto-voce a richiamare un disperato, notturno canto arabo. Il medesimo effetto accenna nuovamente al tema principale, lasciandone poi il ricordo all’alternarsi di accordi gravi degli archi, in “Dead End”, ribadendo ove ve ne fosse ancora necessità la potenza suggestiva e drammaturgica di questa idea, prima di risolversi nuovamente nell’astrazione gelida di riverberi metallici.
“Maya on plane” corrisponde all’epilogo: introdotto di nuovo da un ostinato ritmico, il pezzo si scioglierà poi in un intensissimo adagio per archi (e qui la London Symphony fa la differenza…) . La collocazione dell’intera vicenda del film, pur così drammaticamente connessa alla nostra storia recente, in una sfera quasi surreale, fantasmatica e ambigua trova a tratti proprio nelle opzioni stilistiche di Desplat una motivazione illuminante: come in “Area 51″ e soprattutto “Tracking calls”, brano di puri sound effect nella prima parte, nel quale accordi spenti di chitarra enunciano però alla fine la triste melopea cromatica discendente di “Flight to compound”, in una convivenza fra elementi melodico-folklorici e musica quasi “concreta”, d’avanguardia, che è l’asso nella manica dello score. “Picket lines”, su un ostinato veloce di pizzicati, allinea effetti elettronici e, in sottofondo, gli ottoni a rammentarci sinistramente quel medesimo lacerto tematico. In questi frangenti Desplat sembra quasi appellarsi a stilemi da horror music, per lui abbastanza inconsueti almeno in una veste così rarefatta ed essenzializzata: ma la grandezza di questo lavoro consiste proprio nella sintesi, finalmente ottenuta in mezzo – diciamolo – a molta routine, fra i tratti linguistici tipici del compositore e il taglio documentale, cronachistico e insieme notturno, incubico del racconto. Lo conferma ulteriormente “Towers”, magma sonoro elettronico apparentemente informe su cui si alzano quasi a chiedere soccorso simulacri di voci strazianti; e se “Chopper” ci ripropone un ritmo compulsivo di marcia stratificato per varie componenti (sforzandi di ottoni, rulli di tamburi, ostinato di tastiere), il conclusivo “Back to Base” distende il tema principale, quella inesorata e insieme supplichevole idea che ci accompagna da “Drive to embassy”, su un rollio percussivo, affidandola a celli prima, poi alla tromba sola, e a “voci” sonore locali, risprofondando il tutto in una notte finale del suono che ogni cosa sembra voler avvolgere e inghiottire.

Dunque una partitura che si stacca nettamente da tutto ciò che Desplat ha creato in questo biennio, e che lo conferma compositore di rango soprattutto sul versante più impegnato di un cinema che coniuga una grande attrattiva spettacolare con racconti, messaggi, suggestioni di possente impatto civile (un po’ quel che accadeva anche con Le Idi di marzo di Clooney): il tutto, in aggiunta, nel segno di un multiculturalismo musicale che raramente come in questa circostanza ha saputo farsi contemporaneamente eco di una giustizia che non può arrendersi e di una pietas che non deve mai abbandonarci.


La copertina del CDTitolo: Zero Dark Thirty (Id.)

Compositore: Alexandre Desplat

Etichetta: Madison Gate Records, 2012

Numero dei brani: 18

Durata: 52′ 32”


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