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"47 Ronin" di Carl Rinsch

2 aprile 2014 Recensioni 2 Commenti
47 Ronin

Universal, 13 Marzo 2014 – Disonorevole

47 samurai, “sconsacrati” dopo l’assassinio del loro maestro, decidono di vendicarsi per onorare daimyō e casato. Avranno l’aiuto del meticcio Kai, un mezzosangue allevato da creature sovrannaturali ma con il cuore devoto a Mika, la figlia del defunto maestro…


Una scena di 47 RoninLa leggenda dei 47 rōnin è un emblema della filosofia e della cultura giapponese: un mix unico e raro di valori come lealtà, onore, fedeltà, senso del dovere e devozione fino alla morte, perché ogni cosa diventa effimera dinanzi al proprio maestro. Regista e sceneggiatori, Carl Rinsch e Chris Morgan/Hossein Amini, la propongono per l’ennesima volta al cinema, aggiungendovi quei fattori hollywoodiani da classica americanata che depauperano la storia di ogni vocazione didascalica.

Keanu Reeves con Ko Shibasaki sullo sfondo in una scena di 47 RoninL’interpretazione della leggenda è più attinente ai classici cliché moderni – con la figura dell’eroe solo e incompreso, emarginato, unica chiave di lettura della storia (Neo… alla Matrix), eternamente promesso alla figlia/principessa rapita – che non alla coralità dei samurai reietti, costretti nonostante l’immensa fede e ardore, a lasciar spazio all’americano di turno. L’esordiente Rinsch, fino a ieri regista di spot pubblicitari,  mette subito in chiaro chi siano i buoni e chi i cattivi al fine di creare quell’alchimia magica che porta l’empatia alle stelle tra spettatore e samurai. Il tentativo è solo azzardato perché i momenti di pathos non portano mai alla lacrima neanche negli istanti più solenni, complice un Renu Reeves che, cercando di farsi spazio tra i veri eroi, appare troppo supino e inerme, uno schiavo che non diventa gladiatore, né aspira a diventarlo nonostante in ballo ci siano la sua amata, il suo regno e… il suo onore.

Rinko Kikuchi in una scena di 47 RoninLa storia prosegue linearmente senza colpi di scena se non nel finale, alternando momenti di estremo fasto, come nella descrizione del ridente casato con colori sgargianti e decisamente poco affini al mondo giapponese, a tratti di buio e tenebre nelle quali le arti dei samurai hanno la meglio su un esercito di 1.000 uomini. A onore e ambizione si aggiungono ingredienti quali l’amore per due anime così diverse eppure affini, Kai e Mika; la magia declinata solo sotto l’accezione della stregoneria perché non c’è una controparte che la contrasti; un “razzismo” ariano per il meticcio Kai, confinato a vivere ai margini, come un rinnegato, nonostante siano stati essi stessi a soccorrerlo e riportarlo in vita.

Una scena di 47 RoninI dialoghi sono numerosi, mai verbosi ma purtroppo scontati: sarà che il vocabolario alla fine ha un numero limitato di termini, ma tra frasi di circostanza, battutine tirate lì come un sasso nello stagno, e le fusa alimentate dai dubbi amletici di appartenere a caste diverse, alla fine ci si stufa presto e si spera che un embolo arrivi a sbloccare quel nervo che serra la spada nel fodero. Effetti speciali e musica, invece, sono davvero ben fatti: si è evitato di calcare la mano con il digitale, che si nota perlopiù negli interventi della strega perché nelle battaglie l’effetto è decisamente realistico mentre l’accompagnamento sonoro è rimarchevole, in grado di sottolineare e adattarsi dinamicamente ai vari momenti del film. Film che resta però nient’altro che il classico blockbuster per famiglie totalmente analcolico, peraltro in caduta libera .


La locandinaTitolo: 47 Ronin (Id.)
Regia: Carl Rinsch
Sceneggiatura: Chris Morgan, Hossein Amini
Fotografia: John Mathieson
Interpreti: Keanu Reeves, Hiroyuki Sanada, Tadanobu Asano, Rinko Kikuchi, Ko Shibasaki, Min Tanaka, Cary-Hiroyuki Tagawa, Jin Akanishi, Masayoshi Haneda, Hiroshi Sogabe, Takato Onemoto, Hiroshi Yamada, Yorick van Wageningen, Masaiuki Deai, Shu Nakajima
Nazionalità: USA, 2013
Durata: 1h. 59′


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Attualmente ci sono 2 commenti a questo articolo:

  1. Donato scrive:

    Quasi sempre, quando gli americani si mettono a fare film su temi cari alla storia e/o cultura di popoli stranieri, c’è solo da mettersi le mani nei capelli e tenersi il più lontano possibile dalle immonde porcherie che riescono a cavare fuori. Sono geneticamente incapaci di calarsi nella cultura di altri popoli…

    Penso che i giapponesi si indigneranno alquanto a questo giro….

    Personalmente, a me ancora girano le balle per il modo indegno con cui Ron Howard ha giochicchiato con la storia del nostro paese in quella indigeribile polpetta lassativa che risponde al titolo di “Il codice Da Vinci”.

  2. Marco scrive:

    Un onesto B-movie senza infamia e senza lode. Non annoia e 2 ore passano veloce.
    Discrete le scene d’azione. D’accordo con l’ultimo capoverso della recensione riguardo i dialoghi ed il parlato.
    Finale frettoloso e sostanzialmente bruttino.
    Un pò troppo “annacquato” per il pubblico under 13 visto la mancanza di sangue e di scene sanguinolente.

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