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London Film Festival 2013

25 ottobre 2013 Articoli 0 Commenti
London Film Festival

Pochi giorni fa si è concluso il 57° London Film Festival, che CineFile ha seguito per voi cercando di esplorare una realtà diversa dai festival nazionali e internazionali più conosciuti. La sensazione che questo grande evento della cinematografia inglese lascia addosso è di un programma pensato per le persone, per gli spettatori, cui vengono proposti tutti i migliori film già presentati ai festival più importanti uniti a prime europee e mondiali…


Una scena di Ida, premiato come miglior film del concorsoPochi giorni fa si è concluso il 57° London Film Festival, che CineFile ha seguito per voi cercando di esplorare una realtà diversa dai festival nazionali e internazionali più conosciuti. La sensazione che questo grande evento della cinematografia inglese lascia addosso è di un programma pensato per le persone, per gli spettatori, cui vengono proposti tutti i migliori film già presentati ai festival più importanti uniti a prime europee e mondiali. Il tutto farcito col glamour composto da serate di gala, in particolare quella di apertura e chiusura che hanno visto due grandi produzioni, entrambe con Tom Hanks protagonista, ovvero Captain Philips e Saving Mr. Banks.

Una scena di 12 Years a Slave di Streve McQueenDa una parte c’è una solida proposta per il pubblico e dall’altra anche per l’industry, ovvero la stampa e gli addetti ai lavori: vi sono stati infatti dei “benefit” interessanti che hanno permesso di entrare più a fondo nella realtà proposta, non solo attraverso le classiche conferenze stampa ma ad esempio organizzando dei meeting informali, che come potete immaginare prevedevano una tazza di tè tra gli interlocutori (i “filmmaker’s afternoon tea”). Qui si è avuta l’occasione di parlare con Antonio Piazza e Fabio Grassadonia, registi di Salvo, premio della critica a Cannes 2013, ma anche con personalità internazionali come il regista greco Yorgos Tsemberopoulos. Quest’ultimo ha portato sugli schermi inglesi un interessante thriller che scava nell’oscurità dell’animo umano e indaga fin dove si può spingere, guidato dalla paura e dal timore della protezione. Poi ci sono tutte le fantastiche proiezioni del British Film Institute che, restaurate, trovano nuova linfa, diventano cult, fanno scuola, come The Epic of Everest del 1924. E poi ci sono tutti i film, sapientemente riuniti in diverse categorie: Competition, Love, Debate, Dare, Laugh, Thrill, Cult, Journey, Sonic, Family, Experimenta, Treasures.

In occasione dei BFI Awards alla Bunqueting House di Londra abbiamo parlato con la direttrice del festival Clare Stewart, che si ritiene soddisfatta del risultato ottenuto.
Quali sono le sue sensazioni su questa competizione e sul festival in generale?
La competizione celebra una cinematografia “distinctive, inventive and inspiring”. Tutti i film posseggono questi valori, quindi sono molto curiosa di vedere cosa ha scelto la giuria.

Quali sono le innovazioni rispetto allo scorso festival?
Abbiamo fatto tanti cambiamenti cercando di espandere il festival all’estero attraverso la stampa, al di là di Londra con più luoghi che partecipassero attivamente, e introdotto nuove sezioni, per aiutare le persone a “navigare” attraverso i 235 film offerti, cui si possono aggiungere le serate di gala di apertura e chiusura e le proiezioni simultanee in diversi luoghi.

Cosa rende il London Film Festival speciale, unico?
Il festival ha la capacità di guardare indietro, ai capolavori dei festival passati ma anche al futuro, mantenendo un posto importante in agenda. Soprattutto, ciò che lo rende unico è l’energia nell’incontro tra pubblico e maestranze.

Judi Dench e Steve Coogan in PhilomenaUna delle serate che non ci siamo fatti mancare è stato il gala di Philomena, presentato a Venezia ma riproposto all’LFF come fiore all’occhiello di quella cinematografia inglese capace di mixare dramma e commedia in un modo così brillante, onesto e delicato da far venire la pelle d’oca. Il red carpet del film si è tenuto il 16 Ottobre e in quest’occasione il protagonista e cosceneggiatore Steve Coogan ci ha parlato di questo film come «una delle migliori esperienze professionali» della sua vita. Ma la cosa più bella ed emozionante è stata parlare con la vera Philomena, una donna posata, dallo sguardo profondo e pieno di curiosità, umile e spiritosa, che ringrazia e si preoccupa di dare le risposte in “modo corretto” perché non abituata a tali eventi.

Come ti sei sentita la prima volta che hai visto il film?
E stato difficile all’inizio da realizzare, ma poi io e mia figlia Jane ne abbiamo parlato e dopo averlo visto più volte abbiamo capito che era perfetto.

In che modo questo film ha cambiato la sua vita?
Oh, l’ha cambiata completamente! Dopo che ho raccontato la storia a mia figlia – ho tenuto il segreto per 15 anni e poi l’ho detto a mia figlia 12 anni fa – lei si è adoperata per cercare mio figlio e tutto quello che è accaduto dopo è merito suo, io non sono brava con internet. Il film racconta la storia veramente bene.

In che modo l’amicizia con Martin l’ha influenzata?
Mi ha influenzato molto, Jane ha provato a cercare mio figlio per i primi due anni poi Martin è entrato nella nostra storia perché lavorava per la BBC e anche a Washington… Lui ha pensato che fosse una storia da raccontare… Ha trovato tutto su di lui… Mi sono chiesta per tutta la vita che cosa poteva essergli successo [al figlio perso], dove poteva essere… E poi ho scoperto che ha avuto una bella vita, una buona famiglia in America… Lui è morto pensando che io l’avessi abbandonato… Il film racconta questa storia e spero, spero che possa aiutare donne che si sono trovate nella stessa situazione, aiutare le famiglie a ritrovarsi..

E poi sdrammatizza chiedendo «Vi è piaciuto?» e tutti i giornalisti intonano un “sì” commosso. «Spero di aver parlato bene – aggiunge – Non sono abituata a parlare con le persone: le amo, ma non sono solita parlarci. Grazie molto».

Per Sophie Kennedy Clark, che ha interpretato la giovane Philomena, il lavoro non è stato facile: la sua performance è inevitabilmente stata influenzata dalla vera Philomena, perché nessun altro poteva giudicare a parte lei. Racconta: «Tutto quello che volevo ottenere era che lei lo ritenesse giusto, vero, perché dopo quello che ha passato si meritava la miglior storia che fosse mai stata raccontata». E ve lo assicuro, lo è.

Sandra Bullock e George Clooney in GravityTra gli altri grandi film presentati troviamo Un giorno come tanti di Jason Reitman, Inside Llewyn Davis dei fratelli Coen, Twelve Years a Slave di Steve McQueen, The Invisible Woman di Ralph Finnes e Gravity di Alfonso Cuaron. L’Italia ha avuto spazio attraverso le pellicole di Valeria Golino con Miele, di Piazza e Grassadonia con Salvo (unico film italiano in concorso), con Bertolucci on Bertolucci di Guadagnino, l’intrepido di Gianni Amelio e La mia classe di Gaglianone.

La competizione, divisa in quattro sottocategorie, è stata vinta da Ida di Paul Pawlikowski mentre lo sceneggiatore di Starred Up Jonathan Asser è stato premiato come “Best British Newcomer”, Ilo Ilo di Anthony Chen ha vinto il premio come miglior opera prima e My Father, My Mother and Me di Paul-Julien Robert è risultato il miglior documentario.


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