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Soundtrack: Ready Player One di Alan Silvestri

22 luglio 2019 Soundtrack 0 Commenti
Ready Player One

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne Sonore* * * *

La colonna sonora di Alan Silvestri per il Ready Player One di Steven Spielberg è una partitura di enorme ricchezza, segnata da quel gusto dell’assemblaggio rievocativo e un po’ nostalgico tipico di un certo cinema. Trasuda citazionismi, ammiccamenti e referenze di ogni tipo…


Le leggi del contrappasso seguono a volte regole bizzarre. Si ricorderà l’aneddotica fiorita a suo tempo intorno alla genesi (musicale) di Ritorno al futuro: correva l’anno 1985, e Robert Zemeckis chiese all’amico Alan Silvestri – con cui aveva già collaborato per All’inseguimento della pietra verde – di fornirgli una musica che facesse sembrare il film ciò che non era, ossia un “big movie”. Per quanto oggi possa sembrare paradossale, infatti, il primo capitolo della leggendaria trilogia era un film relativamente a basso costo: attori quasi sconosciuti, effetti speciali molto “naïf”, scenografie da Ikea dall’immaginario. Occorreva dunque una “big music” che desse la sensazione di una “grandeur” produttiva: il che, in quegli anni, si identificava principalmente con un nome, quello di John Williams.
Naturalmente è del tutto improprio asserire che la score di Silvestri ammiccasse in qualche modo al modello del compositore di Guerre Stellari, ma è certo che nella imponenza scattante delle fanfare, nella ricchezza tematica, nel dinamismo irrefrenabile e nella pletora di straordinarie invenzioni audiovisuali, il suo lavoro orbitava senz’altro nella sfera stilistica e concettuale del maestro newyorkese.

Trentatré anni dopo, il destino (e il superlavoro dell’86enne Williams, alle prese contemporaneamente con The Post e The Last Jedi) ha fatto sì che toccasse proprio a Silvestri rilevarne il testimone per l’ennesima fantasticheria di quell’inguaribile Peter Pan che è Steven Spielberg, costantemente dimidiato nella sua filmografia tra una vena austera, meditativa e problematica e un’incontenibile vocazione al gioco e al divertissement.
Il risultato è una OST di enorme ricchezza, che occupa, tra score e canzoni, ben tre dischi secondo quel gusto dell’assemblaggio rievocativo e un po’ nostalgico che – sarà un caso – sembra essere una caratteristica precipuamente zemeckisiana: si pensi appunto all’album di canzoni che include Prince, Earth Wind & Fire, Bruce Springsteen, The Temptations e altre gloriose star del rock. Ma anche la partitura di Silvestri trasuda citazionismi, ammiccamenti e referenze di ogni tipo: compreso, ovvio, l’omaggio al nume tutelare Williams… In realtà ciò che più sbalordisce in questo compositore è la capacità di conservare intatti, a distanza ormai di decenni, la freschezza, l’entusiasmo e lo scattante dinamismo delle sue partiture più celebri: forse perdendo qualcosa sul piano delle idee prettamente tematiche, ma senza cedere nemmeno un millimetro sul terreno dell’orchestrazione e di un’incessante, adrenalinica mobilità. Sembra addirittura che qui Silvestri giochi a fare il verso esplicito ai suoi colleghi, attraverso meccanismi di parafrasi diretta o indiretta, riassumendo un intero universo fantasy per il tramite delle musiche che lo caratterizzano. Ecco allora il coretto fiabesco molto “elfmaniano” di “The Oasis”, seguito da “Hello, I’m James Halliday” che si apre sulla citazione organistica della “Toccata e fuga in re minore” di Bach (!) per proseguire in un’atmosfera mistica suscitata dagli archi; la fanfara che in “Why can’t we go to backwards?” riprende poi nientemeno che un tema di Max Steiner per il vecchio King Kong del ’33 rielaborandolo in una sorta di marcia per ottoni dai colori foschi: ma la coda delicata per archi, coro e flauto rievoca nel tema principale il Silvestri lirico e intenerito che ben conosciamo. Scampoli da La morte ti fa bella appaiono poi nelle movenze grottesche di “An Orb meeting”, tra assoli di violoncello, ringhiare di tromboni e goffi disegni di fagotto che sfociano in una citazione palese della fanfara williamsiana per 1941 allarme a Hollywood.

Questa specie di crestomazia del cinema fantasy d’antan è del resto espressamente declinata da Spielberg, e trova in Silvestri un perfetto e disponibile collaboratore; così “Real world consequences” esibisce la tipica accensione ritmica del compositore, con scatti virulenti dell’orchestra e repentine pause, portandoci dritti dentro il tema di Ritorno al futuro. Di quel film, o meglio di quelle procedure compositive che spingevano la presa di sincroni sino a purissimi effetti di mickeymousing, si ritrova qui traccia in “Sorrento makes an offer”, con il suo ansiogeno alternarsi di accelerazioni e altolà, mentre l’intarsio dialogante dei legni di “Welcome to the rebellion” sembra crogiolarsi in un clima idilliaco sino al solito, travolgente e irrefrenabile sprint della coda.
Se “High 5 assembles” gira intorno al tema principale variato prima negli archi e poi nei corni, inframmezzato da una corrusca marcia dai toni militareschi, sempre in un meccanismo di chiaroscuri fortemente sbalzati, “Orb of Osuvox” tenta – con esiti non convincentissimi – di mescolare ritmi da disco dance con la propulsione sinfonica tipica del musicista, ravvisabile soprattutto nell’impressionante finale per coro, percussione e ottoni. In “Sorrento punked” poi, il tema principale viene rielaborato sempre dagli ottoni mentre la percussione a un certo punto fa emergere l’inciso ritmico di Brad Fiedel per Terminator, e comincia a spuntare qualche effetto elettronico di rinforzo soprattutto nel registro percussivo, al pari di “Wade’s broadcast”, che procede lungo una linea cupa e ambigua, fra interventi corali, ritmi di marcia e gli immancabili ottoni che sembrano non promettere nulla di buono.

In apertura del secondo CD con la score di Ready Player One, il moto perpetuo degli archi, staffilato dai continui crescendo dei fiati, di “Arty omn the ‘Inside’” precede “Looking for a truck”, che è forse il brano più strutturato dell’intera partitura; il tema principale vi svetta con una luminosa perentorietà che ricorda molto da vicino passi analoghi della trilogia di Ritorno al futuro, e quanto a citazioni stavolta Silvestri va a pescarne una particolarmente raffinata, nientemeno che dal tema composto nel 1954 da Akira Ifukube per il Godzilla di Honda, rielaborato in un magistrale schizzo sinfonico ruotante ancora intorno al sempre più ultimativo e scolpito tema conduttore. Il titanismo esuberante e forse anche un po’ autoironico di “She never left” e “Last chance” ci riportano al Silvestri ipercolorito e muscolare di Avengers, con allusioni degli ottoni nel secondo brano al tema williamsiano del T-Rex in Jurassic Park; trascinante sul piano dell’azione, la score cede qualcosa sul piano stilistico in “Get me out of this” e “Hold on to something”, che si rifugiano in rassicuranti e ritmate sonorità hi-tech, arricchite però nel secondo dalla tipica alternanza silvestriana tra momenti quasi bucolici, contemplativi e subitanee irruzioni scandite sempre a ritmo di marcia.
Questa felice dicotomia espressiva domina anche “This is wrong”, che si apre con un coro femminile in lontananza memore forse di “Neptune, the mystic” dalla suite “I Pianeti” di Gustav Holst, sviluppando poi un percorso più instabile attraverso spigolose velocizzazioni e istantanee immobilizzazioni su un pedale di violini acuti sovrastato dal tipico “tintinnìo” del compositore, quasi un logo della trilogia del Futuro.

Ma se le pagine d’azione soffrono forse di qualche eccesso di convenzionalità e ripetitività, è sul fronte più sentimentale e meditativo che Silvestri dà qui il meglio: come nella splendida “Who are you?” che si apre con un sublime assolo di clarinetto e sfocia in un morbido cantabile degli archi di mirabile intensità espressiva, prima di approdare a un nuovo assolo stavolta di flauto su un pedale acuto di violini in si bemolle e alla chiosa siderea della celesta. Discorso che vale anche per “There’s something I need to do”, pagina di limpida fattura lirica affidata ancora ai legni solisti, con un breve episodio più mosso al centro e una rapidissima coda svettante degli ottoni.
Classici e lineari, quasi programmaticamente accademici sono anche i “Main title”, che ricapitolano il materiale leitmotivico in una esposizione sfavillante di sapienza contrappuntistica. Ben più lunghi e complessi gli “End credits” (oltre otto minuti), che mirano, più che a riassumere i temi della score, a compulsarne le fasi dinamiche e narrative: ne derivano continui virtuosismi degli archi, lampi degli ottoni, palpiti irregolari delle percussioni, il tutto dominato dal ricorrere del tema principale in una rincorsa via via sempre più furibonda sino all’esplosiva conclusione.

Ready Player One potrà non essere questa la più memorabile delle score silvestriane, ammettiamolo, ma va dato atto al compositore di non aver subìto la minima soggezione da parte dell’incombente e inevitabile modello williamsiano: e di averlo fatto senza peraltro abdicare alla propria forte personalità artistica, come invece è parzialmente avvenuto per il Thomas Newman de Il ponte delle spie. Inoltre Silvestri evita accuratamente anche le scorciatoie della “videogame music” e ci consegna piuttosto una score di impianto giovanile e persino a tratti un po’ ingenua. Ma la cui finezza di scrittura e complessità di concezione, anche nel groviglio delle citazioni, attesta una volta di più il profilo e la sensibilità culturale di questo straordinario maestro.


La copertina del CDTitolo: Ready Player One (Id.)

Compositore: Alan Silvestri

Etichetta: Water Tower Music, 2018

Numero dei brani: 11 + 11

Durata: 38′ 35” + 42′ 32”


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