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Soundtrack: Tre manifesti a Ebbing, Missouri/Vi presento Christopher Robin di Carter Burwell

7 maggio 2018 Soundtrack 0 Commenti
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne Sonore* * ** * * ½

Apparentemente simili tra loro, le partiture di Carter Burwell per “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” e “Vi presento Christopher Robin” sono in realtà segnate da una vena molto diversa, che conferma in entrambi i casi il profilo artistico del compositore newyorchese…


Pur mantenendosi lontano dai ritmi inesausti di un Desplat, anche Carter Burwell sembra attraversare un periodo di grande e interessante produttività, come dimostrato dai tre score firmati nell’appena trascorso 2017 (oltre ai due di cui ci occupiamo qui, anche La stanza delle meraviglie di Todd Haynes).

A tutt’oggi, il 62enne compositore newyorkese conserva per molti aspetti una fisionomia artistica abbastanza enigmatica; notissima la sua pluridecennale collaborazione con i fratelli Coen, di cui ha ricreato e restituito con spietata lucidità le tinte noir, grottesche, paradossali utilizzando mezzi sonori tutt’altro che appariscenti, anzi caratterizzati da elaborati procedimenti di sottrazione emotiva. Anche se occasionalmente ha cercato di accostarsi a generi più popolari e spettacolari (le due parti di Breaking Dawn per la saga Twilight, il disaster-movie L’ultima tempesta) con esiti discordanti, Burwell rimane sostanzialmente una figura di musicista-intellettuale particolarmente affine a un certo cinema indipendente, bizzarro, anti-realistico (da Three Kings ad Anomalisa, da Essere John Malkovich a Urlo), con una particolare sensibilità per anticonformistici ritratti femminili (Carol, la miniserie Tv Olive Kitteridge) o per cupe storie criminali (Legend di Brian Helgeland con il “doppio” Tom Hardy).

Non v’è dubbio che è nell’orbita dei Coen che Burwell attinge la propria ispirazione più felice: e se Suburbicon declinava questa influenza attraverso la sceneggiatura da essi firmata e la regia di un sodale come George Clooney, ma non con il soundtrack (firmato Desplat), il premiatissimo film di Martin McDonagh dichiara la propria “coenità” non solo attraverso le presenze attoriali di Frances McDormand, consorte di Joel, e Woody Harrelson (Non è un paese per vecchi), ma anche e forse soprattutto grazie alla partitura di Burwell, che non a caso celebra grazie alla protagonista – come in Olive Kitteridge – la forza d’animo e l’irriducibile umanità di un personaggio femminile a tutto tondo alle prese con un’insopprimibile sete di giustizia.
Tuttavia qui, a differenza che nei lavori per i Coen, Burwell lascia da parte il lato beffardamente dark e si concentra su un lirismo “di provincia”, malinconico e sconsolato, ben espresso dalla ballata country “Mildred goes to war” o dal sommesso dialogo tra legni e pianoforte di “The deer”. Si tratta di una trama sonora fitta e lieve insieme, cameristica e rarefatta (Burwell non è mai stato un compositore smaccatamente “sinfonico”), dove il tema principale per chitarra (molto chiaro nella sua solitaria semplicità in “Fruit loops”), di asciutta commozione, si confonde in un paesaggio sonoro che richiama quell'”America profonda” e scontrosa che spesso nasconde vizi inconfessabili: in questo senso i riferimenti della partitura potrebbero essere alcuni lavori di Ry Cooder o Nick Cave e Warren Ellis, mentre la presenza di brani folk come “His master’s voice” dei Monster of Folk, “Walk away Renee” dei Four Tops o “The night they drove old Dixie down” della grande Joan Baez appare un contesto quasi naturale nell’atmosfera generale. Così come spicca, gemma isolata, la canzone celtica “The last rose of summer” qui trasformata in autentica aria operistica dalla voce sublime del soprano Renée Fleming accompagnata dalla English Chamber Orchestra diretta dal compianto Jeffrey Tate.
Ma la presenza originale di Burwell è ben viva e costante, sia nell’agitata effervescenza di “Billboards on fire” che nella pacata ma ferma insistenza melodica di “Billboards are back”, e la delicata mestizia di cui è pervasa sembra prevalere definitivamente nel contrappunto tra pianoforte e archi acuti, quasi onirici nel loro suono celestiale, di “Collecting samples” e “Sorry Welby”.

Apparentemente sembra muoversi sulla stessa linea anche la partitura per il film di Simon Curtis dedicato alla figura dello scrittore padre del personaggio di Winnie the Pooh, e in particolare al suo rapporto con il figlioletto. Qui, però, svanisce anche solo l’ombra di qualsiasi sarcasmo o venatura da commedia “nera”; il climax è ovviamente fiabesco, impalpabile, rasserenante; l’orchestrazione più severa e compatta, oltre che ricca, come si evince da “Tree of memory” e soprattutto “Birth”, in cui il dramma sembra scorrere sottotraccia nell’addensarsi degli archi in lunghi accordi, in un reticolo di politonalismi e dissonanze di penetrante inquietudine.
In realtà questo lavoro oscilla costantemente e con intelligenza fra tonalità introspettive (“Bear hunt”) e dichiarata spensieratezza (l’avvio saltellante di “First night” seguito da fantasmatici interventi solistici del cello), liquescenti arabeschi di arpa, celesta e archi (“Toys and stars”), percussioni tintinnanti (“Cotchford farm”) e in generale una tavolozza timbrica che emette riflessi cangianti e scopertamente giocosi (“To the zoo”, “Balloons”). Si tratta di una partitura molto “british”, nella quale c’è chi ha visto le influenze dei massimi compositori ufficiali di quel paese, da Elgar a Holst a Vaughan-Williams: in realtà la tensione che vi scorre in controluce è molto più evidente che nel film di McDonagh, ma assai più abilmente mascherata. Il profluvio di scampanìi, trilli e arpeggi che la domina pare infatti sempre nascondere qualcosa di inespresso, che tocca a volte agli archi far affiorare tanto brevemente quanto inequivocabilmente (“Snowfall, snowrise”). Difficile individuare un’idea tematica portante, a meno di non voler considerare tale l’elegante intreccio contrappuntistico di “Drawing Pooh”, ma certo Burwell si rivela qui capace di afflati melodici molto intensi, come in “Keep your memories”, centrato su un vibratissimo cantabile degli archi: e la ripartizione delle sezioni strumentali, con i clarinetti a sostituire gli oboi nei passaggi più scuri, o le percussioni a sostenere in sottofondo gli archi, dice molto sul lavoro psicologico che lo score si prefigge.
Un processo di progressiva drammatizzazione dei materiali che conduce sino a “Billy leaves” e “Home, I should think”, mollemente adagiati sul tema principale nel dispiegato fraseggiare degli archi. Qui poi, al contrario che nella prima partitura, la presenza di due brani d’epoca come “The object of my affection” delle Boswell Sisters e “A man and his dream” del singer anglosudafricano Al Bowlly (entrambi degli anni ’30) serve a distanziare ancor più il romanticismo dolente e nel contempo sereno dello score originale. Che conferma comunque in Burwell, insieme ai Tre manifesti, il profilo artistico di un compositore indipendente e – malgrado il credito di cui ormai gode – intimamente solitario.


La copertina del CDTitolo: Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri)

Compositore: Carter Burwell
Etichetta: Varese Sarabande, 2017
Numero dei brani: 19 (13 di commento + 1 canzone + 1 brano classico)
Durata: 39′ 57”


La copertina del CDTitolo: Vi presento Christopher Robin (Goodbye Christopher Robin)

Compositore: Carter Burwell

Etichetta: Sony Classical, 2017

Numero dei brani: 26 (24 di commento + 2 canzoni)
Durata: 50′ 33”


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