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“La pecora nera” di Ascanio Celestini

30 settembre 2010 Recensioni 0 Commenti
Tommaso Tocci, 2 Settembre 2010: Dondolante
Bim, 1 Ottobre 2010

La vita di un uomo a contatto con la realtà degli istituti psichiatrici, in cui da bambino ha visto rinchiusa sua madre e da adulto si ritrova come inserviente, instaurando un rapporto di amicizia con un paziente e una delle suore.


Sorprende, Ascanio Celestini, per come riesce a piegare il suo linguaggio al mezzo cinematografico in questo esordio sul grande schermo. Prima che tematico o narrativo, il dubbio era linguistico, metrico perfino. La prosa dell’autore teatrale ha da sempre il suono della risacca, fa un passo avanti e due indietro, calca e ricalca le sue stesse tracce generando un senso d’ascolto sospeso. Nello scontrarsi con le immagini, spesso impietose e troppo definitive rispetto alla parola, Celestini riesce però a trovare il giusto equilibrio tra la sua ingombrante persona scenica e il respiro della storia.

Il protagonista e voce narrante de La pecora nera è un individuo ellittico, scavato di quei trent’anni che mancano tra l’infanzia da incompreso (e da “predestinato” per via ereditaria alla pazzia) e l’età adulta residuale. Grazie all’apporto in sceneggiatura di Wilma Labate e Ugo Chiti (e alla sorprendente fotografia di Daniele Ciprì), Celestini ri-modula il testo di partenza asciugando il suo personaggio e arricchendo i comprimari, che beneficiano anche di eccellenti interpretazioni da parte non solo dei nomi più noti come Sansa e lo strepitoso Tirabassi, ma anche di Barbara Valmorin nel ruolo ancestrale della nonna.

Il dozzinale livello dialettico della Mostra del Cinema di Venezia non rende giustizia alle sfumature di Celestini, che da sempre ragiona sul concetto di istituzione a un livello più alto rispetto alle singole realtà a compartimenti stagni di manicomio, carcere o fabbrica. I trent’anni che mancano al suo personaggio sono anche quelli “sociali” di Basaglia e della Storia, ma il film non ne sente la mancanza: c’è disagio, ma non c’è l’atrocità – e dunque il discorso sulla responsabilità è tanto più sottile.

Semmai è l’uso di simboli come il supermercato a rischiare l’eccesso di significato, specie nell’ultimo atto. Sbavature causate dal diverso peso delle immagini rispetto all’evocazione verbale, ma tutto sommato perdonabili vista la tessitura retorica che fa da impianto alla storia. È lì che Celestini mantiene intatta la sua potenza, nel talento per la voce popolare e nel ritmo da filastrocca che produce una narratività matura, profondamente letteraria. E a buon diritto cinematografica.


Titolo: La pecora nera
Regia: Ascanio Celestini
Sceneggiatura: Ascanio Celestini, Wilma Labate, Ugo Chiti
Fotografia: Daniele Ciprì
Interpreti: Ascanio Celestini, Giorgio Tirabassi, Maya Sansa, Luisa De Santis, Barbara Valmorin, Nicola Rignanese, Luigi Fedele, Wally Galdieri

Nazionalità: Italia, 2010
Durata: 1h. 33′


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