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"Il colosso d'argilla" di Mark Robson

19 giugno 2005 Recensioni 14 Commenti
Il colosso d'argilla

CEIAD, 1956 – Lucido

Un manager pugilistico con pochi scrupoli scova in Argentina un gigante che si esibisce in un circo ma non sa combattere davvero. Il manager chiede allora ad un importante cronista sportivo di fargli da press-agent, sfruttando la sua conoscenza e le sue conoscenze per creare attenzione sul personaggio…


Una scena di Il colosso d'argillaPrimo Carnera è stato circondato per buona parte della sua carriera da voci che volevano i suoi incontri truccati, che i suoi avversari fossero pagati per buttarsi a terra sotto dei pugni che non facevano male. Carnera combatté dal 1928 fino al 1946, ottenendo 87 vittorie (di cui 70 prima del limite) ed uscendo sconfitto in 15 occasioni. Divenne Campione del Mondo dei pesi massimi il 29 Giugno 1933, battendo per KO alla sesta ripresa Jack Sharkey sul ring del Madison Square Garden, e perse il titolo un anno dopo quando andò al tappeto undici volte sotto i pugni di Max Baer.
Humphrey Bogart in Il colosso d'argillaBudd Schulberg è figlio di un importante produttore di Hollywood, ha vinto un Oscar per la sceneggiatura di Fronte del Porto ma la sua grande passione è il pugilato. Nel 1947 ha pubblicato il romanzo The Harder They Fall, che racconta di un rozzo gigante argentino che fa carriera nel mondo della boxe statunitense grazie ad un manager traffficone che paga tutti i suoi avversari per buttarsi a terra sotto dei pugni che non facevano male…

Rod Steiger e Humphrey Bogart in Il colosso d'argillaQuando il film uscì, Carnera fece causa alla Columbia perché riteneva che la pellicola (e di conseguenza il romanzo di Schulberg) fosse ispirata alla sua vita. Il Giudice gli diede torto, ma al di là della veridicità o meno delle voci riguardanti i suoi incontri, non si possono negare le somiglianze tra la storia di Toro Moreno e quella del gigante di Sequals. Entrambi vengono da realtà povere, entrambi hanno iniziato combattendo nel circo; entrambi sono animi semplici se non sempliciotti, che si fanno abbindolare da promotori arraffoni e opportunisti; entrambi sono involontari responsabili della morte di un avversario che veniva da una severa sconfitta con l’uomo che subito dopo li umilierà sul quadrato, Max Baer. In effetti, quella di far interpretare il ruolo del Campione del Mondo dallo stesso uomo che strappò il titolo a Carnera è una scelta che aumenta la sensazione di déjà-vu e carica ancor di più l’impressione di star guardando un ritratto di un certo mondo della boxe non proprio raccomandabile.

Humphrey Bogart, Mike Lane e Carlos Montalbán in Il colosso d'argillaUltimo film interpretato da Bogie, Il colosso d’argilla è magnificamente scritto dallo sceneggiatore di Johnny Guitar e Pietà per i giusti. Yordan crea dialoghi di gran ritmo ed efficacia, che esaltano le prove di Huphrey Bogart e Rod Steiger, e struttura un intreccio semplice e prevedibile ma interessante e a tratti emozionante. La sua sceneggiatura avrebbe però meritato un regista migliore di Mark Robson, che non appare più di un onesto artigiano e non riesce a mettere in scena in maniera convincente le sequenze di pugilato. Ma quello che conta nel film non è tanto la boxe in quanto tale, quanto le creature che ci si muovono intorno – manager, giornalisti o pugili che siano. In questo, Il colosso d’argilla è certamente uno dei migliori film sull’argomento.


La locandina statunitense di Il colosso d'argillaTitolo: Il colosso d’argilla (The Harder They Fall)
Regia: Mark Robson
Sceneggiatura: Philip Yordan
Fotografia: Burnett Guffey
Interpreti: Humphrey Bogart, Rod Steiger, Mike Lane, Max Baer, Jan Sterling, Jersey Joe Walcott, Edward Andrews, Harold J. Stone, Carlos Montalbán, Nehemiah Persoff, Herbie Faye, Felice Orlandi, Rusty Lane, Jack Albertson, Pat Cominskey
Nazionalità: USA, 1956
Durata: 1h. 49′


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Attualmente ci sono 14 commenti a questo articolo:

  1. Francesco scrive:

    Primo Carnera è tuttoggi considerato dagli americani come un pugile tutto forza e poco cervello diventato campione del mondo solo grazie agli aiuti di manager e mafia organizzata.

    La verità è che, a differenza del suo predecessore americano Jesse Willard (alto 199 cm), Carnera non era semplicemente un gigante ma era anche dotato di una discreta tecnica: ricorreva moltissimo al jab, che è il colpo più importante nella boxe, e si muoveva molto bene sulle gambe per essere un gigante di 198 cm di altezza.

    Se fosse stato solo possente non sarebbe mai diventato campione del mondo e se avesse avuto una difesa composta avrebbe demolito anche Max Baer. Il pugile Tommy Loughran, prima di affrontare Carnera, si cosparse il corpo con un liquame puzzolente per infastidire il pugile italiano quel tanto che bastava per colpirlo di sorpresa, ma a Primo l’odore di quella roba piaceva. Una curiosità bizzarra.

  2. Francesco Cuffari scrive:

    C’è un errore nella recensione. Carnera vinse alla sesta ripresa con Jack Sharkey mentre alla tredicesima con il povero Ernie Schaaf.

  3. Alberto Cassani scrive:

    E’ vero, mi sono confuso. Grazie della segnalazione.

  4. Francesco Cuffari scrive:

    Finalmente ho visto questo bellissimo film e sono colpito dal ritratto che ci viene offerto di Primo Carnera: un poveraccio incapace di combattere che viene sfruttato fino alla fine.

    Io però sono sicuro che Carnera era un pugile VERO: ha affrontato avversari reali in concontri autentici. Ancora oggi il match con Sharkey viene ritenuto da alcuni una montatura, ma sono sicuro che era tutto in regola. Lo pensi anche tu, Alberto?

    E poi, dato che hai detto di essere attratto dai film vomitevoli, hai avuto il dubbio piacere di vedere “Carnera – The Walking Mountain” di Renzo Martinelli? Io l’ho trovato imbarazzante.

  5. Plissken scrive:

    Ci vorrebbe un parere di Rino Tommasi più che di Cassani, per ciò che concerne il match;-)

    Il film di Martinelli l’ho visto anche io, imbarazzante è un termine oserei dire benevolo, ma rende comunque l’idea.

  6. Anonimo scrive:

    vedendo i percorsi tematici mi chiedevo perché la boxe la faccia da padrona al cinema, perché la boxe e non un altro sport.

  7. Alberto Cassani scrive:

    Più che sulle doti reali di Carnera pugile, restano i dubbi su quanto questo film sia effettivamente tratto dalla sua vita e quanto sia inventato. Credo che le verosimiglianza sia abbastanza labile, e il ritratto che viene fatto del personaggio e di quel mondo del pugilato piuttosto all’acqua di rose. Il mio parere su Carnera pugile – per quel che conta: Tommasi in effetti sarebbe più credibile – è che per gli standard moderni fosse un pugile scandaloso ma per quelli dell’epoca sicuramente un pugile vero.

    La boxe la fa da padrona nei percorsi tematici perché io non mi perdo un film sull’argomento, ma in generale tutti gli sport incentrati sul contatto fisico, sulla forza più o meno bruta degli atleti, sono sempre stati molto presenti al cinema. Football americano, vari tipi di arte marziale più o meno ufficiale, appunto la boxe… Questo proprio perché lo scontro fisico è una cosa particolarmente bella da ritrarre al cinema, e il pubblico ha sempre dimostrato di apprezzare questo tipo di film. E’ chiaro, però, che se recensissimo i film sul calcio con la costanza con la quale seguo quelli di boxe il numero di percorsi tematici sarebbe quantomeno pari.

    Infine, il film di Martinelli ho provato a vederlo, giuro. Ma non ce l’ho proprio fatta a superare la terza scena.

  8. Plissken scrive:

    Cassani puoi sempre rifarti con quella chicca di “Vajont”, he he he…

    Secondo me Carnera era un buon pugile, ma dubito fosse un campione, quella con Baer è stata una disfatta più che una sconfitta, ed il livello dei pugili precedentemente incontrati non era eccelso a detta degli esperti del settore.

    Comunque sia, era certamente superiore al “gigante” descritto nel film. A me questo film è piaciuto molto e trovo sia una delle interpretazioni migliori del grande Bogey.

  9. Francesco Cuffari scrive:

    Vorrei riflettere sull’influenza che i manager hanno sui pugili. Prendiamo Mike Tyson: quando era sotto la guida di Cus D’amato era uno dei più grandi pugili di sempre capace di distruggere pugili molto più grossi di lui grazie ad una tecnica ed una velocità inarrivabili. Poi è finito nelle grinfie di quell’imbroglione di Don King ed ha perso il titolo del mondo facendosi malmenare da Buster Douglas (!!!).

    Un manager può essere la fortuna o la disgrazia di un pugile. Prima di incontrare Don King Tyson era quasi al livello di Joe Louis, poi è diventato una prostituta. Lo stesso Tyson ha detto recentemente che il giorno più bello della sua vita è stato quando ha abbandonato la boxe perchè non era se stesso ed odiava il PERSONAGGIO che interpretava. E’ solo business, dopotutto.

  10. Alberto Cassani scrive:

    Uhm… Distinguerei però l’influenza del manager da quella dell’allenatore vero e proprio. Il manager può effettivamente influenzare nel bene e nel male la carriera di un pugile (di King abbiamo l’esempio anche dell’avventura USA di Giovanni Parisi, ma non dimentichiamoci che ha anche organizzato The Rumble in the Jungle), ma un allenatore ha un’influenza ancora superiore sulla sua vita vera e propria. Tyson ha cominciato a rovinarsi quando gli è morto il padre putativo – D’Amato, appunto – più che l’allenatore/manager, e non ha avuto più nessuno a tenerlo lontano dai guai. E’ vero che King l’ha ripudiato appena non ha potuto più guadagnarci sopra, ma fargli da padre non era mica il suo lavoro…

  11. Francesco Cuffari scrive:

    Tyson era fortissimo grazie al suo allenatore Kevin Rooney. Poi Mike sposò Robin Simone Givens che, tanto per cambiare, era interessata solo ai suoi soldi. La Givens provò in tutti i modi a convincere Tyson a interrompere i rapporti con Rooney perchè l’allenatore lo metteva in guardia dalla moglie che non lo amava e voleva solo controllarlo come un burattino.

    Fortunatamente Mike divorziò, ma a completare il lavoro di distruzione della credibilità di Tyson ci ha pensato King. Senza King, Tyson sarebbe stato un pugile mille volte migliore: quando Alì uscì di galera affrontò subito i migliori pesi massimi fino ad arrivare a Frazier, mentre Tyson lottò con delle schiappe assurde per dare l’illusione di essere ancora il distruttore che era.

    Quindi Tyson, nella sua vita, è stato solo manovrato da persone che non lo amavano realmente. Solo D’Amato e Kevin Rooney credevano in lui. Va detto, però, che spesso Tyson e D’Amato litigavano pesantemente.

    Ne potrebbe uscire un bel film dalla sua vita turbolenta?

  12. Plissken scrive:

    Per quel che mi riguarda dopo Tyson la boxe è defunta (purtroppo).

    Tralasciando i “documentari”, un film su Tyson è già stato fatto nel ’95 diretto da Uli Edel, un regista che pensavo avrebbe fatto strada dopo aver visto tanti anni fa “Cristiana F. noi i ragazzi dello zoo di Berlino”.
    “Tyson” invece non è niente di straordinario, potrebbe essere stato diretto da un qualunque regista di fiction italiana.

    Comunque secondo me Tyson era geneticamente portato (non dimentichiamo che aveva una circonferenza collo di cinquanta centimetri) inoltre considerando la sua mole era davvero assai veloce e di conseguenza potente. Secondo me ha cominciato a perdere colpi una volta esaurita la vena di aggressività che lo caratterizzava, forse anche per la “nuova” vita agiata e per i guai di tutti i tipi in cui si è andato a cacciare di sua spontanea volontà, non certo su imbeccata del management.

    Non credo quindi che la sua parabola sia ad imputarsi a King: tutta farina del suo sacco.

  13. Alberto Cassani scrive:

    Plissken, dai: diciamo che dopo Tyson sono morti i pesi massimi. Nelle categorie inferiori abbiamo visto ottimi pugili, anche se spesso circondati dal nulla. Ma gente come Pacquiao e Calzaghe secondo me sono di primissimo livello, nella storia della boxe. I massimi sono effettivamente morti e sepolti, anche se l’incontro tra Wladimir Klitschko e David Haye promette molto bene (e non a caso Haye in realtà è un massimo leggero).
    Peraltro ha ragione Francesco: la gestione di Tyson quand’è uscito di galera è stata veramente pessima, con incontri di infimo livello che non avevano proprio senso dal punto di vista pugilistico. Alì aveva tutt’altra fame, quand’è tornato sul ring.

    “Tyson” non credo di averlo visto, ma in ogni caso non può essere peggio di “Phantom Punch” su Sonny Liston. E di Edel vale tutto sommato la pena vedere “La banda Baader-Meinhof”.

  14. Plissken scrive:

    Hai ragione, l’abbandono di Tyson ha lasciato il vuoto nei pesi massimi più che nella boxe, giusta puntualizzazione.

    In verità io non volevo dare torto a Francesco: senz’altro la gestione di Tyson una volta uscito di galera è stata scandalosa, concordo appieno, ma la sua debacle come atleta non può essere imputata solamente ai manager, a mio personale avviso sarebbe una palese e gratuita scusante: secondo me Tyson “si è perso” e la mancanza di disciplina, una certa demotivazione e la sua stessa peculiare vena caratteriale lo hanno logorato anzitempo.

    “Wladimir Klitschko e David Haye”? Sono due marche di cereali? He he, scusa la battutaccia ma quello che voglio dire è che mediaticamente parlando i pesi massimi non hanno più risonanza. Invece perfino mia madre sa chi è Tyson. :-)

    Mi scuso per la prolissa divagazione; grazie per il consiglio inerente “La banda Baader-Meinhof”; vedrò se riesco a procurarmelo :-)

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