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"Rocky Balboa" di Sylvester Stallone

12 gennaio 2007 Recensioni 13 Commenti
Rocky Balboa

20th Century Fox, 12 Gennaio 2007 – Degno

Trent’anni fa era un uomo senza speranze, quando un incredibile colpo di fortuna gli diede la possibilità di salire sul ring contro il campione del mondo dei massimi. Ora la gloria è un ricordo del passato e Rocky passa le sue serate a ricordare le vecchie storie ai clienti del suo ristorante…


Sylvester Stallone e Milo VentimigliaI tempi della boxe e degli allenamenti sfiancanti sono ormai alla spalle da un pezzo, per Rocky Balboa. L’adorata moglie Adriana è morta, e l’ex Stallone Italiano gestisce un ristorante nella natia Philadelphia raccontando, di tanto in tanto, ai suoi clienti gli aneddoti di una vita spesa fra ganci e jab. L’amico Paulie è sempre al suo fianco, ma il rapporto con il figlio Robert è instabile e complicato, e il distacco dall’ambiente pugilistico così come quello forzato dalla moglie non sono mai stati completamente assorbiti. I ricordi sono parte integrante del quotidiano di Rocky, e l’idea di riassaggiare il ring comincia a prendere piede nelle sua mente. E quando i manager di Mason Dixon, il Campione del Mondo dei pesi massimi, gli propongono di tornare a menare i pugni in un incontro di esibizione, il cinquantenne Balboa inizia a convincersi di avere ancora qualche cartuccia da sparare.

Sylvester StalloneAl cinema non sono in fondo moltissime le cose capaci, a prescindere, di far venire la pelle d’oca a coloro i quali sono cresciuti esaltandosi al richiamo di un certo tipo di film o, più semplicemente, ai generici appassionati. Una di queste è la leggendaria Gonna Fly Now, il tema musicale composto da Bill Conti all’epoca di Rocky e che è poi divenuto una sorta di imprescindibile overture per ogni successivo capitolo della saga. Ovviamente Rocky Balboa, sigillo finale apposto da Sylvester Stallone su un’epopea ormai trentennale, in questo non fa eccezione, e riassaporare ancora una volta, in una sala cinematografica, quelle note tanto care a molti rappresenta un piacere ed un’emozione la cui resa a parole non è affatto semplice.

Sylvester StalloneRocky V, nonostante i buoni propositi, aveva probabilmente rappresentato il punto più basso, artisticamente parlando, dell’intera saga, non solo in quanto ultima sezione di un romanzo filmico ormai da tempo piegatosi alla propria connotazione più commerciale. Stallone lo sapeva benissimo, e non se l’è sentita di considerare già conclusa la parabola del personaggio cui deve tutto. Occorreva una degna riabilitazione. Così, alla non più tenera età di sessant’anni ha deciso di sfilare i vecchi guantoni dal chiodo per calcare un’ultima volta l’amato ring e provare a dare al personaggio da lui stesso creato un degno congedo dal pubblico, quello definitivo. L’operazione non prometteva affatto bene, e certamente non erano molti coloro i quali credevano alle potenzialità del progetto. Eppure, la smentita più inattesa, seppur parziale, è arrivata.

Antonio Tarver e Sylvester Stallone sotto gli occhi di Joe CortezNon un film eccezionale, ma si tratta certamente di una pellicola pensata e confezionata in maniera molto più oculata e brillante, se confrontata con gli ultimi Rocky portati sul grande schermo. Spicca una sceneggiatura apprezzabilmente più ispirata rispetto al passato, pur con qualche banalità e alcune situazioni risapute, in cui emergono numerosi, variegati, spesso sottili e velatamente nostalgici i rimandi ai capitoli precedenti, così come il recupero di alcuni personaggi seppelliti dal tempo (gustosissimo il rientro di Spider Rico, il pugile affrontato e sconfitto dallo Stallone Italiano nel corso della sequenza di apertura di Rocky).

Sylvester Stallone e Antonio TarverIl saggio e per nulla caricato utilizzo di questi elementi, unitamente all’interpretazione sentita di Stallone, ricompatta in modo convincente l’universo del protagonista, restituendogli una dimensione fortemente terrena, reale, umana. E se da un lato la scelta di confezionare l’incontro fra Rocky e Mason “The Line” Dixon (impersonato dal vero campione del mondo dei massimi leggeri Antonio Tarver) come se fosse un evento sportivo televisivo potrà anche far storcere il naso a qualcuno, dall’altro è innegabile che l’aver optato per una simile soluzione fa sì che la nostra percezione del personaggio – specie nel finale – tenda quasi a rompere, forse inconsciamente, i confini della finzione, come se Rocky Balboa avesse in realtà sempre vissuto al di fuori dello schermo e non sulla pellicola. E questa non è per niente cosa da poco, anzi: per un appassionato della saga è il massimo.

Burt Young e Sylvester StalloneCerto, nell’ambito dell’evento pugilistico, ancora una volta la regia di Stallone si lascia andare a qualche vecchio eccesso, ma l’uscita di scena di Rocky una volta terminato il combattimento, il suo saluto al pubblico che lo contorna (perdonateci il trasporto emotivo) è un vero climax. E anche se l’innocua banalità dell’ultimissima scena smorza leggermente l’effetto maturato precedentemente, non si può nel complesso rimanere delusi a seguito della visione di questo film. Ora la parola fine è davvero stata scritta. Ma “solo un mito poteva mettere la parola fine ad una leggenda”.


La locandinaTitolo: Rocky Balboa (Id.)
Regia: Sylvester Stallone
Sceneggiatura: Sylvester Stallone
Fotografia: J. Clark Mathis
Interpreti: Sylvester Stallone, Antonio Tarver, Burt Young, Milo Ventimiglia, Geraldine Hughes, James Francis Kelly III, Pedro Lovell, Tony Burton, A.J. Benza, Talia Shire, Henry G. Sanders, Ana Gerena, Angela Boyd, Louis Giansante
Nazionalità: USA, 2006
Durata: 1h. 42′


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Attualmente ci sono 13 commenti a questo articolo:

  1. Edoardo scrive:

    Oddio,sarà anche gradevole,ma a me sembra tanto un remake del primissimo “Rocky”…
    Certe scene sono totalmente ricalcate…ma per quale ragione? Autocitazionismo? Beh allora esagerato.

  2. Fabrizio scrive:

    Mah, io di scene ricalcate non ne ho viste. Ci sono dei rimandi e dei collegamenti, ma questo film con “Rocky” c’entra poco. Anche come riuscita, ovviamente.

  3. Marco scrive:

    Concordo in tutto e per tutto. Degno finale della saga.

  4. Plissken scrive:

    Si, “degno” è proprio l’aggettivo giusto. Per molti versi il fatto che alla SESTA pellicola in tema vi sia ancora qualcosa di positivo è un mezzo miracolo: nulla di nuovo, d’accordo, ma poteva essere altrimenti?

    Leggendo la recensione la citata emotività sembra abbia preso in alcuni punti il sopravvento sull’analisi “tecnica”, cosa che a me in questo caso specifico fa piacere: con Balboa ci sono cresciuto anche io, ed ogni tanto un’escursione in un cinema in cui trovare (o meglio ritrovare) vecchie emozioni è appagante.

    Un percorso durato trent’anni vede anche secondo me in questa pellicola un decoroso epilogo, che se da un lato rassicura i “fan” di Rocky che non dovrebbero temere prosegui dai possibili terrificanti esiti, da un altro instilla una sottile malinconia correlata alla fine di un’epopea vissuta in diretta, a bordo ring e forse non solo.

  5. Fabrizio scrive:

    Sì Plissken, era difficile parlare di questo film prescindendo da quella certa componente “affettiva”, e probabilmente tutta la parte dell’incontro (specie il fermofotogramma sulla stretta di mano fra Rocky e un tifoso) riesce ad emozionare davvero solo chi ha amato il personaggio dal principio della saga o ci è “cresciuto assieme”. Ed è sicuramente il mio caso. Quando lo speaker introduce Rocky Balboa hai la sensazione che questi abbia sempre vissuto nel modo reale. Quasi un rientro alla Foreman. Pelle d’oca per me, che questo film sono andato a vederlo al cinema per ben tre volte.

    Nessuna finzione. Rocky Balboa, due volte campione del mondo dei pesi massimi. Il massacratore di Philadelphia, uno dei più grandi combattenti della storia della boxe. D’altronde se è stato inserito nella Hall of Fame, un motivo ci sarà.

  6. Plissken scrive:

    Si, una stretta di mano che ha un sapore tanto dolce quanto amaro.

    Mi fa sorridere come molta critica “d’essai” continui a denigrare la saga del Pugile di Philadelphia, nella PRESUNZIONE di aver capito in esclusiva ciò che è evidente a qualunque idi*ta, ovvero che non va certo letta in chiave “intellettuale”; l’emozione è comunque resa mediante un uso oserei dire sapiente del mezzo cinematografico e questo non è poco, non credo sarebbe giusto né pretendere né chiedere di più.
    Chi pensa sia facile realizzare un solo film sulla boxe, vada a vedersi “Carnera the walking mountain” tanto per dire il primo che mi sovviene, poi se ne riparla…
    Non mi meraviglierei se gli stessi critici tenessero Fassbinder bene in vista sullo scaffale del salotto e i film di Rocky nascosti sotto il cuscino del divano.

    Per quel che mi riguarda, il buon vecchio massacratore di Philadelphia ha saputo emozionare per una vita, con essenziale metodo e imprescindibile dignità.

  7. Fabrizio scrive:

    Beh, ma lì anche questione di buon gusto e, direi, anche di obiettività critica (per quanto esistano le opinioni). Il primo Rocky è un gran film, è grande cinema. Punto. Su tutto il resto si può discutere, ma a mio modo di vedere non è in alcun modo possibile sminuire la portata del personaggio. La forza della saga di Rocky è il personaggio (e il piccolo mondo “affettivo” intorno a lui), riuscito e caratteristico come pochi. Rocky, Adriana, Paulie, Mickey, Apollo, Drago… persino Duke, il vecchio allenatore di Apollo. Tutti ricordiamo a memoria i loro nomi. E’ un caso?
    Stallone ha saputo creare un microcosmo vivo, spontaneo e genuino, pieno di sentimento e vita vissuta in cui tanti hanno potuto ritrovare qualcosa di proprio o che hanno voluto fare proprio, e che ha coinvolto e accompagnato intere e diverse generazioni.

    La critica “d’essai”, qualunque cosa sia, pensi e dica pure quel che le pare.

  8. Plissken scrive:

    Perfettamente d’accordo.

  9. Plissken scrive:

    Probabilmente sto appoggiando la testa su di un ceppo con un minaccioso Formenti che brandisce una mannaia, ma nel film ora nelle sale “Real Steel” che mi venga un accidente se non c’è un bel po’ di “Rocky” :-)

    Non mi riferisco solo al tema del film , ma anche o soprattutto a come sono state girate le scene di combattimento: coinvolgenti e spettacolari, considerando la leggerezza della pellicola in questione (in cui tra l’altro fa capolino anche un po’ di “over the top”).

    Non male Jackman ed il Robot eh… si muovono molto bene.

    Andato a vederlo con cupa rassegnazione in quanto “costretto” dalla compagnia, dopo una prima pietosa mezz’ora sono entrato nello “spirito” della pellicola che ha preso a farsi un po’ più interessante, rimembrando alla fine pur se in chiave meno nobile antichi fasti di Philadelphiana memoria.
    Nell’epilogo mi aspettavo quasi di udire un metallico grido: Adrianaaaa…

    Insomma nel complesso mi sono divertito. Eh già, la sindrome di Peter Pan è sempre in agguato…

  10. Fabrizio scrive:

    Eheheh… Plissken, non ho visto Real Steel ma me ne hanno parlato bene, anche se le mie fonti sono completamente inattendibili.

  11. Plissken scrive:

    Io mi sono divertito, anche se debbo ammettere che pensavo di andare a vedere qualcosa sul livello di “Vacanze di Natale”.

    Invece, pur essendo rivolto ad un pubblico (credo) adolescenziale m’è parso un film nel complesso godibile e nelle sue parti migliori debitore anche di Rocky, per quanto possa essere pericoloso o improprio mescolare il sacro al profano.

    Comunque, nell’eventualità di una tua visione del film, in caso ti piacesse potrei assumermi il merito della segnalazione, ma se invece ti facesse schifo, la colpa sarebbe senz’altro delle tue fonti inattendibili, hehehehe…

    Ci tengo alla capa, io. :-D

  12. Fabrizio scrive:

    Tranquillo Plissken, non ti verrei comunque a cercare. ;)

  13. Plissken scrive:

    Volendo invece visionare un film un po’ più serio… qualcuno ha visto “Warrior” di O’Connor? Anche lì di “Rocky” c’è parecchio. La pellicola nel complesso mi è sembrata piuttosto valida, grazie anche agli interpreti in stato di grazia. Ne ho sentito parlare poco in giro, eppure è un film molto interessante (sempre a mia personale opinione, of course).

    Assieme a “Redbelt” di Mamet (al primo posto) è il combat-film più intenso che ho avuto modo di vedere ultimamente e, anche se per certi versi meno innovativo, l’ho preferito a “The Fighter”.

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